Palline sui cactus e scontri nelle strade

In questa terra boliviana che mi ospita le feste del Natale si avvertono quasi solo per le luminarie collocate nelle strade e nelle vetrine dei quartieri ricchi della città, per qualche pubblicità televisiva o, entrando nelle chiese, per i presepi che le parrocchie stanno allestendo.
Il resto è polvere o fango, sole implacabile o diluvio tropicale, sono cactus rivestiti di palline colorate, sono bancarelle di bambole senza vestiti, di giocattoli di peluche sudici o di automobiline di plastica arrivati con i containers dal nostro "primo mondo", è la tristezza di famiglie spezzate dall’emigrazione, di bambini abbandonati a se stessi, di giovani che non hanno prospettive, di vecchi senza sostentamento.
Ma sono anche, bisogna dire, le campagne di raccolta di giocattoli, vestiti, alimenti e medicine destinati ai tanti orfanotrofi del paese, alle famiglie povere, ai malati.
Le strade si stanno riempendo del "popolo del Nord di Potosì", il territorio più povero di tutta la Bolivia, calato in città nei caratteristici costumi neri, i cappelli di lana di pecora a forma di cono, le ciabatte di gomma. Si sistemano sui marciapiedi, quasi sempre sono donne con tre o quattro bambini, a chiedere "l’elemosina di Natale", la tredicesima mensilità dei poveri, come l’ha definita un quotidiano della città. Il giorno di Natale, di primo mattino, si dispongono in lunghe file davanti alle porte delle parrocchie per ricevere un pezzo di pane e una scodella di latte.
Una lunghissima coda di persone attende pazientemente, giorno dopo giorno, il proprio turno all’ingresso dell’Ufficio Emigrazioni per farsi rilasciare il passaporto: sono migliaia i Boliviani che ogni settimana abbandonano il Paese diretti in Spagna o in Italia. Fino a poco tempo fa era esclusivamente la necessità economica a spingere tutta questa gente a cercar fortuna altrove.
Ora, alla povertà, alla mancanza di lavoro, si è aggiunta l’incertezza derivata dall’instabilità politica. Gente che aveva scommesso tutto sul "cambio" che l’elezione di un Presidente appartenente al "popolo originario" avrebbe portato nel Paese, nasconde la sua disillusione dietro volti tristi, preoccupati, tesi.
Un pericoloso braccio di ferro contrappone il Governo del presidente Morales ad un’opposizione che è andata via via prendendo sempre più forza e consistenza e che ora accomuna ormai intere Regioni, i loro Prefetti, i Comitati civici.
Il trinceramento partitico, il linguaggio rancoroso, l’intransigenza irresponsabile sembrano aver chiuso ogni possibilità di dialogo dando il via libera a provocazioni, a ritorsioni, a violenze. Ogni giorno gli organi di informazione danno notizia di qualche scontro fra maggioranza e opposizione, fra chi appartiene al popolo originario e chi non, di marce e contro marce, di manifestazioni e contro manifestazioni. L’ Occidente del Paese, luogo di montagne aspre e altipiani brulli spazzati dal vento, dove risede la maggioranza del popolo indigeno, rivendica il diritto alla rivalsa dopo anni di egemonia economica e forse culturale dell’ Oriente, terra di foreste calde e umide, di natura rigogliosa ed opulenta. L’ Oriente, dal canto suo, non è disposto a mollare nulla di ciò che ritiene di essersi conquistato nel tempo, soprattutto in termini di potere economico.
Le chiese cristiane tutte insieme hanno invitato i cittadini di buona volontà ad un incontro di preghiera per l’unità del Paese, senza grande successo, bisogna dire, forse perché la gente comune, di questi tempi, teme le concentrazioni. Si cammina per le strade velocemente, si evitano le piazze e i luoghi normalmente destinati ai raduni.
Ogni sera guardiamo la televisione con apprensione, ogni mattina apriamo i giornali con il batticuore. Temiamo il precipitare degli eventi, ogni avvenimento può esserne la causa scatenante, le Forze armate sono in stato di allerta. È Natale, anche qui in Bolivia.

articolo di Anna Maria apparso su "Il Giornale di Vicenza" sabato 30 dicembre 2006 cronaca pag.31