Un tenue filo

Credere che le persone dette “umili” possano portare ad una sorta di redenzione, è una grande illusione. Si va a loro spinti da una enorme trasporto ad implorare la propria salvezza e in tutta risposta ti sprofondano in una disperazione mille volte più nera. (Thomas Bernhard)

 

Chissà, cosa ha pensato nell’ultimo istante.

Probabilmente, anzi certamente, non alla frase dell’illustre autore austriaco. Anche perché, pure in questo caso, una frase isolata, tolta dal suo contesto originale, la si può adattare benissimo a qualunque circostanza per far comodo a chi, come me, vuole dare riscontro intellettuale alle sue tesi bislacche. Non è la prima volta che sento una frase del genere. Secoli fa mi venne detta quando, sconsolato, me ne uscivo dalla favela in seguito ad una ennesima delusione – è facile deludersi in favela, basta voler far rientrare nel proprio schema chi invece di schemi, giustamente, ne ha altri -. La signora Maria, nata e cresciuta in favela, mi disse: “Vedi Paolo, non devi fidarti mai dei poveri perché sono invidiosi: non vogliono migliorare le cose, al contrario, vogliono che anche gli altri soffrano quello che loro stessi patiscono e fanno di tutto per danneggiarti”. Parole dure, ma dette da uno di loro, un “semplice”, un “umile”, un povero insomma. Le diceva per consolarmi, vedeva i miei sforzi vani, sapeva quanto mi fossi impegnato e soffriva con me per l’ennesima sconfitta. Ad un primo esame sembrava che l’insuccesso del lavoro fosse dipeso da cause “altre”, esterne, cause determinate da fattori incontrollabili. Ed invece no, le cause del fallimento ce le portavamo in nuce dentro di noi, fin dall’inizio, fin da quando ci prendevamo su da casa e ci vestivamo da salvatori della patria per esportare metodi e forme nostre a chi non ne aveva fatto richiesta. Un orrore. Un vero colonialismo mentale. Una presunzione senza limiti. Una immane pagliacciata. E sto parlando di me, me medesimo, io, il sottoscritto.

Chissà quella povera donna cosa avrà pensato in quell’istante maledetto in cui è stata colpita a morte. Era conosciuta in tutto il Paese, la ricchissima erede dell’impero del padre, il magnate dell’acciaio. Di mezza età, dall’aspetto giovanile, bella, capelli lunghi e lisci, biondi, abbronzatissima, alta, milionaria, viveva la vita del jet-set nostrano: feste, ville, viaggi, rotocalchi. Come tutte le dame delle società, dedicava grande parte del suo tempo a cause nobili, la vita non è fatta solo di divertimenti, se ognuno facesse la sua parte, la società, il paese, il mondo, sarebbe un paradiso e la vita, la nostra vita, si riempierebbe di significato. Si crede infatti che l’impegno individuale debba servire in primo luogo a risolvere i nostri problemi personali, debba soddisfare la nostra ricerca di pace interiore. È un concetto diffusissimo e che si può ascoltare ovunque: tra amici, alla televisione, tra gli stessi addetti ai lavori. Quante volte mi sono sentito dire: “però chissà che soddisfazione provi…” . Sì, sai che bellezza entrare in favela, pestare fogna e topi morti, entrare in una baracca miserabile tra puzze pestilenziali e scarafaggi grossi un palmo, oppure sai che bello starmene sotto un ponte alle due di notte per portare un bambino, drogato fino all’inverosimile e con un foro di pallottola in una gamba pieno di pus, all’ospedale. Che bellezza, che pace interiore, che soddisfazione! Adesso sì che posso appoggiare la testa sul cuscino e dormire in pace!

Dicevamo dunque che la nostra ricca signora dedicava gran parte del suo tempo a cause nobili. Secondo i giornali, si occupava di case di accoglienza per meninos de rua. Chissà cosa ha pensato quando ha sentito il colpo, o quando ha visto la pistola puntata contro di lei, o quando ha guardato negli occhi quel ragazzino che gli ha sparato. Un motivo futile, una rapina al semaforo. Ti fermi al rosso, anche in pieno giorno, col finestrino aperto, e ti sbuca un ragazzetto armato. Forse lui ha più paura di te, ti muovi, spara. Muori. Succede tutti i giorni in qualunque incrocio. La ricca signora è morta sul colpo davanti agli occhi della figlia. Il ragazzetto viene catturato il giorno dopo, confessa. È un ragazzo di strada, un menino de rua, gira armato, vive di rapine e piccoli furti, era appena uscito da una casa di accoglienza. È una storia triste, medonha, paurosa. Potrebbe succedere a chiunque, a ciascuno di noi. L’unica differenza è che nel nostro caso l’assassino non sarebbe mai individuato. Ai funerali della ricca signora erano presenti tutte le sue amiche dei rotocalchi. Elegantissime, in nero, dicevano alle telecamere del Paese che l’amica era così “umile” che voleva vivere come se fosse una di loro, un “umile”, ed infatti andava senza guardie del corpo e senza macchina blindata e per questo è stata uccisa. E mentre si ascoltavano le voci delle amiche, le immagini cadevano su truci guardie del corpo e macchinoni blindati.

La povera ricca signora, freddata da un balordo, un menino armato. Lei, bianca e bionda dai capelli lisci, lui in braghette e ciabatte, negro.

E tanto per legare un argomento all’altro, per cercare di giustificare la frase d’inizio, per blaterare un po’ di sentenze, mi piace qui riflettere su un altro avvenimento di questi giorni. Lunedì scorso, si è commemorato in tutto il Paese o dia da consciência negra, il giorno della coscienza negra. Lo si fa tutti gli anni, ma quest’anno, per la prima volta era festa nazionale, tutto chiuso, scuole, uffici, fabbriche, tutti a casa a festeggiare la coscienza negra. Un paio di comizi, un corteo. Se dicessi che è un assurdo, una cosa campata per aria, una vera scemenza populista… verrei definito reazionario retrogrado e forse razzista. Se poi chiedessi il perché di non commemorare il giorno della coscienza bianca, o quella giallo-nipponica, non sarei più un “forse razzista”, ma diventerei uno sporco razzista maiale. Allora, zitto! Però un certo dubbio mi rimane. Per quale motivo ci dobbiamo distinguere, oggi, anno domini 2006, dal colore della pelle? Ah, mi stavo dimenticando delle quote razziali. Da quest’anno sono in vigore le quote razziali. Basta dichiararsi negro o mulatto che hai diritto per legge al posto garantito all’università, passi davanti alla fila di bianchi razzisti che invece devono fare il concorso. Per giustificare una simile baggianata (e forza allora, datemi del porco razzista e sputatemi addosso!) mi dicono che il Paese ha un debito storico verso i discendenti di africani e che è giunto il momento di saldarlo. No comment. Lo vedete quanto sono superficiali le mie opinioni? Io penso che invece sia giusto e sacrosanto il concetto delle pari opportunità per tutti. Ma a questo punto il discorso si fa lungo e penoso, meglio interromperlo.

Un articolo di giornale mi richiama l’attenzione. L’autore è José Carlos Dias, eminente avvocato che qualche anno fa occupò la carica di ministro della giustizia. L’articolo si riferisce al fatto che è stata organizzata dall’alto comando militare una grande riunione in omaggio ad un colonnello in pensione che in questi giorni è sotto processo. Chi ha mosso l’azione penale soffrì, per mano del colonnello, arresto e tortura. È un episodio vecchio di trent’anni. È una intera famiglia a denunciarlo. Lui si avvale della protezione della legge. Al termine della dittatura, si promulgò l’amnistia per i reati commessi in quegli anni da ambo le parti. Torturatori e torturati vennero così messi sullo stesso piano. Il colonnello continuò il suo lavoro, e i torturati cercarono di sopravvivere con i loro incubi. Oggi quell’intera famiglia che a suo tempo venne seviziata dal colonello in persona, lotta per avere il diritto di definire pubblicamente il militare per quello che è: un torturatore. Tutto qui. Un processo per avere il diritto di chiamare il colonnello “Torturatore” senza essere a sua volta processati per ingiuria e diffamazione. L’articolo dell’eminente avvocato si anticipa alla decisione del giudice. Dice chiaramente che il colonnello in questione è sì un torturatore e i suoi complici sono quei colleghi che oggi gli rendono omaggio. Non era mai successo. Fin’ora eravamo abituati a vedere noti torturatori occupare alte cariche pubbliche. Guai a chi li definisse tali. Oggi, trent’anni dopo, una intera famiglia lotta per avere il diritto di chiamare il boia, boia.

In Brasile si continua a torturare, eccome, con l’unica differenza che le vittime attuali non sono giovani idealisti, guerriglieri, studenti, figli della classe media. Le vittime attuali sono meninos de rua che ti assaltano e ti ammazzano ai semafori e che quando li prendono li rovinano di botte oppure li fanno sparire e basta. Le vittime di oggi abitano là, in favelas uguali a quella da dove uscivo sconsolato quel giorno. Di loro nessuno se ne importa, nessun giornale, nessuna televisione, nessun grande avvocato.

Questi fatti di cronaca, apparentemente, non hanno niente a che fare uno con l’altro. Eppure io ci vedo un nesso che li lega, un filo, una tenue unione.

Lunedì scorso, festa della coscienza negra, passo ai giardinetti e vedo un gruppo di baby-sitter tenere a bada altrettanti bambini. Come faccio a sapere che sono baby-sitter? È facile, sono tutte vestite di bianco. E sono negre, tutte. I bambini invece, biondi. C’è un proverbio popolare che dice: La babá (è come chiamano la baby-sitter) nera, vestita di bianco bada la figlia bianca della madre bianca vestita di nero. Arrivo a casa e dal portone entriamo io e la donna di servizio, nera.

Adesso sono stanco, non riesco a concludere, eppure so che un lungo e sottile filo che unisce i fatti descritti ci deve essere, me lo sento.