La rotta del Che

Santa Cruz de la Sierra,
16 maggio 06

La rotta del Che

Quando avevo pensato al viaggio in Bolivia, avevo già in mente di fare la “rotta del Che”, come viene chiamata, cioè visitare i luoghi in cui Che Guevara ha vissuto il suo ultimo anno di vita, fino alla sua uccisione il 9 ottobre del 1967.
Vallegrande e la Higuera sono le mete principali. Chiedo a Juan Pablo, cosa devo vedere e lui mi dice di andare a Vallegrande dove il Che è stato seppellito di nascosto per 30 anni e alla lavanderia dell`ospedale dove sono state scattate le sue ultime foto da morto e poi al paesetto di Higuera, dove è stato catturato e ucciso.
La Bolivia, mi diceva Juan Pablo, è stata segnata per sempre dalla figura di Che Guevara e il fatto che sia morto qui non è casuale. Tutti facciamo riferimento a lui in qualche modo e il presidente Evo Morale, per noi ne è l’incarnazione in questo tempo.
Dentro di me non ho ben chiaro perché ci vado, ma voglio vedere i luoghi, sono attratto da quest’uomo, voglio capire il perché di un fallimento, il perché di quella morte, voglio leggere dentro al mito. Ho letto biografie di Che Guevara dove risulta che l’esperienza boliviana è stata una grande illusione, un fallimento fin dall’inizio. Conosco le cause storiche di quello che è successo e di quella morte inevitabile. Ma nonostante questo sto cercando una altra cosa: cosa c’entra Che Guevara con me. Mi potrà dire qualcosa? Ho il suo volto stampato negli occhi, quel volto mi interroga.
Decido di partire e prendo l’autobus per Vallegrande. 240 km in 6 ore e mezza di viaggio, nel classico autobus supercarico di persone e di cesti colmi di generi alimentari e poi bagagli di ogni tipo. Costo 35 bolivianos (4 euro).
Dopo i primi 40 km di piano si comincia ad entrare nella zona montagnosa e a salire e tra sali e scendi si permane ad un’ altezza di 1600 metri. Ad un certo punto si lascia la strada asfaltata per una di terra. Ci sono 50 km fino alla
città. Arrivo a Vallegrande alla sera, è già buio e fa freddo. Dopo aver trovato un albergo, vado a mangiare al Mirador, il cui proprietario, un tedesco, era presente quando hanno mostrato Che Guevara morto nella lavanderia. Lo incontro e mi dice che lui è arrivato a Vallegrande dalla Germania nel ?67 come volontario
agrotecnico per aiutare lo sviluppo dell’allevamento nella zona. Ha visto il Che morto. Gli chiedo come si è trovato in questa zona, come è la gente. Lui mi risponde che con la gente di Vallegrande non ha avuto difficoltà a lavorare, è gente aperta, vuole conoscere e migliorare. Di fatti questa città è lontana dal mondo, nascosta in mezzo alle montagne. La gente di Vallegrande non vuole confondersi con gli altri popoli della Bolivia, si sente diversa, è orgogliosa di essere vallegrandina.
Percorrendo le strade della città guardo i fili della luce attorno a cui si abbarbica una pianta a forma di palla e che si nutre filtrando l’aria. Questo mi dice che qui la polvere è di casa. Di fatti il vento sempre presente alza la polvere finissima delle strade e ti riempie gli occhi. La gente non ci fa caso, ma io non ci sono abituato e alla sera mi sento gli occhi bruciare.
Incontro due giovani, un neozelandese e un canadese, mi metto d’ accordo per andare il giorno successivo alla Hiegura in taxi per 150 boliviani.
Alla mattina appena alzato vado a fare colazione al mercato, tra persone che vendono di tutto, è il luogo normale per fare colazione (si dice desayuno). Caffè forte e pagnotte fatte con mais, ma la gente normalmente fa una
colazione abbondante, anche a base di carne, un vero pranzo.
Alle 10 partiamo, ci aspettano 60 km di strada di montagna, sterrata.
Attraversiamo montagne restando sempre sulla quota dei duemila metri. Il paesaggio assomiglia al nostro Appennino, montagne verdi ricche di vegetazione e altre con una vegetazione secca. Siamo in autunno, stagione in cui non piove. Nella zona si alleva bestiame e si coltiva mais e persino anche frumento, dicono che il migliore frumento è quello delle montagne.
Dopo mezzogiorno arriviamo alla Hieguera, un posto alla fine del mondo, la strada termina ed è stata costruita solo 15 anni fa prima era un sentiero per il bestiame. Il fatto che in questo paesetto di neanche 100 persone sia stato catturato il Che lo ha fatto diventare conosciuto al mondo. Prima era solo un paesetto senza valore. Adesso hanno sistemato i luoghi principali e hanno creato anche uno spazio per chi vuole fermarsi a dormire. Negli ultimi due anni, visto che arrivavano visitatori da tutto il mondo alcune organizzazioni internazionali hanno cercato di  rendere accessibile questo luogo. Il paesetto è costituito da alcune case radunate attorno ad una piazza, dove è stata innalzata la statua del Che. Visitiamo la ex scuola, ora museo, formato da un’ unica stanza, ristrutturata visto che un tempo era fatta di fango e il tetto di paglia. Qui il Che, catturato l`8 ottobre, è stato rinchiuso e il giorno dopo ammazzato da un sergente dell’esercito per ordine del presidente boliviano.
Nel museo ci sono mappe, descrizioni del percorso di un anno di guerriglia, ricordi. Si respira un pezzo di storia. Poi usciamo e una donna ci invita a casa
sua a mangiare. La donna è anziana, vestiti tipici, volto indigeno. La casa è uguale alle altre, fatta di pietre e fango, tetto in paglia, ma il pavimento è di mattonelle, ricordo del marito morto. I figli se ne sono andati e adesso lei da sola si mantiene vendendo da mangiare per i turisti e vendendo generi alimentari. Lasciamo che lei ci racconti.

Noi qui non sapevamo nulla, è arrivato l’esercito, aerei che sorvolavano la zona, una paura tremenda, parlavano di banditi. Ci hanno costretti a stare rinchiusi in casa per tre giorni senza poter uscire, non avevano neanche il cibo per mangiare, non capivamo cosa succedeva. Sentivamo spari. Io avevo dato da mangiare al Che alcuni giorni prima. Nessuno di noi sapeva della lotta, degli ideali, che quest’ uomo era qua per noi. Nei giorni successivi un senso di colpa ha preso tutti noi, ci accusavano di aver ammazzato un santo e avevamo paura che lanciassero una bomba sulla città per punirci.

Da allora la storia di questo paesetto è legata per sempre al Che e i turisti di questi ultimi anni hanno dato nuovo impulso a questo posto ormai abitato solo dagli anziani.
Salutiamo la donna ed è già ora di ritornare verso Vallegrande. Vedo una scritta sul muro, ?meglio morire combattendo che vivere da schiavi?. Stavolta il taxi si carica di altre 3 persone, una donna e due uomini accovacciati sul bagaglio, contadini che ritornano in città.
Ho ancora impressa l’immagine del taxi che corre veloce per le strade sterrate che si snodano come una serpentina sul verde arido delle montagne e la nuvola di polvere che si vede anche quando la strada scompare alla vista. Quella polvere rossastra che si deposita stancamente e che crea una visone distorta con i raggi del sole al tramonto che la attraversano bassi.

Verso le 17 siamo a Vallegrande e siamo ancora in tempo per andare a vedere la lavanderia dell’ospedale. Una piccola casetta aperta con al centro il tavolo per lavare. Qui sopra hanno steso il Che morto per fotografarlo, e mostrarlo ai
generali dell’esercito venuti per riconoscerlo. La casetta ha i muri pieni di scritte di persone di tutto il mondo anche italiane. Nella mia mente è stampata la foto che ha fatto il giro del mondo, il corpo del Che disteso sulla pietra bianca del lavatoio. Ci fermiamo in silenzio.

Lascio gli amici e ritorno pensieroso in albergo. Il giorno dopo mi sarei messo in viaggio di ritorno verso Santa Cruz, ma mi sarei fermato a Samaipata.

Adesso dopo alcuni giorni, Juan Pablo mi ha chiesto cosa ho visto, come è andata la visita. Questo mi invita a ripensare cosa ho vissuto. Sono in conflitto due presenze in me: il Che Guevara della storia, con le sue vittorie e le sue sconfitte e il Che Guevara che è entrato nella mitologia, nel simbolismo dei giovani e di una generazione. La mia mente razionale cerca giustificazioni per
legittimare la mia ammirazione per il Che. Come se dovessi giustificarmi di fronte al mondo per il suo fallimento, per la sua morte. Sono legato all’immaginario dell’eroe vittorioso, alle favole che si concludono bene.
Juan Pablo mi dice che non devo cercare Giustificazioni: Che Guevara parla di per sé, è un ideale che affascina il cuore, un sogno, un desiderio di cambiare la realtà. In lui c’è un ideale di uomo nuovo, lo spirito del lottatore che desidera cambiare la situazione di ingiustizia, il sogno di un mondo nuovo, la libertà. Non devo dimenticare che Juan Pablo ha conosciuto personalmente il Che
anche se era piccolo e suo padre gli aveva detto che si chiamava Zio Gesù. In quei mesi in cui Che Guevara è rimasto a Cochabamba, Juan Pablo era la staffetta ignara di quello che si stava decidendo. E’ stato Che Guevara, nei giorni in cui dormiva nella sua casa, che gli ha insegnato a giocare a scacchi, ad amare la tattica e negli anni successivi a farlo diventare un campione nel gioco. Mi dice che Che Guevara non bisogna vederlo con gli occhi della sconfitta o dell’
azione di guerrigliero. Quello che importa è la novità che lui ha portato: la lotta e la passione per il suo popolo. Noi siamo suoi figli, la Bolivia gli è debitrice. Il mondo dopo di lui non è più lo stesso. Il suo vero obiettivo era incendiare con la fiamma della rivolta tutta l`America Latina, innescare un processo di cambiamento. Il suo sogno era formare persone nuove. Noi siamo suoi debitori, noi portiamo avanti quello che lui ha iniziato. Juan Pablo mi rimette in sintonia con lo spirito del Che e senza volerlo mi interroga se in me
trovo i pezzi di questo sogno. Un interrogativo mi resta dentro: per cosa sono disposto ad impegnarmi con tutte le mie forze?

Mauro Furlan