Messico: una pentola a pressione sul punto di esplodere

Scrive dal Messico Roberto Tommasi, un amico di Macondo, e racconta la situazione politica di un paese che chiede giustizia e democrazia
Fra due giorni sarà il primo settembre, giorno in cui tradizionalmente il presidente della repubblica federale messicana farà un discorso alla nazione sullo stato dell’Unione, e possiamo stare certi che Fox, innalzando la bandiera della demagogia, dirà che il Messico è finalmente un paese democratico, sulla strada maestra del progresso, della pace e della giustizia.
Sicuramente non farà riferimento ai milioni di poveri che non hanno cambiato la loro situazione durante questi 6 anni di "governo del cambio" (il PAN ha rimpiazzato nel 2000 il PRI, partito di stato per più di 70 anni), nè alle conseguenze che il modello neoliberista sta riversando sulla maggioranza della popolazione messicana: marginazione, migrazione, miseria. Parlerà di un paese dove si rispettano i diritti umani e di un governo che ha lavorato e lavorerà (ormai è purtroppo confermato che il vincitore definitivo delle elezioni federali dello scorso 2 luglio sarà Felipe Calderòn, candidato del PAN, il partito di estrema destra, lo stesso di Fox) per il popolo, per la gente umile, per quelle masse contadine e operaie che costituiscono buona parte della popolazione messicana.
Questo sarà il suo messaggio. Questo è il paese che tutte le televisioni e la maggior parte dei giornali descrivono quotidianamente ignorando consenzientemente la realtà e alterando in maniera subdola e perversa la verità.
Ma in tutto il paese ci sono focolai di ribellione…ovunque il popolo si sta organizzando per opporsi a questo progetto di nazione che le elites stanno disegnando a loro piacimento…
La situazione più calda si sta vivendo nello stato di Oaxaca, dove si vive in una tensione permanente dovuta alla persecuzione e repressione violenta che il governo di Ulises Ruiz Ortiz sta compiendo contro il movimento popolare oaxaqueño che da più di tre mesi ha occupato il Zocalo della città (la piazza centrale) di Oaxaca, banche, radio, televisioni (Canal 9, la televisione di Oaxaca, è stata occupata da un movimento di donne, che l’hanno tenuta per 3 settimane trasmettendo a tutta la popolazione la realtà della repressione), bloccando strade e organizzando 4 megamarchas che hanno visto crescere la partecipazione fino a 800.000 persone.
"Nella protesta convergono centinaia di organizzazioni sociali, comunità indigene, gruppi di cittadini ed organizzazioni politiche con un obiettivo centrale: le dimissioni dei poteri nello stato. La sezione 22 del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione (SNTE) è stata, all’inizio, la colonna portante che ha strutturato il movimento. Ma ora, nonostante la sua enorme importanza numerica e la sua capacità di convocazione e di mobilitazione, è solo un’isola in più nell’arcipelago contro Ulises Ruiz."
Una protesta di un sindacato di maestri è diventata, per la spontanea e generalizzata indignazione del popolo oaxaqueño, un movimento popolare strutturato che ora, oltre alla destituzione dell’illegittimo (in quanto eletto con la frode, come sempre accade in Messico) Ulises Ruiz, sta mettendo le basi per un nuovo Governo Popolare e la creazione di una nuova costituzione.
Buona parte dello scontento del popolo di Oaxaca nasce a partire della frode realizzata nel 2004, anno in cui Ulises Ruiz cominciò a governare in modo autoritario e elitista, continuando una politica di svendita delle risorse e del patrimonio statale al capitale straniero e marginando i settori più poveri della popolazione che ancora una volta non vedevano soddisfatte nemmeno le loro necessità di base.
In maggio il magisterio di Oaxaca inizia la lotta richiedendo certe misure urgenti, soprattutto a livello salariale e in opposizione alla riforma della scuola secondaria, una riforma che distrugge l’identità culturale messicana per americanizzare definitivamente il sistema educativo nazionale. Dopo quasi un mese di presenza quotidiana nel Zocalo, inizia la peggior repressione di cui si abbia memoria negli ultimi decenni. Distruzione del planton, attacchi della polizia e dell’esercito, e poi nei mesi seguenti – dopo la nascita dell’ APPO, l’Asemblea Popular del Pueblo de Oaxaca – assassini mirati ai leader del movimento, sgomberi forzati delle istallazioni occupate, minacce di morte, spesso con l’ausilio di gruppi paramilitari fortemente armati, in una strategia di controinsurrezione urbana come se il movimento fosse realemte un gruppo guerrigliero o un gruppo terrorista.
E come ormai in tutto il mondo si sa, non è un caso isolato. I fatti avvenuti a San Salvador Atenco (municipio autonomo vicino a Città del Messico) il 3 e 4 maggio, quando la popolazione del paese, oltre i membri di diverse organizzazioni, collettivi e individui aderenti all’Altra Campagna promossa dall’EZLN l’anno scorso, hanno subito una brutale repressione che ha lasciato decine di feriti, due morti e diverse persone arrestate arbitrariamente, costituiscono un altro esempio lampante dell’attenzione del governo messicano per il rispetto delle libertà individuali e collettive e dei diritti umani. L’abuso di potere della polizia anche in questo caso è stato veramente eccessivo, inaccettabile. Numerosissime sono le denuncie di torture, minacce, abusi di ogni genere; più di 30 donne sono state violentate dai poliziotti; ai prigionieri è stato negato ogni diritto, dalle visite all’attenzione medica. E naturalmente non parliamo di processi.
Ieri abbiamo incontrato qui a San Cristobal due prigionieri politici zapatisti che sono appena stati liberati, dopo 7 anni di carcere, senza nessun processo. Facevano parte de "La Voz del Amate" (El Amate è il carcere dov’erano prigionieri), un movimento aderente a La Otra Campaña che da 4 mesi sta facendo un planton (sit-in con vivendo fuori sotto le intemperie) all’interno del carcere, nonostante le minacce di rinchiuderli in camere buie o di peggiorare ulteriormente la loro posizione. Ci hanno raccontato di tutto, di torture, di scioperi della fame persino di 26 giorni, di una volta in cui si sono cuciti la bocca (per 8 giorni) per protesta e per impedire che gli dessero da mangiare (anche in quel caso erano in sciopero della fame); del direttore del carcere che mensilmente riceve 70.000 pesos di mazzette e corruzione varia; della difficoltà di vivere 7 anni in carcere da innocente, semplicemente per avere delle idee di giustizia e libertà, per essere inconforme allo statu quo, a questo sistema che sa solo seminare guerra, violenza e repressione. Nonostante tutto ciò hanno una forza incredibile, e continuano nella lotta; così come i prigionieri politici in Atenco e in tutto il paese; così come il popolo di Oaxaca. E si potrebbero aggiungere esempi su esempi.
La situazione è calda, anzi bollente. Arde persino sulla sponda istituzionale, dove Andrès Manuel Lopez Obrador, il candidato del PRD, il partito di centro sinistra che supuestamente è vittima di un’altra frode elettorale (cosa che dovrebbe definitivamente chiarire l’inutilità e l’invalidità di questo sistema politico), ha chiamato i suoi seguaci alla rivoluzione e alla resistenza civile portando in piazza centinaia di migliaia di persone e dichiarando che dal 16 settembre ci saranno due presidenti in Messico: il presidente illegittimo e un presidente di governo in resistenza.
E in questa situazione continua l’organizzazione dal basso e a sinistra del popolo che ha aderito alla Sesta dichiarazione della Selva Lacandona e alla Otra Campaña zapatista, il cui obiettivo è appunto quello di costruire un movimento unito che sviluppi una nuova forma di fare politica, partecipativa e incluyente, con lo scopo ultimo di far crollare questo sistema, perverso, ingiusto e repressore.
Cosa succederà nei prossimi mesi?