Saudade

Saudade: è una delle parole più belle della nostra lingua, significa nostalgia, malinconia. È però una parola ambigua, capace anche di esprimere il desiderio di rivedersi, la bellezza dell’incontro dopo tanto tempo, la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e per qualche ragione non si è verificato, più che un passato ineluttabile, esprime un irrealizzato desiderio di un futuro possibile.
L’abbraccio non mente, è forte, sincero, emozionato e emozionante. Una profonda saudade è nell’allegria di rivedersi dopo due anni e mezzo. Ci si incontra nel parcheggio di un supermercato, in campo neutro, ad una certa distanza dalla tua favela. Ci sediamo al tavolo di un bar all’uscita del grande atrio della stazione delle corriere. Tra la folla in partenza, noi quattro. Occhi lucidi e saudade. Ci si racconta la vita di questi lunghi ed incredibili mesi, difficoltà, punti fermi, soddisfazioni, frustrazioni. A vicenda ci domandiamo di figli e amici.
Viaggiare sembra facile, una valigia e via. In realtà sono ore ed ore in attesa di un posto sulla corriera, la possibilità di rimare a piedi in questo paese senza treni è enorme. Intorno a noi centinaia di persone si affrettano e si pigiano agli sportelli della biglietteria e sui terminal. Viaggiare a tutti i costi, incontrare la famiglia lontana almeno una volta all’anno, per le feste, risparmiare al centesimo per garantirsi il posto, un giorno, due, tre giorni di corriera fino al nord-est, fino all’interno, fino a Minas Gerais. È da là che vieni, amica mia, sei arrivata da qualche giorno e già pensi al ritorno, vuoi portare con te il marito ammalato, lo vuoi vicino: qualche tempo fa lo andai a trovare all’ospedale, sembrava che il secondo ictus lo avesse devastato definitivamente, e invece eccolo qua, davanti a noi, non parla quasi più ma capisce tutto e riesce a camminare lo stesso. Ora lo vuoi vicino a te ma ti piange il cuore di dovere lasciare qui i tuoi figli per la seconda volta. Sappiamo cosa ti è successo e tu sai benissimo cosa è successo a noi. È qui in questo stesso bar che ci siamo incontrati la prima volta dopo le minacce, dopo la nostra fuga su due piedi quella sera dal piazzale della favela. È qui che cercavamo di capire quello che la nostra ottusa ingenuità non ci permetteva di comprendere. E pochi giorni dopo anche tu dovevi andartene e sei passata da qui. Il tempo attutisce gli eventi in modo tale che oggi sei potuta ritornare, qualche giorno, ma sei tornata. Dici che alla favela non parli con nessuno, non ti fidi più di nessuno, neanche di coloro che lavoravano con te gomito a gomito, ricordi benissmo che nessuno mosse un dito. Proprio tu che eri quella che organizzava la vita del luogo e mediava tutte le relazioni, proprio tu che hai affrontato i trafficanti quando hai proibito che sbarrassero i vicoli di notte, per avere via libera nei loro loschi affari. Fai bene, rimani a San Paolo il meno che puoi e tornatene a Minas. Ormai per te non c’è più spazio. La tua favela è diventata un antro di traffico di droga e pedofilia. Sapessi quanto ci sei mancata, sapessi quante volte abbiamo pensato: e se ci fosse Benedita, cosa direbbe? Quanti anni, amica mia, quanto tempo.
Flash di ricordi, risate, qualche lacrima di rimpianto. Incentivi Edith a non mollare mai, le ricordi che i meninos de rua la stanno aspettando e che le vogliono bene, le dici di non aver paura. Molte le domande che ci poniamo anche se non vorremmo porcele mai, molte le considerazioni a lasciarci l’amaro in bocca: se ci fossimo comportati in un altro modo, tutto sarebbe diverso. Perché chi ha sofferto più di tutti in questa storiaccia sei stata tu. In fondo noi ce ne siamo andati da lì e basta, qualche minaccia, un po’ di paura, denunce, processi e diffide del giudice, tutta roba da ridere a confronto con te, che hai dovuto abbandonare una comunità intera, la tua storia, la tua casa, la famiglia, i figli adolescenti, i nipotini. Noi abbiamo le nostre case, il nostro lavoro. Tu sei tornata nel luogo che lasciasti per la troppa miseria. Racconti che là niente è cambiato. Miséria em toda parte, miseria dappertutto. C’è perfino gente diventata cieca, dalla fame.
Che strano paese il nostro, Benedita, più tritura i suoi figli e più questi sono capaci di vite e gesti dalla grandezza epica. Il vero povero è colui che non sa valorizzare ciò che ha, mi ripeti con enfasi la frase che forse ti è più cara, frase dettata dalla tua saggezza antica.
È bello rivederti amica mia.
Ci salutiamo dandoci appuntamento tra un paio di settimane. Voglio portarti a conoscere il progetto nato nella favela vicino alla tua, nato da una costola della nostra prima idea abbandonata in fretta e furia. Voglio farti vedere che nonostante tutto qualcosa lo abbiamo combinato e se è venuto bene lo dobbiamo anche a te.
Una volta dissi che la porta della tua casa era sempre aperta. Vedo che le brutture della vita non te l’hanno fatta chiudere, sento che in questo senso niente è cambiato e la tua porta, Benedita, continua aperta. E di questo ti ringranzio.