Scurdammoce o passato

Lo scenario è sempre quello: una muraglia umana di venditori ambulanti a contendersi chi passa. Migliaia di persone spinte nelle braccia dell’economia informale, lavoro nero, senza garanzie, senza prospettive, senza futuro, entrano nel giro del contrabbando di merce rubata, falsificata, importata illegalmente dal Paraguay o dalla Corea. La muraglia umana vende di tutto, giocattoli elettronici, biglietti della metropolitana a metà prezzo, borsette di Gucci, puro whisky scozzese. Una volta a settimana passano le guardie municipali, "o rapa", la razzia. Senza tanti complimenti portano via tutto, distribuendo manganellate a destra e sinistra, distruggono le miserabili baracchine di chi non ha fatto in tempo a scappare e mettersi in salvo con la sua merce. Nel corri-corri generale c’è sempre qualcuno che rimane indietro e paga per tutti e giù botte. È lo stoppino che accende la rivolta, gli ambulanti reagiscono: organizzati e compatti obbligano i negozi a chiudere le saracinesche, costruiscono barricate e tirano sassi. Qualcuno spara. Ogni tanto ci scappa il morto.
Lo scenario è sempre quello, anche oggi. Passo tra la muraglia di venditori ambulanti che staziona tra il terminal di autobus e la stazione del metrò. Non mi accorgo dell’arrivo del "rapa", la razzia delle guardie municipali. Mi metto in salvo per miracolo. Volano pietre, bastoni, fumogeni. Sul tetto del terminal un gruppo di meninos – sì, proprio quelli lì, i meninos de rua, che ormai sono i figli o i nipoti di quelli che imparammo a conoscere tanti anni fa quando cominciò il nostro lavoro – osserva sorridente. Restano immobili e contenti. Una volta tanto non sono loro il bersaglio. Ridono, sghignazzano, urlano e scandiscono in segno di scherno il nome di ogni venditore ambulante catturato o pestato dalle guardie. I fumogeni si diradano, le guardie si appostano davanti alle entrate del terminal e della stazione della metropolitana, fino a domani. I passanti, obbligati ad aspettare la fine del confronto, finalmente possono continuare il loro via vai, pecoroni, ed io con loro.

"Anch’io, come Gesù, sono stato tradito."
"No, lui non è Gesù, lui è il diavolo e dobbiamo esorcizzarlo."

Gli autori di queste due edificanti frasi proferite negli ultimi giorni della campagna elettorale, sono niente meno che, rispettivamente, l’attuale presidente della repubblica – candidato alla rielezione – e il suo predecessore – rimasto in carica per due mandati consecutivi. Il presidente-candidato (o candidato-presidente, nessuno lo ha ancora capito) si paragona niente meno che a Gesù. Anche lui come me, dice, è stato tradito. Si riferisce certamente all’ennesimo scandalo esploso due settimane fa. In poche parole: il suo segretario diretto, insieme ad alte figure del partito (tra cui lo stesso presidente del partito) viene sorpreso nell’atto di comprare un dossier che dovrebbe incriminare i candidati avversari (i due candidati avversari: alla presidenza della repubblica e al governo dello Stato di San Paolo). Il dossier proveniva dalle mani di due noti corruttori, già denunciati per uno scandalo precedente, solo un paio di mesi fa, una vendita fraudolenta di ambulanze facilitata da 72 deputati federali corrotti. Apriti cielo. Di nuovo, nel giro di pochi tempo, persone legate al presidente della repubblica in carica, nonché candidato alla rielezione, coinvolte in uno scandalo scabroso. Tanto più che il dossier in questione era un bluff: vecchie immagini del candidato al governo dello Stato (ex ministro della sanità) e del candidato alla presidenza (ex governatore dello Stato), in una cerimonia pubblica alla quale partecipavano loschi figuri, arrestati e condannati successivamente perché coinvolti in quella vendita fraudolenta di ambulanze facilitata da 72 deputati federali corrotti di cui sopra. Uffa.
Non è la prima volta che il presidente in carica si paragona a Gesù. Poverino, nel giro di un anno sarà stato tradito per lo meno quattro o cinque volte. Tutti i suoi uomini di fiducia dimessi, arrestati o coinvolti in fatti e fattacci. Poverino, come Gesù, tradito ma alla fine trionfante nello splendore della resurrezione (parole sue, quando paragonava la sua imminente rielezione all’Evento che cambia la Storia).
L’ex presidente, al potere per due mandati consecutivi, responsabile di… beh’, lasciamo perdere, non ha perso tempo: figura di spicco del partito all’opposizione e che tenta disperatamente tornare al potere, prende la palla al balzo e al comizio finale, paragona il povero cristo addirittura al diavolo, al demonio, un satanasso da esorcizzare dal corpo della nazione (parole sue). Eppure fu lui a cambiare le regole del gioco, fu lui a pretendere di cambiare la costituzione in modo da poter permettere la sua rielezione ad un secondo mandato. Eppure fu lui ad ordinare che si facesse tutto il possibile in modo che i deputati votassero per la riforma costituzionale. Eppure fu lui (a dir la verità, il suo braccio destro) che offrì duecentomila dollari ad ogni deputato che aderisse alla sua proposta di aggiornamento della costituzione. Eppure fu. Uffa.

Stesso scenario, qualche giorno dopo. Stessi attori, parti invertite. A guardare e sghignazzare sono adesso gli ambulanti. Le guardie con la truculenza di sempre stanno bastonando un gruppo di meninos che si divincolano e scappano come possono inciampando nei loro stessi piedi avvolti dai cenci con cui si vestono. Le guardie hanno chiuso il cerchio: un gruppo da sotto, e l’altro da sopra, non c’è più via di uscita. Tre meninos si rifugiano su un albero. Un agente infuriato, scuote i rami per farli cadere. Tra le risate generali, risate di scherno dei venditori ambulanti, i ragazzi vengono sbatacchiati per terra, trattati a pedate. Oggi la priorità non è più liberare il passaggio tra il terminal e la stazione dalla presenza della muraglia umana; oggi bisogna togliere di mezzo i meninos. Domani ci sono le elezioni e la città deve fare bella figura, niente pezzenti in giro. Gli ambulanti possono pure rimanere, i meninos no. E giù botte. E risate. E urla. E bastonate. Liberato il territorio, tutti noi, pecoroni, possiamo passare tranquilli.

All’ultimo dibattito in diretta Tv, ci sono tutti. Meno il presidente-candidato. Preferisce non presentarsi, preferisce stare tra i suoi ammiratori, un grande comizio nella città che lo ha visto nascere come grande leader. I presenti al dibattito in diretta Tv protestano. Verso il povero cristo volano accuse di tutti i tipi. Ci si dimentica volentieri che: due, dei tre candidati presenti, lo hanno aiutato ad eleggersi e hanno fatto parte del governo fino a che, o per divergenze politiche o per esserne stati dimessi sommariamente, se ne sono usciti col dente avvelenato. Volano insulti. Ci si scorda volentieri che: uno dei candidati è stato per anni governatore dello Stato di San Paolo e tutte le critiche che muove a colui che non è presente, in realtà dovrebbe farsele da solo, in realtà lo riguardano da vicino, in realtà è tanto responsabile quanto qualunque altro governante, in carica come l’attuale presidente povero cristo, o in pensione, come l’ex presidente esorcista, responsabile per la vita di quei meninos bastonati, responsabile per la mancanza di lavoro della muraglia umana ambulante.

E finalmente appare sul giornale, a ventiquattro ore dal gran giorno, la foto dei soldi, della montagna di soldi offerta dagli esponenti del partito del povero cristo ai loschi figuri. La polizia federale, dice che le è stata sottratta e che investigherà i responsabili. L’opposizione invece afferma che è tutta una manovra e che la foto non è stata resa pubblica prima per non danneggiare l’immagine del presidente-candidato e povero cristo. Eccola:


Lunedì, domani, mi sarò scordato anch’io e continuerò a passare alla stessa ora tra il terminal e la stazione del metrò. Ci sarà il solito casino di sempre, e avrò la stessa reazione di sempre. Ma domani è un altro giorno, e si vedrà. Oggi siamo tutti felici e contenti, abbiamo finalmente in mano la possibilità di cambiare il destino della nazione. Oh happy day, è il giorno delle elezioni. Andiamo tutti a votare, andiamo pecoroni, andiamo. Jamme já