Un messaggio nella notte

di Nouhad Moawad

Ieri notte sono stata svegliata dal suono del mio cellulare. Ero ancora semi addormentata quando ho letto il messaggio mandatomi dalla mia amica studentessa in psicologia all’Universita’ di Beirut e di mestiere clown.
Aveva scritto: "Bambini, bambini, bambini… E’ incredibile cio’ che sta accadendo. Cosa avevano fatto di male?"
Non capivo a cosa si riferisse. Avrei voluto tornare a dormire, ma invece sono andata al computer per scoprire cosa stava accadendo. Sono rimasta sconvolta quando ho letto dell’attacco aereo israeliano su Cana, che ha ucciso 57 civili, fra cui 37 bimbi, sebbene alcune stime siano piu’ basse.
Io non potevo credere che stesse succedendo di nuovo. Dieci anni fa, quando io avevo 11 anni, gli israeliani attaccarono Cana con l’artiglieria, uccidendo un centinaio di civili, incluse le donne e i bambini. I miei genitori non mi lasciarono guardare le notizie in televisione, quella sera.
Mandarono me e mia sorella in un’altra stanza, affinche’ non vedessimo. Ma gli altri ragazzini a scuola avevano visto i telegiornali, e mi raccontarono ogni orribile dettaglio della vicenda.
Ora, questa storia tremenda si ripete. Sta accadendo nel XXI secolo, in un mondo che dice di combattere "per la democrazia, la liberta’ e i diritti umani". Per un po’ mi sono sentita come se il tempo si fosse fermato, e si stesse riavvolgendo all’indietro, verso la barbarie di migliaia di anni orsono. Non riuscivo ad alzarmi dalla sedia. Sono rimasta li’ per mezz’ora…
Ho cominciato a chiedermi come si sara’ sentito il pilota che ha sganciato la bomba. Era contento? Soddisfatto? Riuscira’ a dormire la notte, senza vedere innocenti morti nei suoi sogni? Pensava ai suoi, di bambini, quando lo ha fatto? E cosa avevano fatto i bambini di Cana ad Israele? Lanciavano missili oltre i confini? Non credo proprio. Non sapevano neppure cosa stesse succedendo.
Piu’ tardi, sentendomi sul punto di esplodere, ho telefonato all’amica che mi aveva mandato il messaggio. Le ho chiesto come stava. Ha risposto: "Oh, sono viva! Tutto il resto va male. Non c’e’ piu’ carburante. Presto l’elettricita’ se ne andra’ del tutto. Il cibo comincia a non esserci piu’"
Siamo rimaste entrambe in silenzio per un attimo. Poi le ho chiesto se pensava di lasciare il paese. Mi ha detto: "Abbiamo tentato con gli Usa, visto che ci vivono i miei nonni, ma l’ambasciata statunitense e’ chiusa e non rilasciano visti d’ingresso. L’ambasciata canadese rilascia visti per chi ha parenti in Canada, cosi’ come l’ambasciata francese. Noi potremmo tentare con la Danimarca, dove vive mio cugino". Qui e’ caduta la linea.
E’ inumano, cio’ che sta accadendo al mio paese, al Libano. La reazione della comunita’ internazionale mi rende ancora piu’ triste.
Dicono di rigettare questa guerra e nessuno fa nulla per fermarla.
03/08/06

[Tratto da “La nonviolenza è in cammino n°1376.
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo.
Nouhad Moawad, laureanda traduttrice all’Universita’ di Beirut, dal 2 luglio e fino al prossimo 5 settembre, lavora a New York in un progetto seminariale di "We News"]
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