Trenta chilometri

‘A morte ‘o ssaje ched’ è?…è una livella.
(dalla poesia “A Livella”, di Antonio de Curtis, Totò)

Dovrebbe essere così, come nella famosa poesia di Totò: tutti uguali davanti alla morte. In senso metafisico o religioso, certamente lo si è, molto più per chi sta morendo di colui che, invece, vive e vivrà.
Questi i pensieri che mi accompagnano mentre sollevo la bara del mio amico. Da tanto ormai soffriva i mali dell’età, vecchissimo, emigrante italiano, sopravvissuto al ventesimo secolo, si è spento serenamente in casa sua; poco prima di morire mi ha detto: dammi un bacio. I nipotini piangono emozionati. Tra gli adulti, un clima di serena rassegnazione, quasi un senso di sollievo. Non è facile convivere tanti anni con il dolore di un marito, di un padre.
I viali del cimitero si aprono a raggiera per perdersi in una infinità di vie e viuzze, guardate a vista dai monumenti funebri. Dicono gli studiosi che la Storia inizia con il culto dei morti; venti, trentamila anni fa? Non lo so. È certo che in quel momento l’uomo diventa Uomo, ha coscienza di sé, dei suoi limiti e della sua trascendenza.
Ad uno sguardo superficiale, sembra che ogni famiglia abbia istituito una sorta di concorso per la tomba più sontuosa, più grande, la tomba che dimostri quanto sia profondo il dolore dei vivi. Enormi statue rappresentano il compianto in pose marziali o bonarie; alla stregua di un principe del rinascimento, viene posto vicino o, addirittura, abbracciato al Cristo risorto, che, come i vivi, ne lamenta la morte. Non è una eccezione: monumenti, statue, dolore rappresentato, scene madri, molte lapidi in bronzo, effigi, emblemi, riconoscimenti e condecorazioni adornano ogni avello. È uno dei cimiteri più importanti della città, un cimitero storico, antico, quando venne costruito, più di cent’anni fa, questo punto era alle porte della campagna, ora, a due passi dal centro. Sulle lapidi i nomi di famiglie tradizionali, importanti, famiglie che hanno fatto la storia della città, famiglie a cui si ergono monumenti, o che si li ergono da sole. Cerco di evitare parole o frasi di circostanza, abbraccio in silenzio la vedova. La cialtrona suoneria di un telefonino ci ricorda la nostra maleducazione, sempre, comunque e dovunque. Quando tutti se ne sono andati, rimango un attimo in più. Canto sottovoce, come facevamo insieme, la sua canzone preferita. Devo andare, addio, amico mio.
Trenta chilometri mi separano, oggi, dallo storico cimitero alle porte del centro. Trenta chilometri, trentamila anni. Cimitero municipale di Villa Formosa. Riporto a seguire frasi testuali del sito internet del Comune: Nel cimitero di Villa Formosa, in una area di 780 mila metri quadrati, sono sepolte 1.434.000 persone, la schiacciante maggioranza composta da poveri di diverse regioni della zona est. I problemi di sicurezza, sommati a quelli dell’abbandono – fosse poco profonde e assenza di monumenti – contribuiscono per divulgare una immagine negativa del luogo. Il cimitero, immenso parco nel cuore della zona est, l’area più povera e popolosa della città (circa cinque milioni di abitanti), impone le sue regole senza la minima pietà. Un mare di croci, rosa per le donne, azzurre per gli uomini, conficcate nella terra. I lotti di terreno ospitano un milione e mezzo di persone. Nonostante i quasi trecento funerali al mese, c’è spazio per tutti. L’occupazione dei lotti dura due anni. Poi le ruspe passano sopra al terreno rimescolandone la superficie per prepararlo a nuove sepolture. Se, alla scadenza del termine dei due anni stabiliti, i resti mortali di chi in quel lotto vi è sepolto, non sono stati ritirati e posti nell’ossario, poco importa, le ruspe non guardono in faccia a nessuno, devono cominciare a lavorare, bisogna rimescolare la terra, bisogna fare spazio ai trecento morti previsti ad ogni mese. Nella zona est si muore per molti motivi: malattie, fame e soprattutto omicidio. Per un giovane di vent’anni della zona est, la probabilità di riuscire a frequentare l’università è infinitamente minore rispetto a quella di morire assassinato. Bisogna far presto quindi, bisogna far spazio, per tutti.
Mi trovo di nuovo in un cimitero ad accompagnare un amico. Non più un cimitero monumentale ma fango, fango e ancora fango. Girovagava nelle casa di accoglienza e nei dormitori pubblici. Malato, non riusciva a trovare lavoro, un cancro gli aveva mangiato i polmoni, respirava attraverso un foro nella gola, che cercava di tenere pulito come meglio poteva. Emigrato dal nord-est, senza più contatti con la famiglia, viveva la solitudine come un dato di fatto. Mi voleva bene e mi riempiva di regali, mi dava quello che trovava per strada: una radiolina, un rosario, un poster della sua squadra del cuore. Ad accompagnarlo al cimitero siamo in tre. La pioggia trasforma le strade di terra del cimitero in fiumi di fango, il carro funebre stenta e scivola. Croci rosa e azzurre nel verde del parco. Qua e là bottiglie di pinga (un distillato di canna da zucchero) e piatti di farina di mandioca. Sono le offerte rituali del candomblè e della umbanda, religioni afro-brasiliane, agli orixás, gli spiriti delle forze della natura e dei sentimenti dell’uomo. Nel momento di calarla nella fossa, la bara di cartone rivela tutta la sua fragilità. Sette palmi, neanche un metro, nella nuda terra, nel fango. Nella terra. Siamo in un lotto di terreno appena scavato dalle ruspe. Molte sepolture sono state rimescolate con il terreno sottostante. Alla scadenza dei due anni, per raccogliere i resti del proprio congiunto nell’ossario, è obbligatorio il pagamento di una tassa. Tante famiglie preferiscono non pagare. Passano le ruspe, rimescolano la terra. Ruspe, bare di cartone, terra, fango. Accompagno il mio amico alla tomba, fango, cartone, pezzi di bara, ossa e resti umani, i miei piedi pestano il macabro miscuglio, orrenda poltiglia. La bara appoggiata nella melma è coperta da quattro veloci badilate, di terra. Dall’altra parte del muro di cinta, il suono di una sfilata di carnevale. Addio, caro amico.
Due persone che ignoravano l’esistenza l’una dell’altra il cui unico punto in comune ero io.
Tra due anni potrò visitare la tomba dell’illustre emigrante, potrò leggere l’elogio funebre scolpito in bronzo e contemplarne la statua.
Tra due anni nessuno avrà pagato la tassa per raccogliere i resti del mio amico girovago nell’ossario. Tra due anni passeranno le ruspe.