Quando parla il padrone

A guisa di introduzione

… Non solo non mi pagò – rispose il ragazzo -, ma come la signoria vostra oltrepassò il bosco e rimanemmo soli, tornò a legarmi alla stessa quercia e mi diede tante altre frustate che restai come un San Bartolomeo scorticato; e a ogni frustata che mi dava, mi diceva qualche frase di dileggio e di canzonatura per la signoria vostra che se non avessi sentito tanto dolore, avrei riso di cuore per quello che diceva. Insomma, mi conciò in tal modo che sono stato finora in un ospedale a curarmi del male che mi há fatto quel giorno, quel maledetto contadino. E la colpa di tutto questo ce l’ha la signoria vostra; perché se se ne fosse andato per la sua strada e non fosse venuto dove nessuno la chiamava, e non si fosse impicciato dei fatti fegli altri, il mio padrone si sarebbe limitato a darmi una o due dozzine di frustate, e poi mi avrebbe slegato e mi avrebbe pagato quel che mi doveva. Ma dopo lo scorno che la signoria vostra gli fece, e tutte le villanie che gli disse, gli montò la collera, e non potendosi vendicare con la signoria vostra, quando si trovò solo scaricò su di me il temporale, e in tal maniera che finchè vivo ho paura che non riuscirò mai a diventare un uomo…
… Per l’amor di Dio, signor cavaliere errante, e se un’altra volta mi trova e vede che mi stanno facendo a pezzi, non mi soccorra e non mi aiuti, ma mi lasci nella mia disgrazia, che non sarà mai tanta che non la possa far diventare più grande l’aiuto della signoria vostra, che Dio maledica, con tutti i cavalieri erranti che sono stati al mondo.

(Don Chisciotte della Mancia, vol. 1, capitolo XXXI. Miguel de Cervantes)

La miseria ancestrale, le situazioni estreme, l’abbandono cronico, il degrado ambientale e sociale, fanno del nostro Paese un cattivo esempio, un simbolo di ingiustizia, la dimostrazione vivente dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una grande parcella di responsabilità ricade certamente su di noi, brasiliani, che qui siamo nati, qui abitiamo e viviamo e qui continuiamo a sguazzarci e, abituati come siamo alle brutture, pensiamo ormai che esse stesse siano parte di noi, una nostra seconda pelle, anzi no, la prima pelle con la quale ci presentiamo al mondo: una contraddizione vivente degna di biasimo, pietà e forse, perché no, se ci comportiamo bene, anche di aiuto. Non c’è niente da fare, ormai ne siamo convinti. Vittime del nostro crederci inferiori rispetto ai paesi del “primeiro mundo”, siamo pronti come allocchi ad accettare ciò che viene da fuori come soluzione consona ai nostri problemi e quindi non perdiamo tempo per adattare teorie e prassi al nostro modo di vivere e di essere. Ed è così in tutti i campi della nostra vita, dalla moda alla musica, dalla tecnologia al turismo, dal parlare quotidiano alla politica. Terra di conquista da sempre, accettiamo tutto, tutti e di tutto. Pronti ad esaltarci, pur sapendo che più alto è il volo e più violenta sarà la caduta, non ci risparmiamo in manifestazioni di giubilo ad ogni accenno di cambiamento salvo poi trasformarle in biasimo e negazione alla prima difficoltà che ci si presenti davanti.

Poveracci, noi. Dei nostri difetti il “primeiro mundo” se ne è accorto da un pezzo e ha fatto della nostra gente e della nostra terra tutto quello che non ha potuto fare, e né se lo sognerebbe mai, con la sua gente e con la sua terra. Esempio classico trito e ritrito: quanti mesi di lavoro sono necessari ad un operaio della Fiat di Torino per comprarsi la sua onesta macchinetta? Quanti mesi di lavoro sono necessari invece ad un operaio della Fiat di San Paolo per comprarsi la sua? Risposta: probabilmente non se la potrà mai comprare. Oppure se la compra usata con centocinquanta mila chilometri. Potrei porre la questione sull’inquinamento ambientale, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sul turismo predatorio, sul turismo sessuale, ma il discorso si farebbe lungo e noioso e questa vuol essere una introduzione per quello che è scritto in seguito.

Dicevo dunque, terra di conquista. Frequentemente il nostro lavoro ci ha fatto incontrare persone di tutto il mondo. L’interesse e l’onesta preoccupazione che tanta ingiustizia suscita nelle persone, ha portato molti a compromettersi in prima persona per lavorare con la nostra gente, per cercare insieme forme alternative per contornare la miseria e trovare nuove vie di sviluppo. Ma spesso, quasi sempre, le persone che abbiamo conosciuto sono mosse da un desiderio interiore quasi mistico, come se avessero ricevuto una unzione, come se avessero scoperto un cammino da percorrere, come se il lavoro in situazioni estreme fosse una vocazione, un desiderio spirituale da dover essere appagato con il lavoro stesso, ossia, che il lavoro in sé è sufficiente per soddisfare quell’anelito altruista che li infiamma: come il Grande Lombardo, insomma, di cui ogni tanto parliamo nei nostri articoli. Sempre, quasi sempre, ci spiegano che uno degli stimoli più impellenti al quale non riescono a resistere e devono per forza rispondere, è il senso di colpa. Vedere, sapere che esiste tanta miseria, li fa sentire in colpa come se loro stessi, personalmente ne fossero i responsabili. Come se a casa loro, nella bassa padana, il loro vivere quotidiano, la vita spicciola di tutti i giorni, il semplice gesto di accendere il motore della loro auto, stesse distruggendo l’Amazzonia, stesse uccidendo i bambini di strada o facesse crollare le baracche di una favela. Lo sappiamo che il mondo è un tutt’uno e che il battito di ali di una farfalla a Pechino provoca un uragano a New York, ma quello che diciamo e cerchiamo di spiegare agli amici che incontriamo, è che se si vive la propria vita con la coscienza del mondo, siamo già a metà strada. A volte il grande gesto di altruismo (come d’altronde possono essere i nostri, quelli del nostro lavoro che vi descriviamo) quando non è sostenuto da una grande preparazione teorica e tecnica e da una continua e severa autocritica, finisce sempre per essere controproducente: dopo una settimana che si pesta la fogna coi topi morti di una favela, dell’entusiasmo iniziale non rimane che un amaro sapore in bocca. E il lavoro si trasforma in mera routine. Il mio amico Juan Pablo Sanzetenea che partecipò con noi alla festa di Macondo del 2004, mi raccontava che nel suo paese, in Bolivia, la figura più popolare nelle comunità indigene è l’antropologo o il volontario della Ong di turno. Arrivano, diceva Juan Pablo, con la jeep, il lap-top, il cellulare, il cappello da esploratore e la borsa a tracolla. Fanno domande, prendono nota, organizzano manifestazioni “culturali”, danze, feste e balli vari, filmano tutto e se ne vanno. Dopo una settimana ne arrivano altri, altrettanto predisposti a vedere e confermare le loro informazioni e i loro preconcetti nei quali devono per forza far rientrare la realtà che li circonda. Alcuni amici italiani chiesero a Juan Pablo quale poteva essere la forma migliore di collaborazione. Juan Pablo rispose testualmente: “lasciateci scrivere la nostra storia”. In fondo, mi diceva a quattrocchi, è come se Bill Gate o il Berlusca in persona entrasse in una casa di una città di provincia e si meravigliasse della semplicità con cui vive la famiglia media italiana: senza l’elicottero in giardino, senza caviale e champagne a tavola, e volesse insegnare a tutti i costi al padrone di casa come si fa a diventare ricchi in poco tempo. Quale sarebbe la reazione dei più? Caccerebbero Bill Gate o il Berlusca a pedate, diceva Juan Pablo, ridendo. Con le nostre comunità, le nostre favelas, succede la stessa cosa: arriviamo noi (i Bill Gate di turno, i Grandi Lombardi) che sappiamo benissimo come si vive nelle favelas, perché abbiamo letto, visto e parlato con tanta gente che aveva già letto, visto e parlato prima di noi, per insegnare ai poveracci come si deve vivere meglio. Idem per quello che riguarda i meninos de rua. Siamo così disposti e pieni di informazioni (preconcetti) che analizziamo la realtà che vediamo (senza conoscerla) per farla coincidere esattamente con quello che da essa ci aspettiamo.

Che tipo di lavoro, che tipo di intervento può produrre un atteggiamento del genere?

Attenzione, nessuno ne è immune. Neanche coloro che lavorano mossi dalle più buoni intenzioni.

Un giorno in favela, un amico mi disse: vedi Paolo, la cosa che mi fa più paura è l’abbraccio dei buoni.

Come? Che significa, risposi.

Sì, continuò, perché i buoni ti vogliono bene e te lo vogliono dimostrare ad ogni momento e allora ti abbracciano, e ti abbracciano così stretto, così forte che perdi il respiro e soffochi.

E qui mi fermo.

Meninos de rua nel mio ufficio
(di José Aristodemo Pinotti – Folha de Sao Paulo 23/1/2006)

Un bambino fradicio di pioggia, batte al vetro della mia macchina, mi sono ricordato di una storia che ho vissuto quando venni nominato Segretario dell’Educazione dello Stato di San Paolo nel governo di Franco Montoro (1986). Il mio primo atto fu quello di visitare nella piazza Don Pedro II, la “Scuola Aperta”, organizzata per accogliere meninos de rua, una dimostrazione viva dell’enorme buona volontà dei professori e delle difficoltà che non furono vinte. All’uscita, sette bambini chiesero se avrebbero potuto fare colazione con me alla sede della Segreteria di Educazione. Accettai. Cascão, Cassiano, Roberto, Alex, Igor Rafael e Abel entrarono dai finestrini e dalle portiere della macchina. Il tragitto fu rumoroso: toccarono la sirena, la misero in funzione, saltavano dal seggiolino posteriore a quello davanti, l’autista si irritò e, all’entrata della Segreteria venni bloccato alla portineria per essere in compagnia di “pivetes” (scugnizzi, monelli). Nel mio ufficio, offrì ai sette ragazzi un lavoro. Volevano essere pagati tutti i giorni, allo stesso modo come erano abituati a sopravvivere. Avevano un altro desiderio, quello di avere una carta d’identità, che riuscimmo ad ottenere in poco tempo. Non avevano dove abitare, misi a disposizione la mia sala, ampia, con divani e un bel bagno. Informai le guardi di sicurezza che i bambini avrebbero potuto entrare la sera fino alle ventuno e ne sarebbero usciti per le loro funzioni la mattina alle otto, al mio arrivo. Alcuni rimanevano alla Segreteria di Educazione ad aiutare in piccoli lavori, altri uscivano per sbrigare piccole commissioni. Cominciò un legame affettivo con le persone della Segreteria di Educazione e così si passarono i mesi. Io per loro ero l’unico capo e tutti i giorni volevano discutere gli ordini ricevuti da altri. Ricordo che una volta li portai alla mia casa di campagna a Campinas, dove abitavo. In poco tempo distrussero i giocattoli dei miei figli ma tuttavia riuscirono bene ad andare d’accordo. Il custode e la sua famiglia furono quelli che reagirono di più. In un’altra occasione, li portai al mare, a Guarujá. La settimana successiva i sette arrivarono da soli. Vennero a piedi o con mezzi di fortuna. La mia donna di servizio, Maria, chiese se poteva riceverli e così fece. Un giorno, due di loro furono impediti di entrare alla Segreteria perchè arrivarono di notte dopo le ventuno. Scalarono i muri ed entrarono nella mia sala. Era impressionante la vitalità e la creatività di questi bambini, determinate dalla necessità della sopravvivenza e incorporate ai loro modi di fare e al loro vissuto. Alla segreteria ci rimasi appena un anno. Rimpatriammo Rafael a Minas Gerais, con la sua famiglia, dove sta bene e vive fino ad oggi. Alex era un acrobata, lo sistemammo in un circo e ancora lo incontro con frequenza. Al circo non ci lavora più, ha studiato ed ha un lavoro. Abel lavora con me fino ad oggi. Questa è la parte buona della storia.

Cascão e Roberto tagliarono i legami e venimmo a sapere, molto dopo, che furono assassinati. Cassiano, un ragazzo forte e bello, continuò a lavorare con noi all’ospedale Perola Byington. Aveva L’Aids ed era già stato arrestato varie volte. Un giorno, sotto l’effetto della droga, commise un piccolo furto (13 Reais), venne arrestato, aggredì i poliziotti, era già un pregiudicato. Non riuscii a liberarlo. Morì in prigione. Ebbene, 50% di mortalità in bambini che hanno avuto un certo tipo di protezione e di opportunità. È triste pensare che è questo, o ancora peggio di questo, il destino di questi bambini.

Avrebbe potuto essere diverso poiché la strada e le circostanze nelle quali erano inseriti avevano sviluppato in loro qualità che se approfittate, avrebbero potuto determinare buoni o perfino ottimi risultati (c’è una parola per definire: dissoluzione), ma questo processo non si verifica con azioni sporadiche, amatoriali, di buona volontà come quella che la mia equipe ed io tentammo di realizzare. Richiede un accompagnamento continuo e con maggior dedicazione di quello che si mette a disposizioni a bambini che non hanno sofferto le aggressioni fisiche e psichiche dell’abbandono e della vita in strada e che trascende la burocrazia e la professionalità degli organi pubblici, per più efficienti che siano. È necessario amore, religiosità, dedicazione, determinazione e continuità. Ho visitato un progetto dei Salesiani a Bogotà, (Bosconia Florida) con queste caratteristiche e ho conosciuto giudici, medici, imprenditori di successo, salvati dalla strada da questi religiosi. Non descriverò il processo – molto simile a quello dei francescani di qui, descritto nella bellissima reportage di Daniela Tofoli -, ma appena dirò che un buon cammino sarebbe quello di individuare e finanziare istituzioni, preferibilmente religiose, che abbiano già spontaneamente dimostrato di essere in condizione di affrontare il problema, come stanno facendo a San Paolo il sindaco José Serra e i segretari Floriano Pesaro e Andrea Matarazzo – anche perché i programmi del governo puri sono frequentemente interrotti nei cambiamenti politici. Moradores de rua adulti li troviamo in tutti i grandi centri urbani, ma bambini di strada esistono solamente dove si è perduta la dignità, e il tessuto sociale dilacerato.
(folha de São Paulo 24/01/2006)

José Aristodemo Pinotti, 71 anni, professore titolare congedato di ginecologia della USP (Università di San Paolo) e della Unicamp (Università di Campinas), è Segretario municipale dell’Educazione . Già Segretario di Stato dell’Educazione (1986-87) e della Sanità (1987-91); Segretario municipale della Sanità (2000) e rettore della Unicamp (1982-86).

Quando parla il padrone

Mia madre mi insegnava a non sentire, a non dare ascolto e se le parole diventavano troppo forti, diceva di andarmene. Forse questa è l’unica forma che gli umili, i più deboli, hanno per difendersi: quando il padrone ti sgrida, dire sempre di sì con la testa, ma tappandosi gli orecchi però, non permettere che gli insulti e gli urli ti tocchino l’anima. Fingere di non sentire e dire sempre di sì è la legge della sopravvivenza. Chi ascolta, reagisce e chi reagisce viene massacrato, torturato, venduto e ucciso. Per il nostro popolo schiavo non esisteva e ancora oggi non esiste altra alternativa se non fingere. Fingersi felice, fingersi indignato. Fingersi speranzoso, fingere a se stesso sapendo che tutto è una illusione e che non esiste niente di meglio di un quotidiano carpe diem.

Le parole dell’articolo a cui mi riferisco, presentano un tono pacato, quasi dottorale, un professore amico imbottito di bonaria saggezza che consiglia i suoi accoliti.

In verità sono scritte da uno dei padroni, uno di quelli a cui è necessario dire sempre di sì, per lo meno muovendo la testa. Un padrone che molte volte ha potuto tirare le redini del potere, un padrone che continua ad avercele in mano. E che redini!

Siamo davanti al più chiaro esempio di come vengono affrontate le politiche pubbliche di educazione e di intervento sociale. Il padrone di turno lo spiega forte e chiaro come si fa: finanziare le istituzioni private o missionarie! Ossia, lo Stato che ancora una volta abdica dalle sue funzioni e delega la sua responsabilità ad altri, privatizzando se stesso. E quando lo Stato decide finalmente di intraprendere qualche iniziativa, lo fa a livello strettamente individuale: il capo, il padrone bonario che mosso a pietà e buone intenzioni, chiama a sé i bambini poveri per offrire la sua mano amica, senza accorgersi, o non importandosene minimamente, che in questo modo commette un vero e proprio crimine.

Esistono numerose proposte di deputati federali, dello stato e di consiglieri municipali per modificare la legge che impedisce il lavoro minorile. Dichiarano che il lavoro nobilita e che è sempre meglio lavorare che starsene per la strada senza far niente. Ecco allora che troviamo stuoli di grandi imprenditori o piccoli commercianti che contrattano bambini e adolescenti, ceduti da istituzioni e case di accoglienza, per lavorare nelle loro aziende con la scusa di insegnargli un lavoro, ma con il vero scopo di farli lavorare e produrre col vantaggio di ottenere sgravi fiscali (per aver assunto apprendisti) e pagando uno stipendio simbolico che sempre rimarrà nelle mani dell’istituzione che ha fornito la mano d’opera. La stessa cosa avviene per quanto riguarda le Ong che lavorano con i bambini. Questo, il bambino, resta nelle dipendenze della sede ad eseguire piccole commissioni, pulire per terra, leccare le buste dei foglietti illustrativi (spedite al mondo intero per chiedere donazioni), riceve in cambio un piatto caldo, una maglietta pulita e la possibilità di farsi un bagno. Quando si pensa a lavorare con i bambini, prevale sempre lo spirito di bontà, della carità, dell’altruismo a scapito della preparazione e della capacità professionale: l’amore – questa grande e meravigliosa scusa per risolvere i mali del mondo – muove montagne e giustifica tutto. Giustifica pure che un uomo di potere impieghi bambini per lavorare illegalmente nel suo ufficio, giustifica la Segreteria di Educazione a mai formulare nessun tipo di politica seria, basta la buona volontà, basta l’amore. Maledetto amore.

Nelle parole del bonario professore appaiono di nuovo nomi conosciuti dei quali abbiamo parlato nei tre articoli intitolati “no comment”. Sono indicati come esempio di un buon lavoro.

Sono passati vent’anni e il nostro Segretario occupa ancora il posto di comando, quello da dove dovrebbero scaturire le direttrici di intervento per gli educatori del municipio.

Che tutti leggano le sue parole, e che mai più dicano sì, che mai più restino tranquilli o fingano di essere d’accordo. Basta. La certezza di essere un intoccabile, la certezza di che tutto resta identico a se stesso (come i suoi vent’anni ininterrotti di potere politico e accademico) è il grande materasso sul quale si sdraiano e dormono i nostri governanti. La certezza di che "tutto vale in nome dell’amore" é il segnale convenuto per permettere che i nostri bambini continuino ad essere abbracciati dall’immobilismo della bontà missionaria, che non fa altro se non perpetuare la mendicanza sottomessa alla dedicazione volontaristica momentanea e aleatoria.

Adesso che ho imparato a non tapparmi le orecchie, sono capace di non fingere e di mai più dire sì.

Quando fala o patrão

Minha mãe me ensinava a não escutar, a não dar ouvido e quando as palavras se tornavam grossas de mais, a ir embora. Talvez seja esta a única forma que os humildes, os mais fracos, tem para se defender: quando o patrão reclama, dizer sempre sim com a cabeça, mas tampar os ouvidos, não deixar que os insultos e os berros o atinjam na alma. Fingir de não ouvir e dizer sempre sim é a lei da sobrevivência. Quem ouve, reage e quem reage é espancado, torturado, vendido e morto. Para o nosso povo escravo não havia e ainda não há alternativa senão fingir. Fingir-se feliz, fingir-se indignado. Fingir-se esperançoso, fingir a si mesmo, sabendo que tudo não passa de uma ilusão e que nada vale mais como um dia após o outro.

As palavras escritas acima apresentam um tom pacato, quase doutoral, um professor amigo imbuído de sabedoria bondosa que aconselha os seus acólitos.

Na verdade são escritas por um dos “patrões”, um daqueles aos quais precisa dizer sim, pelo menos mexendo a cabeça. Um patrão que muitas vezes teve nas mãos as rédeas do poder, um patrão que continua tendo as rédeas na mão. E que rédeas…

Estamos diante do mais claro exemplo de como são encaradas as políticas públicas de educação e de intervenção social. O dono da vez explica forte e claro como se faz: financiar as instituições particulares ou missionárias! Ou seja, o Estado que mais uma vez abdica das suas funções e delega a sua responsabilidade a outros, terceirizando as suas atribuições. E quando o Estado decide finalmente tomar iniciativa, faz-no a nível puramente pessoal: o chefe, o patrão bondoso que movido por piedade e boas intenções, chama a si meninos carentes para oferecer mão amiga sem perceber, ou não se importando minimamente, que fazendo isso comete verdadeiros crimes.

Existem inúmeras propostas de deputados federais, estaduais e vereadores para modificar a lei que impede o trabalho infantil. Alegam que o trabalho enobrece e que é sempre melhor trabalhar do que ficar a toa na rua. Existem enxames de empresários que contratam crianças e adolescentes, cedidos por instituições e casas de acolhidas, para trabalhar nas suas empresas com a desculpa de ensinar um ofício, mas com a verdadeira finalidade de fazê-los trabalhar e produzir, tendo a vantagem da isenção fiscal (por ter empregado aprendizes) e pagando um salário simbólico que fica sempre na mão da instituição que forneceu a mão de obra. E assim acontece com muitas das Ong que trabalham com crianças. O menino fica nas dependências da sede executando pequenos serviços, varrendo o chão, lambendo envelopes da mala direta (enviados ao mundo inteiro para pedir doações), recebe em troca um prato de comida, uma camiseta limpa e a possibilidade de tomar banho. Quando se pensa em trabalhar com criança, sempre prevalece o espírito da bondade, da caridade, do altruísmo em detrimento do preparo e da capacidade profissional: o amor – esta grande e maravilhosa desculpa para resolver os males do mundo – move montanhas e justifica tudo. Justifica também que um homem público empregue crianças para trabalhar ilegalmente em seu gabinete, justifica a Secretaria de Educação a nunca formular nenhum tipo de política seria, basta a boa vontade, basta o amor. Maldito amor.

Nas palavras do bondoso professor reaparecem nomes conhecidos dos quais falamos nos três artigos intitulados “no comment”. São indicados como exemplo de bom trabalho.

Vinte anos se passaram e o nosso secretário ocupa novamente a cadeira fundamental, aquela de onde deveriam sair as diretrizes de intervenção para os educadores do município. Que todos leiam as suas palavras, e que nunca mais digam sim, que nunca mais fiquem quietos ou finjam estar de acordo. Chega, basta. A certeza de ser um intocável, a certeza de que nada muda e tudo continua igual a si mesmo (como os seus vinte anos ininterruptos de poder político e acadêmico), é o grande colchão no qual deitam e dormem os nossos governantes. A certeza de que “vale tudo em nome do amor” é a senha para permitir que as nossas crianças continuem sendo abraçadas pelo imobilismo da bondade missionária que não faz outra coisa senão perpetuar a mendicância subserviente à dedicação voluntarista momentânea e aleatória.

Agora que aprendi a não tampar os ouvidos, gostaria de nunca mais estar fingindo dizer sim.

Edith Moniz