Voci dal Libano martoriato

di Nouhad Moawad

18 luglio 2006
Stamani, mentre andavo al lavoro, sono stata raggiunta al telefono da una delle mie migliori amiche. Mi ha detto che sabato ha lasciato la propria residenza a Beirut per trasferirsi in una casa fra le montagne. La sua voce rivelava tutta la sua paura e la sua ansia. "È sempre la solita vecchia storia", ha detto, "Distruzione ovunque. Le parti in conflitto se ne fregano egoisticamente delle persone. Sono disperata. Non possiamo fare altro che guardare le notizie in televisione, è deprimente. Mi sembra di non aver più energia per pensare ad un domani. L’unica cosa che voglio è non vedere più sofferenza. Voglio la pace".
La mia amica lavorava come clown, rallegrava le feste di compleanno, ma ora è senza lavoro, ovviamente: cosa c’è da festeggiare?
"Qualche volta mi sembra di poter sopravvivere alla situazione, ma mi basta andare al supermercato e vedere gli scaffali vuoti, o la gente in fila per comprare cibo, e so che non c’è nulla di normale in questo, che la situazione è miserabile, che la morte ci sta minacciando tutti".
Al lavoro, ricevo una e-mail da un’altra amica, attivista nella società civile libanese, che vive nel centro di Beirut: "Mi rifiuto di arrendermi alla partita fra nazioni giocata in Libano. Il Libano continuerà ad esistere, qualsiasi cosa facciano". In allegato, quattro petizioni che chiedono aiuti umanitari per il popolo libanese e donazioni alle banche del sangue.
La mia sorella più giovane, che ha vent’anni, mi ha invece scritto una lettera sulla situazione della nostra città natale, nel nord. Mi assicura che la nostra famiglia sta bene, e che conserva la determinazione ad aiutare il paese a vivere come una nazione indipendente: "Ne’ Israele ne’ Hezbollah hanno creato il Libano, e nessuno dei due lo eliminerà". I libanesi stanno soffrendo la fame, la sete ed il terrore. In sette giorni sono state uccise 220 persone, e solo tre appartenevano ad Hezbollah; 850 sono i feriti, e mezzo milione coloro che hanno dovuto lasciare le proprie case. Molti luoghi non esistono più. La comunità internazionale ha a cuore queste persone innocenti? Cos’hanno fatto i libanesi, che meriti una punizione simile?

19 luglio 2006
Oggi a raggiungermi via e-mail è un amico. Mi ha raccontato delle ventitre persone, donne e bambini, uccise un paio di giorni fa a Merwaheen, nel sud del Libano. "Cercavano di sfuggire ai bombardamenti e di rifugiarsi nel centro dell’Onu. Ma il centro ha rifiutato loro l’accesso, temendo un altro genocidio tipo quello di Qana dell’aprile 1996. I poveri abitanti del villaggio sono rimasti fuori. Sono rimontati sulle auto ed hanno tentato di tornare alle loro case, ed hanno incontrato un missile israeliano. Tutti morti".
Il riferimento del mio amico a Qana riguarda un’offensiva israeliana che si chiamava "Grappoli di collera" e cominciò il 12 aprile del 1996. Sei giorni più tardi, centoquaranta civili si rifugiarono alla base Onu a Qana e vennero uccisi da un missile. Un bambino senza testa fu ritrovato dopo l’attacco. Nessuno è stato chiamato a rispondere di questo.
Il mio amico continua: "Vengono usate bombe al fosforo, armi bandite a livello internazionale. In questa guerra nessuna convenzione sui diritti umani viene rispettata. I bambini sono terrorizzati, perdono i genitori e i parenti, muoiono di fame. Il popolo libanese è stato privato anche del diritto all’assistenza medica. Oggi un camion degli Emirati carico di medicinali è stato bombardato mentre era per strada, a Bekaa. L’ospedale di Hadath (zona nord di Beirut) è stato colpito la scorsa notte. Sono senza parole, a causa delle immagini dei bambini feriti e uccisi che vengono trasmesse dalle televisioni e pubblicate sui giornali. Mi domando perche’ paghiamo il prezzo di una decisione che non abbiamo preso".
E veramente le parole vengono meno, se si guardano le immagini. È così duro per me, che avevo lasciato il mio paese sulla via del progresso e del miglioramento dopo una lunga occupazione, pensare che vi tornerò per trovarlo bruciato e distrutto.

22 luglio 2006
"La morte cammina per le strade del nostro paese. Riesci ad immaginarlo? Ci sono persone bloccate nelle proprie case ad aspettare la morte. Cosa c’è di più crudele del sapere che da un momento all’altro per te può essere finita?". È la mia amica che lavorava come clown, a scrivermi oggi. Riferendosi alle cifre dei morti, mi dice che anche membri dell’esercito libanese entrano nel conto, nonostante non stiano partecipando agli scontri e non abbiano attaccato Israele.
"Regioni cristiane e regioni musulmane, civili e militari, chiese e moschee, uomini e donne e bambini: gli attacchi non fanno distinzioni. Mi piacerebbe svegliarmi domattina e scoprire che è stato tutto un incubo. Vorrei poter smettere di pensare, più penso più sono stanca e depressa. Non so se riusciremo mai a vivere in pace e dignità in quest’area. Non so se avremo di nuovo il diritto di sorridere".
Sempre stamattina ho ricevuto un messaggio da una compagna d’università, che dice più o meno le stesse cose: "Non so se condivideremo ancora le aule e le lezioni. Non so se riusciremo mai ad avere un futuro in questo paese. Non so se vedremo mai la pace in Libano".
La capisco. Potremmo non tornare mai più all’università. Potremmo non incontrarci mai più. È triste essere privati del diritto di mangiare, del diritto di bere acqua, e del diritto di imparare. Questi diritti fondamentali rappresentano forse una minaccia alla pace?
Mi domando se tutte le parti internazionali e locali coinvolte nel conflitto sappiano che nulla, su questa terra, durerà per sempre, tranne l’animo umano.
Ricordano che la civiltà dei faraoni, quella dei maya, i romani e i greci, i fenici e gli ottomani, e molte altre civiltà, ora sono storia?
Abbiate pietà degli innocenti, dei bambini terrorizzati e feriti e uccisi, forzati a lasciare le loro case. Non permettete che la storia si ripeta come nel 1982, quando ventimila persone morirono durante l’invasione israeliana. Vi chiedo di riflettere sul fatto che ogni atto violento non farà che alimentare l’odio in Medio Oriente, e si tradurrà in guerre senza fine. Unisco la mia voce alla richiesta urgente di pace, e spero che qualcuno degli individui coinvolti in questa crisi la ascolti.

[(tratto da ‘la nonviolenza è in cammino n. 1368). Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione il seguente testo. Nouhad Moawad, laureanda traduttrice all’Università di Beirut, dal 2 luglio e fino al prossimo 5 settembre lavora a New York in un progetto seminariale di "We News"]