Te lo prometto

Mentre là fuori fischia il vento delle sterili polemiche di partito e infuria la bufera dell’euforia elettorale, io invece mi rinchiudo in camera ed eroicamente decido di mettere in ordine, di dare un senso, un nesso logico ai cassetti abbandonati e trascurati da anni di incuria, dissolutezza morale e corruzione dei costumi. Con gesto deciso, imperioso, solenne e grande sprezzo del pericolo, getto via carta e cartaccia, avvisi ammuffiti da anni di riunioni di condominio già dimenticate, depliant di pubblicità, bigliettini con numeri di telefono di persone mai più viste il cui ricordo sfuma nella notte dei tempi, biglietti della metropolitana creduti a suo tempo persi per sempre, custodie di occhiali, portachiavi rotti, un lucchetto. Un senso di libertà invade il mio essere, libertà e pulizia. Ho ripulito un paio di cassetti della vecchia credenza ed è come se mi fossi ripulito l’anima. Sto bene, mi sento leggero, farfallone, canticchio. Una busta infilata dentro un’agenda del millenovecentoe…, secoli fa, chiama l’attenzione, si fa avanti a dirmi "aprimi, aprimi". C’è scritto con calligrafia indecisa "al mio fisioterapeutico preferito". Apro: Ronnie. Ronnie! È o convite de casamento, l’invito a partecipare al matrimonio di Ronnie. Uragano di ricordi. Confesso in gran segreto che non mi ricordavo più, come se Ronnie non fosse mai esistito, cancellato, evaporato. Mia figlia si lamenta sempre e non perde occasione di dirmelo: babbo stai diventando vecchio, sei mezzo pelato, hai la pancia molle, sei sordo e ti dimentichi le cose. Ecco spiegato l’oblio in cui è caduto Ronnie. Frugo nei miei archivi. No, Ronnie è esistito eccome, è stato mio paziente per quasi due anni e adesso ritrovo pure l’invito del matrimonio. Per scappare dalla polizia, attraversò una Avenida di corsa, senza guardare, una strada di grande traffico a scorrimento veloce, l’asse nord-sud, otto corsie da una parte, otto corsie dall’altra, totale sedici; camion, autobus e macchine, no marciapiedi, no pedoni, no semafori. Scappa, corri, salta la barriera di ferro, la rete di protezione, il fosso, corri, scappa, non guardare indietro che perdi tempo, salta, no, attento, fermo, non, occhio al camion, RRRRROooooonnnie. Spiaccicato a terra, semimorto, una pozza di sangue, la gamba spappolata, il ginocchio appeso alla coscia per un filo di tendini. Catturato. Arrestato. Carcere minorile, Febem. Scontata la pena Ronnie mi si presenta in sedia a rotelle. Dottore, tornerò a camminare? Non lo so, rispondo. Comincia un duro lavoro di riabilitazione, ma la gamba è solo un problema ortopedico. Ho davanti un ragazzo, vent’anni o giù di lì, appena uscito di galera, ex menino de rua, ex tossicomane, ladro di polli, in depressione profonda, in balia degli eventi, senza un titolo di studio, senza un lavoro, senza niente, non possiede nemmeno la roba che veste. Ronnie, una bomba carica di rabbia e cicatrici pronta ad esplodere al primo tocco, contro tutto e contro tutti, contro il mondo, contro se stesso. Passano i mesi, e l’assistente sociale è riuscito a mettersi in contatto con la famiglia, la madre verrà a trovarlo. Finalmente un barlume, finalmente una meta. Dottore, voglio che mia madre mi veda in piedi! Finalmente posso dargli un prognostico. Vedrai che ce la faremo. Alto un metro e novanta piange come un bambino gigante, sa che la gamba rimarrà storta per sempre, ma oggi si è alzato in piedi, ha fatto due passi alle parallele, si è rivisto davanti allo specchio, verticale, da solo, lui, le sue gambe, la sua voglia di ricominciare. E allora via, al lavoro, forza Ronnie, adesso sì che ce la farai, te lo prometto. Mamma, questo è il mio "fisioterapeutico", le dice storpiando la mia qualifica professionale.
La legge obbliga le imprese ad assumere un certo numero di portatori di deficienza. Ronnie riesce ad entrare nel numero e comincia a lavorare. Non perde occasione per dimostrarmi che adesso è "limpo", pulito, addio droga, addio mondo cane, e i soldi del primo stipendio li mette da parte tutti, meno quelli del nostro caffè che vuole sempre pagare lui. È il suo modo di sdebitarsi.
Dottore, devo dirti una cosa: estou noivo, ho una ragazza e desta vez é prá valer, questa volta faccio sul serio. È una collega di lavoro, me la presenta orgoglioso. Oggi sono venuti insieme, mi consegnano una busta, o convite, l’invito per il matrimonio. Eccolo, Ronnie, senza più stampelle, senza neanche zoppicare, bambinone gigante sulla porta della chiesetta, la madre vestita a festa mi dice: conseguiu mesmo, ce l’ha fatta davvero. Andranno ad abitare in un’altra città, continueranno a lavorare nella stessa azienda, lei come aiutante e lui come magazziniere responsabile. Ciao Ronnie, auguri, e ricordati di fare gli esercizi che ti ho scritto.
Adesso chiudo la busta e rimetto Ronnie nel cassetto finalmente in ordine. Anche se pelato con la pancia molle e mezzo sordo, continuo a credere che non è vero che sto diventando vecchio e mi dimentico le cose. D’ora in poi, ogni tanto, penserò al mio paziente che è riuscito a farcela. Te lo prometto, Ronnie.