Una delizia

Pamonha, pamonha, pamonha
Pamonha fresquinha
Pamonha de Piracicaba
É o puro creme de milho verde
Venha provar, minha senhora
Uma delicia
Pamonha pamonha pamonha

(Pamonha, pamonha, pamonha/ pamonha appena fatta / pamonha di Piracicaba/ è la pura crema di gran-turco verde/ venga a provarla, signora mia/ una delizia/ pamonha, pamonha, pamonha)

Non riesco a concentrarmi, scrivere queste quattro righe oggi è più faticoso che mai. Quando comprai la casa dove vivo, pensavo che  l’altezza, i diciannove piani che mi separano dal suolo, mi avrebbero protetto dal rumore costante. Ingenuo. I quasi venti milioni di individui che mi circondano, vivono. E non la smettono un minuto di fare rumore. Ha parcheggiato qui sotto, diciannove piani in giù. È una macchina modello anni settanta, scassata ma funzionale al servizio. L’altoparlante annuncia imperterrito che la pamonha è appena fatta e invita le signore a provare quant’è buona. È una crema di mais, di grano turco, dolce, da servire direttamente nella foglia della spiga, calda: fresquinha, una delizia! Diciannove piani. Pamonha pamonha pamonha. Un filo di rame incandescente mi attraversa le tempie, inibisce i pensieri. Bomba atomica sulla macchina anni settanta, mitragliare, buttarle un bidé in testa, chiamare i carabinieri, qui non ci sono i carabinieri e poi se ci fossero si fermerebbero anche loro insieme alla signora mia a mangiare la pamonha pamonha pamonha. I trentadue gradi di stamattina non mi consentono di chiudere la finestra. Devo scrivere. Col filo di rame a trapassarmi il cranio invento il silenzio in me.

Alcuni non sopportano l’odore della fogna, dei rigagnoli immondi sulla soglia. Altri non concepiscono tanta promiscuità. Molti non sopportano la miseria, l’associano alla morte. Altri ancora non resistono alla semplice visione. Io invece sono abituato a tutto. Ci sono abituato, mi sono abituato, e, per usare un termine volgarotto, posso affermare che ci ho fatto il callo. Non mi spaventa più niente, il Tempo si è occupato di farmi una scorza dura, una specie di ananas corazzato d’acciaio. Niente mi attinge. Una roccia. Superman. Al ritorno ogni tanto mi devo fermare. Accosto un attimo, apro la porta, abbasso la testa e vomito. Si, qualche volta è successo, mi sono dovuto fermare, sto male. Superman-ananas non ce l’ha fatta e l’odore della fogna, dei rigagnoli immondi sull’uscio, tanta promiscuità, la miseria associata alla morte, la semplice visione, mi annientano l’anima fino a farmi star male. Non vedo l’ora di arrivare a casa e giocare con mia figlia, già grande, che avrà senz’altro di meglio da fare che non starsene a consolare un padre, stravolto ananas marcio. Ma non è stata la puzza a farmi star male e neanche la visione e meno ancora tutto l’elenco nefasto di cui sopra. Oggi ho fatto quello che faccio normalmente. Ho visitato un paziente. Non volevo andarci, mi ha convinto un’amica. Non volevo perché non avrei potuto risolvere niente. Gli avrei ripetuto quello che sa già. Poi invece mi hanno detto – ed è sacrosantemente vero – che a volte basta la sola presenza, basta sapere che qualcuno si occupa di noi e ci sentiamo già meglio. Vero, giusto, vado.
Il piazzale è quello di sempre, rigagnoli e puzza, cani randagi ammalati di piaghe preistoriche, bambini nudi e panciuti, un bar: quattro assi e decine di bottiglie di pinga e di birra, la radio accesa a tutto volume, decine di radio che competono una con l’altra, da dentro ogni baracca la musica deve imporre la sua presenza alla musica del vicino. Una pallonata sulla macchina, la mia. Prendo il pallone, faccio finta di essere arrabbiatissimo, arrivano i ragazzi, mi prendono subito in mezzo, abbracci, baci. Un piccoletto vuole fare un giro. Si ricorda quando l’ho portai all’ospedale. Andiamo, andiamo, mi tira per un braccio, mi infila le mani in tasca per cercare la caramella che non gli ho mai dato. Domenica pomeriggio la favela brulica. Domenica pomeriggio sono tutti a casa. Arriva una vecchia macchina, modello indefinito, forse anni settanta. Vecchia a pezzi. Apre il baule. L’ometto al volante aziona il megafono. Pamonha, pamonha, pamonha. I ragazzi fanno cerchio. Un paio di monete, la foglia della spiga, una delizia. Entro nella baracca, subito lì davanti, quasi sul piazzale, ad angolo con la strada. Un rettilineo di una via a scorrimento veloce. Gli autobus passano a un metro dalla porta ad una velocità da autodromo. Qualcuno ricorda ancora l’incidente, un furgone non riuscì a fare la curva e sfondò la parete di due baracche. Per fortuna non era domenica quando è pieno di gente, come oggi. Pamonha pamonha pamonha. Entro in casa. Solito scenario già visto centinaia di volte. Fogna, sporcizia, odore, topi che non vedo ma intuisco. Il malato gonfio e deformato. Gli occhi rotondi allucinati dal dolore, mi prende per mano. Sorrido, lo abbraccio. Gli dico quello che dovrebbe sapere ed invece non sa. Nessuno glielo ha mai detto. Gambe tumefatte quasi paralizzate, magrezza da Auschwiz, polmoni a pezzi, tubercolosi, aids, immobile, a letto. Ha diritto, diritto, diritto, diritto e ancora diritto al trasporto, alla seggiola rotelle, all’assistenza domiciliare, alle medicine gratis, come tutti quelli che si sono iscritti nel programma dell’unità sanitaria. È una conquista, la coscienza dei propri diritti. Diritto a vivere in una casa pulita. Non importa che sia una baracca di legno. Può essere pulita lo stesso, come quella di… . Parlo con la moglie, lui malatissimo, lei alcolizzata cronica. Più giovane di me, potrebbe sembrare mia nonna, rughe, macchie, allergie di pelle, occhi gonfi, forse pidocchi che come i topi non vedo ma intuisco. Ai confini dell’umano. Non ci capiamo. L’autobus stride. Pamonha pamonha pamonha. Gli ultimi successi del momento. Radio a combattersi. Qui dentro, baracca di legno e TV, programma domenicale pomeridiano, pamonha pamonha pamonha, sporcizia mesopotamica. Mercoledì mattina se vieni alla riunione, dico alla moglie, possiamo iscrivere tuo marito, gambe gonfie fino all’inverosimile, nel programma di, radio e tv, vieni alla riunione, vedrai che senz’altro riuscirà ad ottenere l’assistenza. (Mercoledì alla riunione non ci verrà, la incontro al bar, quel bar lì delle quattro assi, semisdraita tra il tavolino e la sedia, si alza e mi abbraccia, le chiedo del marito, è a letto, dice, andiamo a trovarlo, dico, vacci tu io resto, risponde). Alzo la voce, il sottofondo sonoro in ebollizione me lo impone. Alziamo, tutti, la voce. Siamo in quattro, senza contare topi e pidocchi, siamo in quattro e non ci capiamo uno con l’altro. Pamonha pamonha pamonha, la radio del vicino è sempre più verde. Volume, diritto al volume. Filo di rame incandescente. Ci abbracciamo di nuovo. Ciao. Il marito morirà tra poche settimane. Quando arriverò sul piazzale, la domenica pomeriggio, e parcheggerò la macchina proprio di fianco a un vecchio modello anni settanta circondato da ragazzini in festa, una delizia, me lo diranno: sai, è morto ieri l’altro. Visito la vedova, mi abbraccia e ringrazia per tutto quello che ho fatto per loro (sono andato a visitarli qualche volta e basta). Non so cosa dirle, mi abbraccia ancora, imbarazzato le auguro buone cose.
Diciannove piani, filo rovente, tenaglia nel cranio. Piazzale, bambini a piedi nudi, odori senza limiti, um malato terminale, non ce la faccio, fermo la macchiana un momento. Una delizia.