Non si sa mai…

… e che ne hai fatto di tutti quei soldi?
Li ho spesi tutti: ci ho comprato cinquanta biglietti della lotteria!

Non faccio una piega. Ha ragione lui. Perché li avrebbe dovuti spendere in un altro modo? Sono o non sono soldi suoi? E uno coi suoi soldi ci fa quel che gli pare.
Col pragmatismo che mi distingue, se mi avesse chiesto un parere, avrei potuto suggerire mille altre forme di investimento: vestiti puliti, prima di tutto; oppure tenerseli per ogni evenienza… ma quale evenienza, se peggio di così non si può?; od ancora, chissà, offrirli a qualche donnina per un’oretta di compagnia, perché no? Chissà da quanto tempo, poveretto. Ma che dico, mannaggia a me. Uno si lascia coinvolgere ed arriva a dire quello che sarebbe meglio non dire e non pensare.
Non lo so, ma cinquanta biglietti della lotteria, mi sembrano troppi.
Non si sa mai.
Ma sai qual’è la probabilità di vincere?
Meglio pentirsene per aver sbagliato che per non averci neanche provato.

Situazione surreale, in cui il sogno prevale sul senso della semplice logica. Situazione in cui la realtà è così dura che l’unica difesa che resta è quella di trasformarla in nube evanescente. Non posso certo biasimarlo. Lo accetto così com’è e basta. Ma non mi si chieda di comprenderlo, non ce la farei. Che mi si aiuti ad allontanare da me la tentazione di giudicarlo. Per facilitarci le cose, riassumiamone la storia: sulla cinquantina, malato, solo al mondo che più solo non si può. Girovaga per le strade a frugare nei bidoni alla ricerca di qualcosa da vendere o da usare. Le varie operazioni a cui è sottomesso lo rendono fragile e soggetto a costanti infezioni respiratorie. Per qualche mese è accolto da una struttura che si occupa di questi casi, poi se ne dovrà andare. Non riesce ad articolare i movimenti, l’andatura traballante, quasi muto, la voce un soffio esangue. Gli sono simpatico perché, dice, non ho paura di lui e lo faccio stare meglio. Le nostre conversazioni sono limitate dalla sua difficoltà di parlare, l’argomento calcio serve a rompere il ghiaccio, prendiamo in giro le nostre rispettive squadre (è un trucco che uso sempre con tutti i pazienti, parlare di calcio, tifare per l’una o l’altra squadra a seconda dell’occasione). Un giorno lo vedo gesticolare sulla porta, litigava con un collega di sventura, un poveraccio come lui. Intervengo, separo la baruffa. Non chiedo spiegazioni, esigo però calma e rispetto. Inviperito se la prende con lo sventurato collega: nordestino di merda – quasi muto – inveisce. Comincia una torrenziale filippica contro gli immigrati dal nord-est del Brasile, i diseredati che arrivano a migliaia dalle campagne aride o dalle periferie di città miserabili in cerca di una vita meno dura. Sono tutti ladri, urla quasi muto, ci rubano il lavoro, sono tutti delinquenti e spacciatori di droga, bisognerebbe ammazzarli tutti, che restino al loro paese, è per questo che alle elezioni voto Ubiratan.
 – Ubiratan Guimarães: colonnello della polizia militare, comandante del truppa che nell’ottobre del 1992 entrò nel carcere del Carandirù e diede l’ordine di sparare. 111, centoundici, detenuti morirono, molti dei quali con spari alla nuca o da cortissima distanza, altri ancora sbranati a morte dai cani. Ubiratan Guimarães successivamente all’episodio si presentò candidato alla carica di deputato, venne eletto per tre legislature di seguito. Quest’anno concorreva alle prossime elezioni. Lo hanno trovato morto qualche giorno fa, assassinato in casa sua. Si pensa al crimine passionale, le indagini sono ancora in corso -.
Il mio amico, vorrebbe ammazzare tutti: spacciatori,fannulloni, mendicanti, nordestini. La frase fatta, questa volta esclude coloro che invece sono di solito il bersaglio preferito, i neri. Lui, negro, ha trovato qualcuno più negro di lui con cui prendersela e continua gli insulti.  Non si rende conto che probabilmente nel trovarselo davanti, il colonnello non ci penserebbe due volte.
Non vuole vivere diversamente, non vuole una casa, un lavoro, una famiglia. Gli piace così, girare per la città, le mani nei bidoni, dormire dove capita. Adesso è molto malato, capisce che ha bisogno di aiuto, mi viene a cercare. Arriva puntualissimo ad ogni sessione, mi riempie di regali, quello che trova nei bidoni. Non è la prima volta che i miei pazienti mi portano quello che trovano per la strada: un poster di Playboy, un libro di yoga, un portachiavi, un paio di manette. Sì, un paio di manette. Le ha trovate chissà dove, me le fa vedere sorridente. Il giorno dopo sarà fermato dalla polizia per un “normale” controllo (immaginiamo come sono “normali” i controlli della nostra polizia in certe zone della città e soprattutto con certe persone), gli trovano in tasca le manette, viene portato al commissariato, passa la notte in galera con mendicanti e nordestini, pensavano fosse un evaso, un fuggiasco: un fuggiasco storpio ammanettato, che si trascina nottetempo tra gli angoli bui della città e si nasconde dietro ai muri per fare babau, quasi muto, alle vecchiette. Si salva dalle botte perché comincia a tossire e sputare sangue. Mi confida che è capace di provocarsi emorragie, è un vecchio trucco da usare in specifiche occasioni. Esattamente come lo ha usato davanti al portone della Santa Casa, un grande ospedale pubblico a pochi passi dal centro a cui si dirigono migliaia di persone al giorno. Il pronto soccorso sembra un posto avanzato di un ospedale di guerra, feriti ad arma da fuoco, accoltellati, gente alla ricerca di parenti, ambulanze, anziani sdraiati per terra, ubriachi. Una umanità mutilata in cerca di rifugio. Chi ci ha passato anche solo qualche ora sa di cosa sto parlando. Ebbene, il mio amico ogni tanto bazzica da quelle parti, dice che in qualità di ex paziente e frequentatore assiduo spesso riesce a farsi dare qualcosa da mangiare, o, senza dir niente a nessuno, entra nel refettorio, si siede e mangia gratis. È uno dei tanti, uno tra i tanti. L’altro giorno, nei pressi del portone, dopo aver esaminato attentamente le possibili varianti di ciò che si accingeva a compiere, nota una signora, una di quelle, secondo lui, facili alle lacrime: il vecchio trucco, dice, funziona sempre. Comincia a provocarsi la crisi di tosse, impossibile non notarlo, la signora domanda se può essergli utile. Il mio amico, tra uno sbuffo e l’altro, le racconta la sua storia. La buona signora, come previsto, si commuove e gli mette in mano cento reais. Il mio amico, quasi muto, ringrazia e, tossendo, se ne va.
Valuta la situazione, risolve il dilemma. Nessun dubbio: cinquanta biglietti della lotteria.
Non si sa mai.