“Velocità controllata dalle buche”

Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) 19/04/2006   

Lunedì 17 aprile alle ore 12 sono entrato in Bolivia, nel posto di frontiera di Porto Quijarro. Ho deciso di arrivare a Santa Cruz con l’autobús, al posto di prendere il treno. Costo del biglietto 80 bolivianos (10 dollari) per fare 660 km. Ore di percorrenza 20. Non sapevo cosa mi aspettava. Entrare in Bolivia è come entrare in una altra dimensione, un altro tempo, un altro spazio. Appena oltrepassi la frontiera, tutto sembra cambiare. Le strade diventano di terra, vento che porta polvere rossa e sacchetti di immondizie che sono sparsi dappertutto, le macchine tutte rotte che vanno avanti a singhiozzo. Le persone diminuiscono di statura, visi tondi, pelle rossatra bruciata dal sole come se avessero avuto una breve e intensa cottura, capelli neri e lisci. Le donne piccole, capelli neri e lunghi, gonne larghe con falde, camminano a passi lenti e popolano i molti chioschi della strada, qualcuna con il bambino sulla schiena racchiuso nella coperta colorata annodata al collo. 
Bambini di 8-10 anni con vestiti logori che vendono caffè e alimenti e poi i cani che mai abbandonano l’uomo anche nella povertà, sono il loro specchio, senza pelo, scheletrici, testa bassa, vagabondi in cerca di un alimento da disputare con l’uomo.

Le frontiere del Sud America non sono un luogo ordinato gestito dalla polizia. Sono un porto di mare, rotte di commercianti di tutti i tipi, un crivello bucato, chi vuole essere legale passa per la dogana, gli altri per migliaia di km non controllati. Il cielo è nuvoloso, è arrivato un fronte freddo, io mi fermo in un posto a mangiare e come sempre la mia mente si mette a pensare. Devo digerire quello che vedo, la mente deve cercare delle giustificazioni per poter accettare e decodificare quello che le si presenta, altrimenti vomiterebbe e fuggirebbe.  Sto entrando in un altro mondo e questo è una nuova sfida per me. Se lo guardo con gli occhi di italiano, appare orribile, un mondo di perdenti o perduti. Ancora una volta devo cambiare lo sguardo.

Come definire questo mondo?. La prima parola che mi viene è "pressappoco" Qui la vita sembra tutta "all’incirca". La povertà ti entra negli occhi e non ti lascia mai. Le parole che mi vengono sono tutte terribili: trascuratezza, indecenza, sopravvivenza. I bagni in cui manca l’acqua, la pulizia lasciata alla forza del vento, gli uomini mezzi ubriachi affollati attorno all’autobus a racimolare qualche boliviano caricando i bagagli pesanti di qualche donna senza forza. Tutto questo come si può definire? Vivere del minimo, sopravvivere per oggi. Guardando un uomo seduto su un portico con la sua macchina da cucire e le persone che si fermano per cucire una scarpa o un tessuto, mi fa balzare una immagine. La vita rattoppata. Qui sembra che l’uomo non voglia forzare la natura e l’uomo rattoppa gli strappi che si creano quando la natura è ferita. Questo popolo sembra non voler ferire ulteriormente, non vuole cambiare radicalmente la natura, vuole convivere senza troppo ferire, per questo è diventato esperto nell’arte del rattoppare. Le case sono essenziali, la vita è sulla strada, si vive insieme con gli animali, le immondizie, l’acqua sporca.. si vive insieme…  Un grido mi assale da dentro. Come si puó ridurre la povertà? Non la mancanza di soldi o di beni essenziali, ma la povertà senza dignità, la povertà delle persone che sono perennemente ubriache, la povertà del bambino che deve lavorare, la povertà che sembra non avere riscatto, la povertà degli impoveriti. Ma prima di rispondere so che devo lasciarmi penetrare da questo mondo, devo smettere di pensare le cose che mancano, devo imparare a riconoscere quello che è presente e non appare al primo sguardo.  So che sto entrando in un altro mondo e i miei occhi devono cambiare fuoco. La Bolivia so che mi da la possibilità di guardare l’altro lato, quello delle storie non ufficiali, delle storie non scritte, quelle cose che per il mondo occidentale hanno il marchio del negativo o non sono registrate, sono assenti. Mi sono proposto di vedere per contrasto, penetrare nel mondo così difficile da accettare per me. Ormai ho imparato a ricentrare il fuoco della mia visione. So che lo sguardo è selettivo, non vede tutto, vede quello che vuole vedere. Normalmente lo sguardo agisce bloccando quello che risulta come percezione negativa, o si fissa su quello che vuole vedere, io ormai so come sbloccare questo meccanismo. Questo è quello che voglio nuovamente sperimentare in questo viaggio. So che la maggioranza delle persone mi direbbe che sono uno stupido. Ma ormai queste voci non hanno nessun potere su di me.  Perchè viaggio? È la domanda che mi si ripropone ad ogni nuova esperienza. Una domanda che chiede sempre una nuova risposta. La risposta di oggi? Viaggio per lasciarmi interrogare. Ho lasciato da tempo le aule di università o i pulpiti delle chiese. Amo la parola fragile delle persone coinvolte nel dramma. Le istituzioni hanno uno scopo primario, perpetuare se stesse e selezionare le voci per lasciarsi raggiungere solo da quelle che le confermano nel loro ruolo. Io voglio raggiungere le altre voci, quelle fatte zittire, quelle che non seguono ne miti ne ideologie, le voci dei feriti, di quelli che non tengono il passo e so che sono molti. Qui non servirà che li vada a cercare, mi circondano. 

L’orario della partenza si avvicina, faccio una telefonata per dire che arrivo a santa Cruz. L’autobus, stile anni 70, robusto, essenziale parte alle quattro. Una donna salendo è caduta e si è slogata un braccio, ma fa in tempo ad andare dal medico, essere steccata e non far ritardare la partenza. Lei protesta con la ditta delle corriere, ma non c’è nessuna assicurazione. L’autobus è pieno di donne e uomini con mille borse e borsette, la donna vicina a me apre un sacchetino e con le mani si mette a mangiare una coscia di pollo e riso in una vaschetta, poi pela una patata, si pulisce le mani sulla gonna. Mi dico che devo abituarmi a vedere questo. Tutti viaggiano con una coperta e anche io ho la mia copertina di pile comprata in Bolivia nel viaggio precedente. Da queste parti il freddo è di casa e piú si sale la cordigliera e piú si fa sentire. L’autobus dopo 10 minuti si ferma. Deve caricare piú di una tonnellata di vasetti di olio di soia. Poi inizia la strada sterrata.
Controllo della polizia, il poliziotto grida che manca l’assicurazione del mezzo, l’autista scende da dei soldi e si riparte tra le risate e i commenti di tutti. 

Il tramonto è un giallo intenso, abbagliante, i miei occhi brillano di gioia. Poco dopo l’oscurità scende e ci si ferma di nuovo. Davanti a noi un autobus in mezzo alla strada, bloccato. Dicono che la pompa ad iniezione non funziona. Gli uomini scendono e danno consigli, ma niente da fare. Dopo quasi una mezz’ora si decide di passare di lato, col rischio di impantanarsi. La manovra riesce con l’esultanza dei viaggiatori. La strada è terribile, l’autobus è percorso da una vibrazione e sussulto continuo, un zigzagare tra le buche per incontrare la traiettoria migliore. La velocità è decisa dalle buche. Questo è scritto dietro l’autobus: "Velocidade controlada por buracos". Forse è proprio questa l’immagine che mi puó rimanere impressa. La storia di questo popolo non è decisa da progetti, da ideali, dai sogni, ma dalle deficenze, dai buchi che sembrano incolmabili, come ci dicevano a scuola: l’alunno ha delle lacune di base. Il viaggio continua interminabile, tra fermate per scaricare qualche passeggero in paesetti che sembrano non esistere o per pisciare in qualche angolo della strada o nascosti da un albero, uomini e donne senza vergogna, circondati da una foresta senza limite. La provincia di Santa Cruz ha la superficie poco piú estesa dell’Italia e più di metà è foresta amazzonica.

Arriva il nuovo giorno, sono riuscito a risposare qualche ora nelle tregue dei sussulti. Ormai ho imparato ad avere pazienza. Arriviamo a Santa Cruz alle 14,30, due ore e messo di ritardo. Nessuno si lamenta, tutti prendono i preziosi bagagli e si avviano ai loro affari. Parecchi dei viaggiatori proseguiranno il loro viaggio, chi per Cochabamba e chi per La Paz.
Io prendo un taxi e vado ad incontrare Juan Pablo. 
Mauro Furlan