Niños de la calle

Carissimi
Per scrivere aspetto un segnale, un movimento dell’anima, una emozione forte che riesca a coagulare tutte le cose che vedo e le informazioni che ricevo, le parole che ascolto. Non scrivo per voi, scrivo per me, anche se immagino che alcune delle emozioni che vivo o delle scoperte che faccio, possono incontrare la vostra sensibilità e il vostro animo.

Santa Cruz de la Sierra
Sono ormai due settimane che percorro le strade di Santa Cruz, capitale economica e crocevia dello sviluppo boliviano, tanto da chiedere maggiore autonomia rispetto alla Bolivia, come il nostro nord Italia. Anche qui l’oriente boliviano non vuole avere sulle spalle il già sfruttato sud. Mi dicono che fino a 20 anni fa era una piccola città, aveva un solo anello, come dicono qui, cioè una strada che la circonda come un anello. Finita l’epoca delle miniere, si è sviluppata l’agricoltura dando impulso alla coltivazione della la soia e a grandi allevamenti. Guardando sulle cartine questa provincia è più grande dell’Italia ed è la parte pianeggiante della Bolivia. Una città febbricitante di commercio attraversata dal vento che alza la polvere e alla sera hai gli occhi che bruciano. Durante questo tempo ho frequentato Casa Mitai, un progetto per aiutare i ragazzi lavoratori di strada, e visitare i loro luoghi di lavoro, soprattutto mercati. Ho incontrato persone dell’università, giovani che studiano per diventare maestri, e il contatto con movimenti indigeni specie del popolo Guaranì. La mia guida è Juan Pablo, innamorato del suo popolo, la testa da professore che lotta per una diversa educazione e un’anima di campesino e indigeno.

Niños de la calle (bambini di strada)
In queste sere però mi concedo tempo per conoscere la realtà dei bambini di strada. Il "Techo Pinardi", progetto di accoglienza notturna per ragazzi di strada, diretto dai salesiani è a pochi passi da Casa Mitai, nella zona centrale della città. Uno dei giorni precedenti, passando, avevo incontrato Paolo, un giovane veneziano che da due anni fa servizio in questa casa. Mi aveva detto di tornare dopo le 7 di sera quando i ragazzi arrivano. A Santa Cruz in questa stagione (autunno) il sole tramonta alle 18. E’ già scuro quando arrivo al Techo Pinardi. Entro con la massima libertà: un giardino, una tettoia, un piccolo campetto da calcetto, edifici ad un piano tutto attorno, grande immagine di don Bosco giovane. Gli sguardi dei ragazzi che incontro mi sfiorano e non si fissano. Vado dritto verso uno di quelli che penso sia un educatore e mi presento, chiedo di Paolo. Poco dopo Paolo compare e mi saluta ma subito un ragazzino gli si avvicina. Lui gli chiede se si è lavato, il ragazzino sorride e dice di sì e Paolo per capire se è vero gli annusa la testa. Poi mi chiede scusa e mi lascia perché sta seguendo un’attività. Lasciato libero comincio a muovermi. I ragazzi vanno e vengono, stanno facendo la doccia, vanno in infermeria a curasi qualche ferita. Dopo aver dato un’occhiata intorno, mi dirigo al campetto da calcio dove quattro ragazzini stanno giocando. Uno di loro appena mi vede chiede : "facciamo una partita?". Divide rapidamente il gruppo chiama altri e si inizia. Non mi sono presentato, non serve presentarsi. Io mi metto in porta. La palla è sgonfia, anzi dovrei dire bucata flaccida, ma per giocare basta qualcosa che assomigli ad una palla. Io ho le scarpe, loro a piedi nudi o con una ciabatta, solo sul piede che serve per tirare. La palla non vuole correre e il gioco sembra diventare una lotta libera. I ragazzini si muovono come una nuvola attorno ad un pallone che non può andare lontano e il gioco diventa un corpo a corpo, una disputa con il piede dell’altro. Comunque si riesce anche a fare goal. Ad un certo punto si stancano e spariscono. Io vado dove c´è un ufficio che è il punto centrale dove i ragazzi convergono. Incontro un educatore, Jesus e con lui inizio a parlare.
"Il Techo Pinardi è la prima tappa. Noi qui accogliamo i ragazzi per dormire. Apriamo alle 18 per l’accoglienza fino alle 22 e poi alla mattina alle 8 tutti fuori. Ai ragazzi che vogliono uscire dalla vita di strada, proponiamo per un mese di dormire qui e durante il giorno di andare in un’altra casa dei salesiani dove si studia e si fanno attività educative. Noi non incentiviamo perché vadano a lavorare. Dopo un mese di lento inserimento possono andare in una delle case di accoglienza che abbiamo".
Intanto accanto a me due ragazzini di 12 anni giocano a dama con le pedine degli scacchi. Quando uno di loro arriva a fare dama, essa si trasforma in una regina che si muove in tutte le direzioni: ogni paese ha il suo modo di giocare a dama. In Brasile la regola è che si può mangiare anche andando indietro.
Arrivano grida dal cortile, e l’educatore mi dice che è ora di andare a mangiare. Seguo il gruppo al refettorio. I tavoli sono rotondi e i ragazzi siedono su sgabelli. Vedo un posto vuoto, chiedo se è libero e mi invitano a sedermi. Silenzio. I sei educatori in piedi. Paolo prende la parola e parla delle attività e degli appuntamenti. Una educatrice richiama i ragazzi ad essere ordinati e dice che Domenico Savio era un ragazzino come loro, raccolto da Don Bosco è diventato santo ed era sempre ordinato. Un altro educatore riassume chi era Domenico Savio per chi non lo conoscesse: un bravo ragazzo.
Interviene subito uno dei ragazzi dicendo: "si ma lui è morto giovane".
Risata generale incontenibile. Mentre parlano osservo i volti dei ragazzi. Magri, rotondetti, tutti con i capelli nerissimi e dritti, che hanno bisogno del gel per stare in ordine. I volti sono quasi tutti tesi, pieni delle ferite della strada. Denti rotti, un occhi chiuso. I volti dei poveri sono sempre pronunciati, lineamenti forti, lontani dai lineamenti dei fotomodelli. Non ho paura, di solito li guardo negli occhi, quelli sono sempre belli e anche quello che potrebbe dare fastidio sparisce. Cerco di capire da dove vengono, faccio qualche domanda sui loro nomi e dove sono nati. La maggioranza è di Santa Cruz. Osservo le loro mosse. Sono più controllati che sulla strada. Lì sono i padroni, si muovono agili, le regole le fanno loro, sono imprevedibili e minacciosi. Qui invece si sottomettono alle regole, anche se so che stanno facendo uno sforzo immenso per contenersi. Comunque mantengono uno stile aggressivo, giocano e si provocano continuamente.
Arriva il piatto con il cibo e ancor prima che vengano distribuiti i cucchiai si mettono a mangiare con le mani. Riso, carne, pomodoro a cubetti. Divorano tutto velocemente: la fame è tanta. Gli ossi della carne li sputano al centro del tavolo. Io come sempre quando sono straniero non mi meraviglio, osservo, registro, imparo. Con loro parlo uno spagnolo misto a portoghese, mi chiedono dell’Italia e del Brasile, delle parolacce che hanno sentito. Qualcuno conosce qualche parola di italiano. Tutti mi guardano con simpatia.
Non serve che io chieda qual è la loro storia e perché sono sulla strada, mi racconterebbero che non hanno famiglia, che i genitori sono lontani o divisi, che vivevano in un tugurio. Tutte storie di povere famiglie o di famiglie inesistenti o assenti. Storie di abbandono. Figli di nessuno o di genitori disattenti. Naufraghi di una nave affondata, volti di sopravviventi in un mare in tempesta, afferrati ad una fragile tavola, ad un istinto di sopravvivenza in lotta con un mare che vuole solo ingoiarli. Più che mai in questi volti appare l’effetto dell’individualismo. Dov’è la comunità? Più che mai essi sono il prodotto di una crescita economica dove abbiamo accettato che il mercato va rispettato, le persone si possono fottere.
Mentre continuo a scorrere i loro volti tumefatti e pensando che la povertà è marcata nei corpi entra una ragazza, vede un posto libero, si siede, reclama il piatto. La guardo, ha gli occhi lucidi, ha sniffato colla. Gli altri la prendono in giro, lei non cede, urla più forte, nessuno molla, e cominciano le minacce, nessuno cede, intervengono gli educatori che dopo molte insistenze la spostano in un altro tavolo. Riconosco la legge della strada: mai cedere, colpire per primo, mai farsi mettere sotto, mai arrendersi, picchiarsi fino alle botte. La ragazzina di circa 15 anni, ha un linguaggio e un comportamento che mi fa pensare ad un passato lastricato di aggressività e violenza.
Arriva l’infermiera con la sua scatoletta. Vaccinazione contro la Rosolia. Mi viene in mente quello che ho visto publicizzato dappertutto, in Bolivia c’è la campagna per vaccinarsi gratuitamente contro questa malattia. Si forma la fila, ma la maggioranza ha paura della puntura sul braccio. Qualcuno di loro ha avuto bisogno di molte insistenze e la proibizione di uscire se non si vaccinava. E’ strano vedere ragazzi che non hanno paura di fare a pugni, tremare e rifiutarsi di fronte ad una puntura. Paolo avverte che dopo la cena per chi si è iscritto c’è il corso per giocolieri. Usciamo e già ci sono due ragazzi tedeschi che hanno portato tutti gli attrezzi, palline, cerchi, birilli, piatti, e la bicicletta con una ruota. Tutti prendono gli attrezzi e fanno pratica, io invece seguo il gruppo dei non abili, andiamo a giocare a ping pong. Si forma il gruppo e vedo che la maggioranza non sa giocare. Mi improvviso insegnante, più di qualcuno vuole imparare. Mi impegno, scherzo, richiamo la loro attenzione. Due di loro non sanno fare la battuta anche se gliel’ho insegnata 10 volte. Non tutti hanno una coordinazione sufficiente. Un ragazzino si allontana, lo seguo con lo sguardo e lo vedo vomitare sull’erba. Dopo aver sputato tutto ritorna e mi dice che è colpa della droga che ha aspirato. Tutto ricomincia. Sono quasi le 10 di sera, i due tedeschi raccolgono gli attrezzi, scattano una foto, i ragazzi vanno a dormire, li saluto, e uno di loro che si è affezionato mi dice: "zio, vieni anche domani sera ad insegnarci ping pong?". Gli rispondo: "certo, domani la seconda lezione". Mi guarda con il suo sorriso sdentato e mi dice: "Buonanotte" (in italiano).

Esco. Strade illuminate, persone che tornano a casa, tanti giovani che escono dalle università, cosa normale in America Latina dove per studiare bisogna lavorare e il turno universitario della sera è quello più frequentato.
Salgo sull’autobus stracolmo all’inverosimile e pigiato in mezzo a questo popolo mi chiedo perché sono qui, perché continuo a viaggiare dentro le periferie del mondo. Mi rispondo che viaggio per riattivare il senso di cittadinanza a partire da coloro che hanno il volto sfigurato. Viaggio alla ricerca di un mio volto. Comprendere un significato della vita al contrario di quello che mi hanno sempre detto. Ricerco una nuova eticità che metta l’uomo veramente al centro e non lo sacrifichi in nome di qualcosa: regole, soldi, ideali, morale. Sento che la morale, i principi che ho imparato, si stanno sfaldando a pezzettini. Niente giustifica il sacrificio di un uomo, tanto meno di un ragazzo. Mi sento di un altro mondo. Il viaggio come lo sto vivendo, spacca le cose che pensavo verità, mi rende incerto, crea ottiche differenti. Il viaggio come lo sto vivendo è una ricerca di lenti per guardare dentro, e le lenti mi sono offerte dagli occhi, dalle emozioni, dai sogni e dalle ferite delle persone che incontro.

Mauro, Santa Cruz de la Sierra-Bolivia, 05.05.06