Noite Feliz, Notte Felice

Come l’anno scorso. La differenza è che adesso sono solo. Cammino nella direzione opposta a dove dovrei andare. È meglio respirare un po’, farsi una passeggiata, attenuare il dolore. Dolore non mio, certo, dolore di altri. Comunque dolore a cui partecipo da vicino, e che ogni tanto sento mio. E prima di arrivare a casa degli altri, incontrare parenti, tanti auguri a tutti com’è buono il tacchino, devo rifarmi mente e corpo, non voglio tenere questo muso lungo che mi ritrovo sul ghigno a chi non ne ha nessuna colpa e vuole solo passare qualche ora serenamente in compagnia. E quindi vai, cammina, cammina, macina chilometri, fatti passare questa sbornia di urli e mal di testa, pioviggina un inutile vento acquoso e dalle tettoie traballanti gocce, come sassi, colpiscono e macchiano la mia camicia già stropicciata malamente. Sudato vado.
Il clima è quello consueto, umido appiccicoso di giorno, nuvoloso di sera, temporale, umido appiccicoso la notte. Per fortuna non ho messo le scarpe nuove, le avrei rovinate per sempre: pesto ogni pozzanghera, guardo per aria, inciampo ad ogni gradino, cado in tutti i buchi. Come se non lo sapessi, mi stupisco dell’abbandono delle strade del centro. Anche la chiesa di San Francesco è chiusa. Ci vengo spesso, mi piace, è una delle pochissime chiese antiche sopravvissute. Nessuno. Eppure non è tardi, nove, nove e mezza al massimo. Cattedrale, chiusa. San Benedetto, chiusa. La messa di mezzanotte non si fa più ormai da vent’anni. Sa com’è, signora mia, con i tempi che corrono, uscire la sera è pericoloso, anche la notte di Natale; la messa di mezzanotte la facciamo alle sette così finiamo presto, chiudiamo la baracca e lei, signora mia, può andare a casa a togliere il tacchino dal forno e a mezzanotte può abbuffarsi tranquillamente, a messa c’è già stata, non si preoccupi che anche se erano le sette di sera è valida come se fosse quella di mezzanotte; cosa vuole, signora mia, uscire la sera è diventato così pericoloso che è meglio starsene a casa, stanotte poi in giro ci sono solo gli ubriachi, i mendicanti, qualche menino de rua e se guarda meglio vedrà pure uno che non è ubriaco ma è come se lo fosse, gira per il centro di notte da solo senza motivo, inciampa in ogni buco, cade nelle pozze e si inzacchera i pantaloni appena arrivati dalla lavanderia e chissà in che stato si presenterà a casa dei parenti per mangiare il tacchino; allora ha capito, signora mia, venga alle sette per la messa, buonnatale e prosperoannonuovo a tuttalafamiglia.
Niente messa, dunque. Volevo visitare il presepio. Anzi, i presepi. È una bellissima esposizione di presepi provenienti da tutto il mondo. Ci sono sempre venuto con mia figlia. Quest’anno si è ribellata, anni quindici: presepi con babbo, e maglietta decente (per favore, andiamo in chiesa, almeno copriti sta pancia) never more! Tutto chiuso, cartello: la chiesa è chiusa.
Forse era meglio che all’uscita dell’ospedale avessi preso l’autobus verso il tacchino. Ero pronto, tutto pronto, pulito pettinato, pancia in dentro e petto in fuori, moglie tranquilla e figlia sorridente.
Telefono: “ Pronto, non sta respirando, ha la febbre alta.”
 “Chiama l’ambulanza, ci vediamo all’ospedale.”
Qualche ora fa stava meglio, poca secrezione, nessun dolore. Le persone anziane vivono in costante contraddizione: forgiate dal tempo e dall’esperienza di vita, sopportano l’insopportabile, ma vivono la fragilità di un corpo che non vuole ubbidire più. Novantacinque anni sono tanti. Due settimane fa una trombosi aveva completamente ostruito l’arteria femorale. In sala operatoria erano pronti ad amputare. Invece la gamba è stata salvata dalla maestria di un chirurgo che è riuscito a liberare il flusso circolatorio. Quasi quattro ore, in anestesia locale. Come quando si va dal dentista. Novantacinque anni di ferro. Nessuno dei presenti in sala aveva mai visto una cosa simile: non un gemito. Oggi invece la febbre attacca, i polmoni affaticati, la schiena a pezzi. La malattia non rispetta feste comandate. Ospedale, intubare.
Cammino e respiro, voglio togliermi dagli occhi la smorfia di dolore, voglio togliermi dal naso l’odore acre di un pronto soccorso al neon. Il centro deserto rimbomba dei miei passi solitari, sulla porta sbarrata del Comune, un robusto palazzotto anni trenta opera di un importante architetto italiano, risaltano le tre “M” in onore del duce. Tre ragazzi litigano in mezzo alla strada, due piccoli e un grande. I due, armati di sassi e bastoni abbordano gli incauti che ancora non hanno imparato, fermi al semaforo, a chiudere il finestrino. Il grande li disarma e li invita ad andarsene con modi spicci e perentori, quel punto è unico ed esclusivamente suo, invece di assaltare, vende cianfrusaglie, pulisce vetri. Anch’io facevo come loro, oggi ho imparato che bisogna lavorare, mi spiega. Tre chilometri di via elevata feriscono a morte una buona parte della città, le è stato affibbiato il suggestivo nome di minhocão, il lombricone. Auto sopra; sotto, autobus e pedoni, tra questi io. Come paesaggio non è un gran che ma per lo meno mi riparo dalla pioggia. Un uomo striscia fino a me e mi chiede due soldi, si trascina a forza di braccia su due misere gambe monche. Ripenso alla paziente con l’arteria femorale ostruita.  Due giorni fa è crollato un palazzo invaso da decine di famiglie di senza tetto. Si sono accampati qui sotto, un poco più avanti. Una macchina della polizia militare entra in contromano a tutta velocità e si ferma a pochi passi. Ne scendono armati in quattro. Sospettano di una giovane coppia accovacciata sul ciglio della strada. Faccia al muro, il ragazzo porge i documenti, la ragazza senza scarpe abbassa gli occhi. Evidentemente questa notte le guardie non hanno niente di meglio da fare che sfoggiare muscoli e truculenza con due ragazzetti. Non fatevi più vedere, minacciano. I due raccolgono il poco che hanno e si allontanano barcollando. L’analogia mi viene automatica, magari un po’ forzosa, certamente suggestiva: penso al giornale di domani, scritto però duemila anni fa, la Gazzetta di Betlemme: Famiglia di senza tetto ieri sera ha occupato illegalmente il terreno dell’azienda agricola “Stella di Davide” nella cui stalla una certa Maria, moglie di un non ben identificato falegname, ha dato alla luce un bambino dal nome Jesus; prontamente informata la polizia di Erode si è subito messa sulle loro tracce. La famiglia si è resa irreperibile.   
Continuo a gironzolare in cerca dello stato d’animo adatto per affrontare il tacchino. Vorrei un buco, una tana da nascondermi e lì rimanere. È tardi, adesso devo proprio andare, per mia fortuna ricordo che mi aspettano e che tra un paio di fermate ritroverò la serenità di mia moglie e l’allegria di mia figlia, pancia di fuori e tutta coccole. Buon Natale.