O doutorzinho, il dottorino

L’altro giorno, dopo molto tempo, ho incontrato quel pazzoide del mio amico, il Grande Lombardo, e manco a dirlo, dopo cinque minuti ero già lì che ci litigavo.
La cosa è molto seria, preoccupante direi. Il suo agire è sorretto e, secondo lui, giustificato, da quel complesso di pensieri che fatalmente si trasformano in azioni, da quell’insieme di idee che, a prima vista, sembrano genuinamente mosse da una innocenza adolescenziale che, in verità, ad un prima riflessione, crollano rovinosamente, smascherando così il vero volto del mio amico, per niente ingenuo o adolescente, ma frustrato e amareggiato dalla sua stessa pochezza.
La sua convinzione di essere nel giusto, si trasforma in azione impulsiva in nome di un principio superiore che rende conto solamente a se stesso; la continua produzione di frasi e slogan in una sorta di fatwa islamica, a determinare chi sia degno di considerazione oppure no: è la forma di agire che ha fatto sua, come a dire “l’ho fatto io, sì, in buona fede!”.
Preso com’è dalla smania di salvare il mondo, imbottito com’è di quell’idealismo crudele e cinico che non guarda in faccia nessuno, anzi, che passa sopra come un bulldozer a qualsiasi cosa che gli ostacoli il cammino, il mio amico, dall’alto del suo piedistallo, delirava, raccontava ridacchiando ciò che gli era successo. Davanti alle mie espressioni costernate, cercava di tranquillizzarmi dicendo che erano fatti vecchi di anni e che ogni tanto gli tornavano in mente. Auto indulgente come tutti coloro che si affidano ad idee assolute o assolutiste, cerca sempre di adattare eventi, cose e persone alla sua pre-concepita immagine di ciò che il mondo dovrebbe essere. Nel più puro stile leninista, a forza di massacri ideologici, trasforma la realtà adattandola al modo che gli sembra più congeniale ai suoi fini e, se non stai attento, è capace di ridurti in polpette con rapidi sillogismi e ragionamenti machiavellici. Non è cattivo, il mio amico, è che ha incarnato il suo personaggio in modo tale che non se ne sa più spogliare. Dorme, vive, pensa e mangia di se stesso, compiacendosi dei servigi che secondo lui rende alla nazione e al mondo.
Il suo ridacchiare si è trasformato ben presto in un orrendo sghignazzo e, confesso –  è stato quasi irresistibile; e di questo me ne vergogno – che di ridere ne avrei avuta voglia anch’io. Non ho riso, per non dargli ragione, anzi, come dicevo, ci ho litigato, e l’ho mandato a quel paese.
Insomma, raccontava che una delle sue pazienti alla favela aveva bisogno urgente di certe medicine che le rendessero più facile la respirazione. Una cosa molto seria, quindi. Era una ragazza inchiodata al letto da anni a causa di un improvviso aneurisma cerebrale inoperabile che le aveva devastato i centri motori del cervello lasciandole una tetraplegia spastica irreversibile. L’immobilità le provocava dolori atroci in tutto il corpo, anche se la malattia non le aveva danneggiato la coscienza, l’isolamento nella sua baracca senza finestre in fondo al vicoletto, l’aveva mentalmente perturbata, tanto da non riuscire più a conversare normalmente. L’azione terapeutica del mio amico, nonostante la precarietà della situazione (baracca miserabile, mancanza di attrezzi appropriati per l’esecuzione corretta di una riabilitazione motoria, insalubrità dell’ambiente, ecc.) era dunque fondamentale. E su questo non abbiamo niente da dire, il mio amico, tecnicamente parlando, è veramente molto bravo. Preparato, capace, conosce le tecniche terapeutiche e le applica al paziente a seconda dei casi e con questo riesce ad ottenere notevoli risultati. È bravo perché, anche se al paziente non mente mai, allo stesso tempo non gli toglie la speranza, magari solo la piccola speranza di sentire, domani, meno dolore di oggi. Per questo tutti i suoi pazienti gli vogliono un gran bene. Dicevo, dunque, che il mio amico si occupava di quella poveretta costantemente, le aveva riservato un trattamento vip, esattamente come avrebbe fatto con uno dei suoi pazienti dei quartieri alti. Chiese espressamente ad un suo familiare di comprare le medicine prescritte dal medico, in modo che l’ammalata tornasse a respirare senza fatica. Il cognato gli assicurò che le avrebbe comprate al più presto. È facile raccontare, così come sto facendo io. Proviamo ad immaginare cosa significa la vita in favela. “A desgraça nunca vem sozinha”, la disgrazia non arriva mai da sola, è un proverbio perfetto citato sempre da tutti. La promiscuità, l’ignoranza, la povertà, fanno un tutt’uno nel quale anche la più semplice azione, come quella di andare in farmacia a comprare le medicine, diventa difficilissima o a volte impossibile. Bisogna, prima di tutto, ricordarsene. Verrebbe spontaneo pensare di scrivere, di annotare i nostri impegni su una agenda. E se non si sa scrivere? La farmacia è a chilometri di distanza è necessario prendere l’autobus. E se non si hanno i soldi del biglietto? Insomma, potrei continuare con un elenco lungo così di difficoltà apparentemente semplici da sormontare che diventano montagne ripidissime. Fatto sta che qualche giorno dopo, trovando la paziente ancora malata, il mio amico notò che non solo non aveva preso le medicine, ma che queste non erano neanche state comprate. Accecato dall’ira (in questo caso giustificata dallo stato di salute della povera ragazza) cercò il cognato, che si era reso disponibile, e gliene disse quattro da par suo. Era furioso. Anche se avrebbe voluto, si trattenne dall’insultarlo, invece gli disse duramente che “No, questo non si fa”, che quando si prende una responsabilità di quel tipo, non ci sono santi che tengano, bisogna mantenere l’impegno preso, soprattutto perché ci andava di mezzo una innocente inferma. Il cognato a testa bassa non poteva nemmeno abbozzare una parola per giustificarsi, che subito il mio amico ricominciava l’invettiva e lo ricopriva di prediche. Non voleva sentire ragioni, non voleva ascoltare le solite giustificazioni: mi sono dimenticato, non avevo il biglietto dell’autobus, ecc. Pensava alla ammalata soffocata dal catarro e dalla sbadataggine del cognato che cercava di nascondersi dietro le solite scuse. Meno male che nella stanza non c’era nessuno all’infuori di loro due, altrimenti penso proprio che si sarebbe lasciato prendere la mano dalla forza dei suoi argomenti e dall’eloquenza della sua oratoria e avrebbe umiliato quello sventurato fino all’esaustione. Non so quanto durò l’arringa, conoscendo il mio amico, penso che andò per le lunghe. Qualche giorno dopo, incontrò per caso la sorella della paziente, la moglie del cognato. Le passò rapidamente vicino, notò che aveva il volto tumefatto, un occhio nero e il labbro tagliato. Non ebbe tempo di chiederle cosa fosse successo, scomparve rapidamente nel vicolo. Lo informarono che un paio di giorni prima il marito (il cognato in questione) tornò a casa che era un fascio di nervi e, al primo cruccio, si riversò su di lei e la riempì di botte. Umiliato dal mio amico, impotente nei suoi confronti, incapace di giustificarsi, oppresso da un atavico timore reverenziale davanti al “latinorum”del “dottore”, non riuscì a trattenere la rabbia accumulata, la frustrazione repressa e si sfogò sulla moglie. Non l’aveva mai fatto. Riempì la moglie di botte. E pensare che era, che è, un brav’uomo, padre di tre splendidi bambini, marito affettuoso, simpatico a tutti, una brava persona. Arriva il mio amico, lui, la star, il santo che fa camminare gli storpi, il “dottore” e lo sgrida in quel modo, lo riduce al rango di nullità, lo obbliga a sentire il peso di una responsabilità enorme e che avrebbe potuto perfettamente essere condivisa, lo fa a pezzi, lo annienta. Era la prima volta che lo trattavano così. Una persona semplice, umile e buona veniva pestata sotto le suole della santità di un “dottorino” (è così che lo chiamavano i bambini della favela, “doutorzinho”) che si prende la libertà di entrare in casa sua e parlargli in quel modo. Era troppo. Tenersi tutto dentro, mandar giù ancora una volta, abbassare la testa, non poter reagire. È tutta la vita che vive così, non potendo reagire. Non ci ha visto più. Dopo il primo smataflone alla moglie è andato giù duro, ha picchiato con forza, dove prendeva prendeva, peggio per lei. E mentre picchiava pensava alla sua vita, al sangue che ha sputato fin da piccolo quando venne a San Paolo senza una lira in tasca. Quando batteva la testa della moglie contro lo spigolo del letto, pensava a tutte le volte che gli avevano urlato “No, questo non si fa” perché si era assentato dal lavoro a causa delle crisi epilettiche di cui soffriva da sempre e che non poteva dirlo a nessuno per non venire emarginato, deriso e licenziato in tronco. “No, questo non si fa”, gli diceva a muso duro il mio amico, e lui giù botte alla moglie. Il mio amico venne a sapere che durante la messa nella cappella della favela, questo pover’uomo si inginocchiò e chiese perdono alla moglie, a tutti i presenti, chiese perdono ai suoi figli, chiese perdono a se stesso e chiese perdono a Dio. Il mio amico invece non ebbe il coraggio di dirgli niente, continuò il suo lavoro come sempre, come se niente fosse successo. Nessuno venne mai a sapere la vera ragione della furia che travolse quella donna sfortunata. Il doutorzinho ed il cognato della paziente continuarono a frequentarsi, amici come prima.

Le parole sono pietre. E il mio amico continua a non capirlo. Va avanti, impavido soldato, nella sua lotta ai mali del mondo senza capire che nel compimento del suo “nobile” intento, travolge e annichila più gente lui di qualunque altro. La buona fede è un nemico più subdolo del male che si vuole combattere. Un rimprovero fatto con buone intenzioni ha un costo altissimo e nessuno può arrogarsi il diritto di sentirsi dalla parte della ragione solo perché è in buona fede, nessuno.