Solo un’altra madre uccisa

di Alison Weir

Praticamente nessuno si è preso il disturbo di segnalare la notizia. Ho fatto una ricerca sui maggiori quotidiani nazionali e sui telegiornali.
Niente. Il "Los Angeles Times", il "Washington Post", il "New York Times" e Associated Press avevano una sola frase al proposito. Il primo lasciava fuori l’età, il secondo riportava che era stata uccisa da una bomba partita da un carro armato.
Non è vero. Sono state pallottole, molte pallottole, sparate a distanza ravvicinata.
I testimoni riportano che i soldati israeliani stavano picchiando suo marito perché non rispondeva alle loro domande. Che la si giudichi temeraria o coraggiosa, la moglie, di 35 anni, è intervenuta. Ha cercato di spiegare che suo marito era sordo. Ha urlato ai soldati che l’uomo non poteva fisicamente sentire cosa stavano dicendo, ed ha tentato di far cessare il pestaggio.
Così le hanno sparato. Non una, ma molte volte. Il suo nome era Itemad Ismail Abu Mòammar. Non è morta subito, tuttavia. La cosa ha preso un pò di tempo. La vita è fluita via da lei in forma di sangue, per parecchie ore, mentre i soldati israeliani rifiutavano di permettere che un’ambulanza la portasse via. Suo marito ed i suoi figli non hanno potuto far nulla per soccorrerla.
Infine, dopo circa cinque ore, all’ambulanza è stato concesso di trasportarla in ospedale, dove i medici hanno potuto rendere questo servizio: dichiarare il suo decesso. Lascia undici bambini. Niente di tutto questo è stato riportato, neppure che il fratello del marito, un contadino ventottenne che viveva nella stessa casa, è stato anch’egli ucciso.
Perché è accaduto? Perché la famiglia era vicina di casa di un ricercato da Israele. Si è trattato semplicemente di un "effetto collaterale" in un’operazione fallita. In tutto, cinque palestinesi sono stati ammazzati quel giorno. Gli altri tre, in una diversa area, erano giovani pastori, due quindicenni ed un quattordicenne, ed hanno avuto il torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: Gaza.
Niente è stato pubblicato dalla maggior parte dei media americani, e perciò l’opinione pubblica statunitense non ha saputo della madre lasciata morire di emorragia di fronte ai propri figli, nè dei ragazzini fatti a pezzi. Pare che notizie del genere non valgano la pena di essere riportate.
Il "Washington Post" ha fatto almeno lo sforzo di menzionare queste morti, pure le ha menzionate in modo scorretto. Ha mistificato la causa della morte di Itemad, ed ha scritto che i cinque omicidi avrebbero interrotto un periodo di "relativa calma". Il fatto è che nei sei mesi precedenti 75 giovani palestinesi sono stati uccisi, fra cui un bambino di otto mesi e parecchi bambini di tre anni.
Perciò ho telefonato al giornale e ho chiesto di correggere la riga, fornendo informazioni sull’assassinio di Itemad. Mi è stato detto che le informazioni sarebbero state trasmesse al loro corrispondente, che si trova in Israele, sottolineando che però era impossibile per costui andare a Gaza. Quando mi sono dichiarata non d’accordo con questa affermazione, l’impossibile è diventato "molto difficile". Chi mi parlava ha omesso di ricordare che il "Washington Post" ha accesso ai contatti locali, i quali sono in grado di controllare le notizie pervenute al corrispondente ed al giornale.
Dopo di che, ho scritto una lettera che conteneva le informazioni di cui sopra, sono stata contattata e mi è stato detto che era una buona lettera, e che sarebbe stata pubblicata se confermavo di averla scritta proprio io e di non averla inviata ad altri. Ho dato conferma, abbiamo scambiato ancora qualche messaggio e tutto sembrava a posto. Normalmente, quando avviene questo scambio, la lettera è pubblicata a breve scadenza. Ho aspettato.
Sono passati quindici giorni e sto ancora aspettando. Pare che il "Washington Post" abbia deciso che non ha bisogno di essere precipitoso nel pubblicare una rettifica. Credo di capire.
Sebbene lo statuto dei principi del "Washigton Post" proclami: "Questo giornale si impegna a minimizzare gli errori ed a correggere quelli che possono ugualmente accadere. Il nostro scopo è l’accuratezza, la nostra difesa è la buona fede", la società statunitense degli editori chiarifica questi requisiti etici: la correzione va pubblicata solo quando l’errore o l’omissione sono "significativi".
Dopotutto, erano solo palestinesi, e si trattava solo di un’altra madre uccisa.

Pubblicato dalla newsletter “la nonviolenza è in cammino”.
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento.
Alison Weir, giornalista, è direttrice di "If Americans Knew", che produce analisi approfondite e video illustrativi su Israele e Palestina.