L’aria che tira

In questi tempi di violenza diffusa, in cui la popolazione soffre gli attacchi di bande armate e le vendette trasversali dei gruppi di sterminio (come descriviamo in precedenti comunicazioni), ascoltare da tutti i mezzi di comunicazione e, peggio ancora, dalle autorità, la voce truculenta che invoca sangue e morte, è diventato così naturale che sembra far parte dell’ordine naturale degli eventi. Governo e capi militari in diretta Tv non la nominano mai, ma affermano: siamo in guerra e dobbiamo usare tutti i mezzi a nostra disposizione.
Tortura. È  questo che tutti pensano, non lo dicono, ma sanno e approvano. Il caso della prigione di Araraquara in cui i detenuti continuano nudi e all’addiaccio, ricevendo i viveri dall’elicottero, è emblematico. Ieri sera ascoltavo uno dei grandi formatori di opinione, il giornalista e presentatore televisivo, José Luis Datena, dire: “ma cosa vogliono questi carcerati? Sono stati loro a distruggere la prigione nelle rivolta di maggio e noi, coi nostri soldi dobbiamo pure ricostruirla? Che crepino tutti!”
Questa è l’aria che tira. Nel frattempo i massacri continuano.  
L’articolo che segue è di Frei Betto. Tratto dal giornale Folha De São Paulo di oggi. È, come sempre, una delle poche voci sensate a fare il punto di una situazione confusa e caotica in cui si rischia, nel calore di questi giorni, di perdere la lucidità.

Punire la tortura, aprire gli archivi
Il 26 di Giugno, giornata internazionale in appoggio alle vittime di tortura, il presidente Lula ha creato, per decreto, il Comitato Nazionale per la Prevenzione e il Controllo della Tortura in Brasile.  Meglio ancora sarebbe dire Lotta e non Controllo. Il comitato sarà presieduto da Paulo Vannucchi, ministro della Segreteria Speciale dei  Diritti Umani. Lula non poteva fare una scelta migliore. Vannucchi, prigioniero sotto la dittatura, fu torturato in São Paulo.
Nel Tribunale della Giustizia Militare, il giudice Nelson da Silva  Machado Guimarães all’ascolto della testimonianza delle atrocità non riusciva a crederci. L’avvocata Eni Moreira obbligò Vannucci a spogliarsi per esibire i segni delle sevizie nel suo corpo.
Vannucchi è cugino di Alexandre Vannucchi Leme, leader studentesco assassinato sotto tortura nella caserma del 2° Esercito, a São Paulo, il 17 marzo del 1973, a soli 22 anni di età. Toccherà al comitato accompagnare progetti e iniziative con lo scopo di investigare e punire la tortura, cooperare con organismi internazionali e promuovere campagne. È necessario estirpare dalle persone la paura di denunciare le atrocità commesse in nome dello Stato e della legge, è necessario sensibilizzare giornalisti, avvocati e giudici per la gravità del crimine.
La tortura in Brasile è sistematicamente praticata, normalmente contro i poveri di cui si sospetta qualche delitto. Non si indaga: si sevizia. Si ottengono prove in base alla delazione e non in seguito alle perizia investigativa. È una forma di castigo praticata nelle nostre prigioni. Basta guardare alle recente trasformazione della prigione di Araraquara nello stato di São Paulo, in campo di concentramento, in una chiara dimostrazione che lo Stato, quando non si omette sulla questione della pubblica sicurezza, ricorre a metodi che pensavamo finiti con il nazismo.
Ad eccezione del periodo della schiavitù, la tortura ebbe il suo auge durante la dittatura militare. Tutta la nazione conosce i casi di queste tre notorie vittime: il giornalista Vladimir Herzog, assassinato nel Doi-Codi il 12 agosto 1975; l’operario Manuel Fiel Filho, ucciso nella stesso luogo il 17 gennaio 1976; e frei Tito di Alencar Lima.
Quest’ultimo era mio confratello dell’ordine domenicano. Quello che soffrì sotto le mani degli ufficiali delle nostre forze armate e della polizia civile che lo portarono alla morte in agosto del 1974, a 28 anni, è descritto in dettaglio nel libro “Battesimo di sangue”,  che sarà lanciato in agosto dal quale sarà tratto una versione cinematografica diretta da Helvecio Ratton.
Lo psicanalista Helio Pellegrino ha enfatizzato che “la tortura cerca, a costo della sofferenza corporale insopportabile, introdurre una lama che porti alla scissione tra il corpo e la mente. E inoltre la tortura cerca ad ogni costo, seminare la discordia e la guerra tra il corpo e la mente.(…) Il progetto della tortura implica una negazione totale e totalitaria della persona, in quanto essere incarnato. Il centro della persona è la libertà. Nella tortura il discorso che il torturatore vuole estrarre dal torturato è la negazione assoluta e radicale della sua condizione di soggetto libero.”
Sant’Agostino, nella Città di Dio, ripudia la sua applicazione per trattarsi di una pena imposta a chi ancora non si sa se è colpevole. Ciò nonostante l’Inquisizione tentò istituzionalizzare la tortura. “Si deve torturare l’accusato con lo scopo di farlo confessare i suoi crimini”, definisce il manuale degli inquisitori, di Nicolau Emerico. San Tommaso di Aquino considerò la tortura un delitto più grave dell’omicidio, poiché obbliga la vittima ad essere testimone del suo stesso obbrobrio.
Purtroppo, la condizione di filosofo non ha impedito Heiddeger di appoggiare il nazismo, né quella di papa evitò che fossero a favore della tortura Innocenzo I (V sec.), Innocenzo IV (XIII sec.) e tutti i teologi che benedirono l’inquisizione.
È necessario denunciare la tortura affinché venga ripudiata dalla nostra sensibilità e dalla nostra coscienza, come lo sono oggi la schiavitù e l’abuso sessuale contro i bambini.
È necessario che adesso Lula, ex prigioniero politico, ordini alle forze armate, delle quali è costituzionalmente comandante supremo, che aprano gli archivi della repressione. Il Sud Africa,  il Cile, l’Argentina, l’Uruguay, lo hanno già fatto. Il Brasile deve prendere la stessa decisione, non per vendetta, ma per una questione di giustizia. In primo luogo per le vittime e i loro familiari. Ma anche per le stesse Forze Armate. La nazione ha il diritto di sapere che non tutti i militari sono stati coinvolti con la tortura e con l’omicidio di prigionieri politici.
Mentre gli archivi continuano occulti, coperti dalla menzogna  che li vuole perduti, è bene fare distinzioni perché la responsabilità non cada su tutta l’istituzione militare, il che non sarebbe giusto. E lo affermo come ex prigioniero politico e figlio di una famiglia di militari.

CARLOS ALBERTO LIBÂNIO CHRISTO (Frei Betto)
Folha de São Paulo, 18 Luglio 2006