Una storia

Se riesco, cercherò di raccontare in poche righe una semplice storia di una persona qualunque, una storia che si confonde con altre mille storie apparentemente inutili, così come apparentemente lo sono milioni di anonime vite di gente qualunque, brasiliani qualunque.

La vita di ciascuno di noi è legata intimamente all’ambiente e al processo storico nel quale siamo inseriti, alla cultura e all’impegno individuale, però esistono tratti simili, linee comuni a tutti, chissà, la ricerca della felicità, un futuro migliore, un vago desiderio di cambiamento. Forse è stato l’insieme di questi fattori che fece innamorare la ragazza protagonista di questo racconto per un marinaio. Immaginiamo lo stato di Bahia alla fine degli anni quaranta, immaginiamo una piccola cittadina perduta nelle carte geografiche al confine col sertão del nordest, le steppe aride senza fine. La ragazza vede il marinaio, figlio di quella terra, che torna a casa, bianca uniforme, bello come un dio, tutti i denti in bocca, le scarpe ai piedi. Una visione, la realizzazione viva di una fiaba infantile. In un pugno di anni nascono tre figlie. Il marinaio partiva e tornava, partiva e tornava, partiva e un giorno non tornò più. Altre donne, altre figlie, altre famiglie. La ragazza innamorata diventò donna, senza marito, tre bambine da mantenere, senza più nessuna illusione, senza fiabe infantili, adesso solamente la vita in tutta la sua amarezza. Sono anni duri di sudore e lavoro, di lavare panni e piatti in casa degli altri, di sollevare sacchi e cesti, spazzare per terra, anni che segneranno profondamente la ragazza-donna e le sue figlie. La ragazza che diventò donna, invecchia rapidamente, le mani si ricoprono di calli, il sorriso scompare dal viso, lo sguardo indurisce, come coltellate solchi profondi segnano la fronte.

Ma sono anni nei quali il Paese vive il sogno di un nuovo Brasile capace di costruire dal niente la più bella capitale della Terra, Brasilia. La rapida crescita economica, l’illusione di avanzare cinquant’anni in cinque, l’eterna ingenua gioventù del “Paese del futuro”, spinge milioni di persone verso la Città-grande. La ragazza-donna precocemente invecchiata, parte per la Città-grande, la più grande di tutte le Città-grandi, quella che simbolizza i desideri di una vita migliore per un popolo intero, per le tre figlie e per lei stessa. Una settimana di viaggio, dal nord al sud. Addio nordest, addio casetta, nhambu (un uccello tipico della regione, n.d.t.), addio nonni, addio abitudini di tutti i giorni come quella di usare le mani per mangiare, fare una pallottola di riso, fagioli e farina con le dita e portarsela alla bocca; addio all’andare a piedi nudi: come milioni di persone, a causa di fame e sete lasciarono il sertão. La Città-grande senza compassione, illude e inganna tutti e subito mostra i suoi denti. La donna lavora come mai avrebbe immaginato di lavorare in vita sua, come mai avrebbe immaginato che si potesse lavorare. Senza saper far niente oltre a lavare, stirare e pulire casa, comincia a lavare, stirare e pulire casa. Lavò, stirò, e pulì. Lavò la città intera, arrivò perfino a salire sugli aerei, li puliva, puliva la sporcizia dei passeggeri. Entrava sull’aereo e sveniva di claustrofobia. La macchina volante, simbolo di leggerezza, la opprimeva fino a svenire. Imparò a cucire. Cuciva, lavava, stirava. I soldi servivano per pagare il collegio dove vivevano le figlie che grazie al lavoro della madre potevano studiare e, loro sì, un giorno sognare una vita migliore.

La solitudine della donna fu più forte del buon senso. Un giorno le figlie tornarono a casa in vacanza e nella stanza con la madre ci trovarono che dormiva uno “zio”. Si era innamorata di nuovo. Non era un marinaio, era un poveraccio come lei ma che sapeva sedersi a tavola e mangiare con le posate come pochi…

Lo Zio visse con lei per tutta la vita ma delle figlie non ne volle mai sapere. E lei, per paura della solitudine e di essere abbandonata di nuovo, accettò.

Passano gli anni, la vita cambia la realtà delle cose e delle persone, le sofferenze diventano cicatrici e ricordi. Le figlie si sposano e danno dei nipoti alla madre, adesso, finalmente vecchia. I nipoti si sposano e danno il primo bis nipote alla donna che dopo tanti anni di amarezza e fatica cerca di sorridere di nuovo. Con l’età arrivano le malattie. Adesso il corpo stanco paga il prezzo di una vita di lavoro duro, di anni passati ad inginocchiarsi per terra a lavare e sfregare pavimenti. Ospedali, ricoveri, il polmone che non funziona, il ginocchio che fa male, la pressione che aumenta, l’artrosi che rode. Come se tutto ciò non bastasse, all’improvviso arriva lo sfratto.

Bisogna abbandonare la casa in affitto dove viveva da tanti anni. Le figlie comprano per lei e il suo compagno, una casetta vicino al mare. Una casetta semplice ma bella, con un bel giardino dove il cane e la tartaruga possono giocare liberi e la donna, adesso vecchia e malata, ha un posto per poter vivere serenamente. Il sorriso sembra tornare. La casetta, la compagnia costante delle figlie, dei nipoti, del bis nipote, tranquillizzano la donna come non si vedeva da decenni e l’amarezza sul viso è ormai un ricordo dei giorni difficili. Un grande poeta ha detto: Tristeza não tem fim felicidade sim, la tristezza non ha fine, la felicità sì. La felicità è realmente un istante fugace. Pochi mesi e la vita torna a mostrare quella durezza che la donna ha conosciuto bene da vicino. Una crisi respiratoria acuta obbliga la donna a sdraiarsi su un letto qualunque di un ospedale qualunque. Arrivano le figlie, arrivano i nipoti. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi alla donna che muore, tutti sentono il peso dell’ironico dramma della sua vita. La donna alza gli occhi, chiama i nipoti uno ad uno, chiama le figlie una ad una. “La benedizione, mamma” chiede una delle figlie, quella che ha accompagnato più da vicino gli ultimi mesi dell’effimera felicità. “Che Dio ti benedica, figlia mia”, risponde la donna.

Non so, forse è un luogo comune dire che i morti nella bara hanno una espressione serena. Ma è proprio così, la donna era bella, sembrava sorridere. In quel momento ho guardato intorno a me, ho visto i miei figli, mio nipote e ho capito che la storia di questa donna non è, come ho detto all’inizio, una semplice storia di una persona qualunque. No. È la storia del sangue del mio sangue, una storia davanti a cui mi inginocchio, abbasso la testa e ringrazio.

È la storia di mia madre. Grazie mamma, adesso sì, finalmente puoi riposare.

Uma história

Se conseguir, tentarei contar em poucas linhas uma simples história de uma pessoa qualquer, uma história que se confunde com outras mil histórias aparentemente inúteis assim como aparentemente são inúteis milhões de anônimas vidas de brasileiros comuns.

A vida de cada um de nós está ligada intimamente ao ambiente e ao processo histórico no qual estamos inseridos, à cultura do lugar e ao compromisso individual, porém existem traços parecidos entre todos nós, quem sabe, a busca da felicidade, um futuro melhor, um vago desejo de

mudança. Talvez foi o conjunto desses fatores que fez apaixonar a moça, protagonista deste conto, por um marinheiro. Imaginemos o interior da Bahia, no fim dos anos quarenta, imaginemos uma cidadezinha minuscola perdida no mapa na beira do sertão nordestino, as terras do fim do mundo. A moça vê o marinheiro, filho daquela terra, que volta para casa, uniforme branco, lindo como um deus, com todos os dentes na boca, de sapato. Uma visão, a realização viva de um conto de fada infantil. Em um punhado de anos nascem três filhas. O marinheiro ia e voltava, ia e voltava, ia e um dia não voltou mais. Outras mulheres, outras filhas, outras famílias. A moça apaixonada vira mulher, sem marido, três crianças para criar, sem mais ilusão, sem conto de fada, agora somente a vida em toda a sua amargura. São anos duros, de suor e trabalho, de lavar panos e pratos para outros, de carregar cestas e limpar casas, anos que marcarão profundamente a moça-mulher e as suas filhas. A moça que virou mulher envelhece rapidamente, as maõs se cobrem de calos, o sorriso desaparece do rosto, o olhar endurece, como facadas sulcos marcam a testa.

Mas são anos nos quais o Pais vive o sonho de um Brasil novo capaz de construir do nada a mais linda Capital da Terra, Brasília. O rápido crescimento econômico a ilusão de avançar cinqüenta anos em cinco, a eterna ingênua juventude do “Pais do futuro”, empurra milhões de pessoas para a cidade grande. A moça-mulher, precocemente envelhecida, parte para a cidade grande, a maior de todas, aquela que simboliza todos os anseios de uma vida melhor para todo um povo, para as três filhas e para ela mesma. Uma semana de viagem, do norte ao sul. Nunca mais voltariam para o nordeste, a casinha, o nhambu, os avós, o hábito de usar as mãos para comer, de fazer bolinho de arroz feijão e farinha com os dedos e levar à boca, andar sem sapato: como milhões de pessoas, por causa de fome e sede deixaram o sertão. A cidade grande sem compaixão, ilude e engana todo mundo e mostra logo os seus dentes. A mulher trabalha como nunca havia imaginado trabalhar, como nunca na vida havia imaginado que se pudesse trabalhar. Sem saber fazer nada além de lavar roupa, passar, e limpar casas, começa a lavar roupa, passar e limpar casas. Limpou, lavou, esfregou. A cidade inteira esfregou, chegou até a subir nos aviões, limpava os aviões, limpava a sujeira dos passageiros. Entrava no avião e desmaiava de claustrofobia. A maquina de voar, símbolo da leveza, a oprimia até desmaiar. Aprendeu a costurar. Costurava, lavava, passava. O dinheiro servia para pagar o colégio onde viviam as filhas, que graças ao trabalho da mãe, podiam estudar para, estas sim, um dia sonhar com uma vida melhor.

A solidão da mulher foi mais forte que o bom senso. Certo dia as filhas voltaram para casa de ferias e no quarto com a mãe dormia um Tio. A moça-mulher havia se apaixonado de novo. Não era marinheiro, era um pobre coitado como ela mas que sabia sentar na mesa e comer com os talheres como ninguém…

O Tio viveu com ela a vida toda mas nunca quis as filhas. E ela, com medo da solidão, e de ser abandonada de novo, aceitou.

Passam os anos, a vida muda a realidade das coisas e das pessoas, os sofrimentos tornam-se cicatrizes e recordações. As filhas casam e dão netos para a mãe, agora finalmente velha. Os netos casam e dão o primeiro bisneto para a mulher que depois de tantos anos de amargura e fadiga tenta novamente sorrir. Com a idade chegam as doenças. Agora o corpo cansado paga o preço duma vida de trabalho duro, dos anos passados a ajoelhar-se no chão para lavar e esfregar. Hospitais, internações, o pulmão que não funciona, o joelho que doe, a pressão que sobe, a artrose que roe.

Como se tudo isso não bastasse, de repente chega o aviso de despejo. É necessário abandonar a casa onde mora de aluguel há muitos anos. As filhas, compram para ela e o seu companheiro, uma casinha na praia. Uma casa simples mas linda, com um lindo jardim onde a cachorra e a tartaruga podem brincar a vontade e a mulher, agora velha e doente, tem um lugar par poder viver serena. O sorriso parece voltar. A casinha, a companhia constante das filhas, dos netos, do bisneto, deixam a mulher tranqüila como não se via a décadas e a amargura do rosto é só uma lembrança dos dias difíceis. Um grande poeta disse: tristeza não tem fim, felicidade sim. A felicidade é realmente um instante fugaz. Poucos meses e a vida voltou a mostrar a sua dureza que a mulher sempre conheceu de perto. Uma crise respiratória aguda obriga a mulher a deitar na cama de um hospital qualquer. Chegam as filhas, chegam os netos. Ninguém tem coragem de se aproximar da mulher que morre, todos sentem o peso do irônico drama da sua vida. A mulher levanta os olhos, chama os netos um por um, chama as filhas uma por uma. “Benção, mãe” pede uma das filhas, aquela que acompanhou mais de perto os últimos meses da efêmera felicidade. “Deus te abençoe, minha filha” responde a mulher.

Não sei, talvez seja um lugar comum dizer que os mortos no caixão tem uma expressão serena. Mas é assim mesmo, a mulher estava linda, parecia sorrir. Naquele momento olhei em volta, vi os meus filhos, o meu neto e percebi que a história desta mulher não é, como disse no começo, uma simples história de uma pessoa qualquer. Não. É a história do sangue do meu sangue, uma história que reverencio e que perante a qual abaixo a cabeça e agradeço, por tudo.

É a história da minha mãe. Obrigada, mãe, agora sim, finalmente, pode descansar. Uma historia <!– @page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } P { margin-bottom: 0cm } P.western { font-size: 12pt; so-language: pt-BR } P.cjk { font-size: 12pt } –>