Tacet

John Cage compose un brano musicale in cui chiede all’orchestra di restare in silenzio assoluto per quattro minuti e trentatrè secondi. Sullo spartito di ciascun musicista vi è scritto Tacet. Sembra una provocazione. Durante l’esecuzione, tutti – musicisti, maestro, pubblico – vengono coinvolti in un momento di puro ascolto. L’ascolto del silenzio. Per quattro minuti e trentatrè secondi il silenzio si impadronisce dei presenti e la vita fluisce libera avendo per protagonisti silenziosi, esecutori e spettatori, noi tutti.
In questi giorni siamo soliti guardarci alle spalle per valutare il nostro operato, una sorta di rendiconto annuale a noi stessi, al nostro diritto di vivere in un mondo più umano. È difficile un bilancio. Le persone non sono numeri. Una punta di amarezza per le sconfitte, un senso di sollievo e soddisfazione per i successi. E di questi infimi e grandiosi momenti si costruisce la nostra vita e il nostro lavoro che condividiamo con chi ci segue da lontano e con le nostre famiglie. Forse è vero che niente succede per caso. Forse è vero che tutto ha un senso che spesso ci sfugge, che non capiamo per la troppa fretta e perché viviamo con gli occhi tappati dalla benda delle nostre certezze, immersi nell’insensato rumore quotidiano. E quando ci fermiamo per fare silenzio ci accorgiamo che quel momento aveva un valore unico. Allora chiudiamo gli occhi e lo riviviamo, stavolta però tenendocelo ben stretto, indelebile, affinché faccia parte di noi per sempre.
Dovevano tenerla ferma in quattro mentre le portavano via la bambina. D’altronde è inammissibile che una neonata viva in quelle condizioni. La strada, la piazza, i tombini, i cavalcavia non sono fatti per viverci. Intervengono le autorità: la bambina viene portata via, la madre invece rimane. In strada. La si può incontrare fantasma di se stessa a prostituirsi per la dose quotidiana di crack. Della bambina si sono perse le tracce: fa parte di quell’esercito di orfani destinati all’adozione. L’abbiamo vista nascere. Abbiamo visto gli ospedali pubblici affidarla alla madre, sua madre, una madre senza niente, senza una casa, un indirizzo, senza neanche i vestiti, le scarpe. Abbiamo visto la bambina sorridere e dormire beatamente, sdraiata per terra con la madre in un angolo di una piazza infame. Abbiamo visto quando la sono venuti a prendere. Abbiamo tenuto in braccio una piccola brasiliana nata in una mangiatoia di cui il mondo ignora l’esistenza. A questo punto lasciarsi cadere nello sconforto sarebbe il cammino più facile. Invece non ci rassegnamo. Proprio perché niente succede per caso, sappiamo cosa dobbiamo fare. Crediamo nella capacità di tutto l’orgoglio e di tutta la superbia umana di lasciarsi trasportare dagli occhi di un neonato. Crediamo nella tristezza profonda della sconfitta e nella forza necessaria per sopravvivere ad essa. Crediamo nelle tenebre della solitudine che si dissolvono con un abbraccio. Crediamo nelle divine capacità dell’uomo di riscattarsi. Crediamo nelle umane capacità di Dio di sedersi su quel muretto a piangere e ridere con noi. Dipende da noi ritrovare il silenzio per accorgercene, tocca noi eseguire il Tacet e tornare ad essere protagonisti della vita. Ci accorgeremo allora di non essere più soli, di non esserlo mai stati: per questo adesso è Natale, per me, per te e per tutti noi.

Adesso

Ti ho preso in braccio, Signore
In un giorno di gran caldo tropicale
Umidità in noi
Nella piazza di paurosa solitudine

Mi sorridevi, Signore
Diretto nell’acqua dei miei occhi
entravi
Tua madre, disfatta dalla droga
sdraita in immondizia
dormiva inerte incubi di Passione
E Tu, Signore
tranquilla in braccio a me
guardavi il mio sorrisio
specchiarsi nel Tuo

Succhiavi, avida, la vita, Signore
Da un seno inesistente
Inconsapevole di tutto
Caduta in me
Sul muretto dell’abbandono

Avrei potuto portarTi lontano, Signore
Fuggire con Te
NasconderTi da questa piazza
da questo mondo che Ti ignora
Da questa madre sdraiata e sporca trascinata dalla vita
Ma negli occhi mi hai detto: Non Aver paura, Io Sono Qui

Volevo raccontarTi la storia, Signore
la Tua storia
Ripetuta tutti i giorni
negli angoli putridi
di queste piazze ostili
Volevo raccontariTi la Tua sofferenza, Signore
Le frustate
Le urla
Gli insulti di questo mondo che non ti ha voluto e non ti vuole

E tu, Signore
con gli occhi aperti
hai trasformato la mia voce in canto
hai fatto del mio pianto una preghiera

Eri con me, Signore
In un Natale Brasiliano
cancellato dalla mano degli uomini
sordi che non vedono
ciechi che non vogliono ascoltare

Ho visto i Tuoi occhi, Signore
Tu
Con me, qui
sul muretto in questa piazza
E Tu Noi Tutti
Signore
Senza più dolore
Senza più paura
Adesso

São Paulo, Brasil, Natale 2006
Edith Moniz e Paolo D’Aprile

Agora

Te peguei no colo, Senhor
Num dia de quentura tropical
Umidade em nós
Na praça de medonha solidão

Sorria pra mim, Senhor
Direto na água dos meus olhos                                         
entrava
Tua mãe, desfeita pela droga
deitada na imundice
dormia inerte pesadelos de Paixão
E tu, Senhor
tranqüila nos meus braços
olhava o meu sorriso
se espelhar no Teu

Sugava, ávida, a vida, Senhor,
Dum seio inexistente
Sem saber de nada
largada em mim
Na mureta do abandono

Poderia ter Te levado longe, Senhor
Fugido com você
Esconder-te desta praça  
deste mundo que te ignora
Desta mãe deitada e suja arrastada pela vida
Mas nos olhos me dissestes: Não Tenha medo, Eu estou aqui

Quis contar-Te a história, Senhor
A Tua história
acontecida a cada dia
nos cantos podres
destas praças hostis
Quis contar-te o sofrimento Teu, Senhor
Das chibatadas
Dos gritos
dos insultos deste mundo que não te quis e não te quer

E tu Senhor
De olhos abertos
fizeste a minha voz se transformar em canto
fizeste do meu pranto uma oração

Estava comigo, Senhor
Num Natal brasileiro
cancelado pela mão dos homens
surdos que não enxergam
cegos que não querem ouvir

Vi os Teus olhos, Senhor
Tu
comigo aqui
na mureta desta praça
Eu Tu Todos Nós
Senhor
Sem mais dor
Sem mais medo
Agora

São Paulo, Brasil, Natal de 2006
Edith Moniz e Paolo D’Aprile