“Boom” evangelico

 

 

Non c’è dubbio: sono un cattivo Pigafetta. Ho fatto un lungo digiuno dal “giornale di bordo”. Problemi di computer, altri impegni e… il calore che toglie la voglia di scrivere. Qui, ogni giorno pare ferragosto e a ferragosto nessuno ha voglia di mettersi a tavolino o di lavorare.

Si lavora l’indispensabile e a ritmi blandi, dal sorgere al tramonto del sole, dalle sei alle sei. Poi la gente, a sera, confraternizza, finalmente “vive”. In periferia, dove mancano spazi comunitari, ci si riunisce nel piccolo “bar della porta accanto” (quanti baretti!) o sulla porta di casa, coi bambini che sciamano e i giovani che tendono la rete di pallavolo da un marciapiede all’altro. Gli uomini, molti i panciuti (dev’essere a causa dell’alimentazione a base di farina), vestono bermuda; le donne, molte evidentemente incinte, vestono succintamente, anche bikini. Fanno eccezione gli evangelici che passano incravattati, con la bibbia sotto il braccio, diretti alla rispettiva chiesa. Essi accrescono quel panorama che ho già definito come una Matrix latinoamericana, uno scherzo capriccioso del Cielo, una mescolanza di reale e virtuale. Gli evangelici sono tanti: se con p. Alberto abbiamo qui 23 comunità cattoliche con la loro chiesetta, i luoghi di culto evangelici sono almeno dieci volte di più. Ma la mia non è invidia, come qualcuno potrebbe pensare. Gli evangelici mi obbligano, questo sì, a riflettere, nel senso che, quando qualcosa è troppo diffuso, c’è da temere la metastasi: di un tumore, della comunicazione, dell’immagine… Qui si direbbe che il sacro è troppo diffuso, è in metastasi (può darsi che nel primo mondo ad essere in metastasi sia il profano). Il mio televisore prende sette canali e tre di loro passano solo programmi religioso-carismatici. Nel commercio, la bancarella con quattro banane e il supermercato hanno nomi religiosi: di santi i più tradizionali, biblici i più recenti. Scritte in “outdoor” annunciano il ritorno immediato di Cristo o invitano a maratone o seminari religiosi.

Forse dovrei essere contento: è sempre stato il sogno dei preti fare che la religione abbia il monopolio dell’attività umana, sia “in”, abbia indiscussa “audience”, con gli show religiosi superiori ai profani. Ma c’è quel dubbio della metastasi: lo hanno capito in Italia coloro che propongono la laicità, come cittadinanza aperta sia al sacro che al profano, sia al cristiano che al musulmano, sia al religioso che al pellegrino ateo.

Ma vediamo il fenomeno del “boom” evangelico. Chi si converte dal cattolicesimo ad una chiesa evangelica, abbandona alcool, fumo e prostituzione; comincia a pagare le decime (e quindi a organizzare la sua economia per poter essere fedele); sostituisce la Madonna e i santi con la bibbia; passa a credere nei miracoli; canticchia inni religiosi; s’impratichisce in uno strumento musicale; vede se stesso nella sua chiesa come un membro attivo: canta, parla in lingue, sottolinea la forte predicazione con amen, alleluia e “graças a Deus”. Non solo, ma egli diventa ministro di culto e poi, chissà?, apre una sua chiesa. Quando questo avviene, si può parlare di promozione sociale: chi era di classe bassa, passa a integrare la classe sociale media. A questo punto si capisce quanto sia riduttivo chiamare “sette” le chiese evangeliche: esse hanno creato nuovi stili di vita e di arte, specialmente di musica, frutto di meticciamento tra musica sacra e ritmi moderni quali rap, raggae, hop hup; hanno proposto un nuovo costume; hanno dato vita a gruppi fino a ieri impensati, come il movimento “atleti di Cristo”, integrato da campioni del mondo del calcio…

Il mio dubbio si pone a livello di intercultura. Questo nuovo “trend” non è originale, non rispetta la cultura dell’Amazzonia e qui siamo nel cuore dell’Amazzonia, regno dell’acqua, della foresta e dei popoli indigeni. Ebbene, rispetto alla cultura indigena, questo degli evangelici è un fenomeno importato. Volendo ben situarlo con un po’ di storia, dobbiamo rifarci a Ronald Reagan: deciso a concorrere per la seconda volta alla presidenza degli Stati Uniti, Reagan commissionò uno studio sulla realtà del continente americano. Il risultato dell’indagine, ampia e ad alto livello, indicò il cattolicesimo dell’America Latina come nemico degli interessi statunitensi. Il documento di Santa Fè, conclusivo dell’indagine, diede lo spunto per lanciare una missione evangelica in Brasile per… salvarlo dal comunismo, così si disse. In realtà si è voluto ridimensionare il monolitismo del cattolicesimo in tutto il Centro e Sud America. Il boom di chiese evangeliche in America Latina data da allora. Va però detto che oggi, nella grande maggioranza, esse sono autonome e economicamente autosufficienti.

Mi si obietterà che il popolo brasiliano conosce l’arte di vivere, l’arte dell’ibridazione. Il meticciato che egli pratica sta lì a provarlo. È vero, e dico di più: il melting pot come “crogiuolo di etnie”, io l’ho incontrato in Brasile, non negli Stati Uniti. Con un’immagine: in Brasile c’è il frullatore, mentre negli Stati Uniti (che ho conosciuto) c’è l’insalatiera: i gruppi etnici vivono fianco a fianco senza fondersi, uniti dalla bandiera del complesso di superiorità e dalla lingua English che tutti parlano male. Ma è sempre più difficile resistere alle investite delle mode proposte dal primo mondo, padrone dei mezzi di comunicazione.

E qui io parlerei di due colonizzazioni: quella della penisola iberica (cattolica) nei secoli XVI-XVIII, e quella attuale (protestante-evangelica) degli USA. Vorrei anzi considerarle nella loro azione presso le popolazioni indigene. Gli indios, seppure non possono essere considerati tutti uguali così da parlare di una sola cultura indigena, hanno certi tratti comuni. Per esempio, fanno da denominatore comune: la dualità uomo-donna (anzi, tutto è a coppie) invece che il dualismo; essere parte integrante della natura (un filo della trama e non padroni del tessuto della natura); essere dentro al giro del cerchio e non collocati su una scala piramidale; considerare la vita tutta sacra e tutta profana (religione non è appannaggio di un’ora alla domenica).

Questa cultura rendeva gli indios molto sereni, molto equilibrati. Dobbiamo riconoscere che il cattolicesimo – con solo una breve parentesi di inculturazione da parte dei primi gesuiti – ha ignorato la cultura indigena e ha imposto la visione cristiana, specie iberica. C’è stato un vero sconquasso, di cui dà un’idea lo scritto del Chilam Balam:

“Piangiamo perché sono arrivati.

Sono arrivati gli ammucchiatori di pietre, gli assetati di oro.

A castrare il sole, ecco cosa sono venuti a fare!

Lasciateci morire, perché i nostri dei sono morti!

Prima tutto era buono. Non c’era allora peccato,

non c’era allora malattia, non c’era dolor di ossa,

non c’era allora febbre, non c’era allora vaiolo.

Eretto andava il nostro corpo allora.

Non fu più così quando arrivarono gli stranieri.

Essi ci hanno insegnato la paura.

Sono venuti a rovinare i fiori. Perché il loro fiore vivesse,

essi distrussero e succhiarono il nostro fiore!”.

Ricordo il film “Mission”. Il nunzio apostolico venuto da Roma disse sorprendentemente una frase che è, credo, la tesi del film: “Ma per loro, per gli indios, sarebbe stato meglio se noi non fossimo venuti”.

Ci volle molto tempo perché almeno una parte della chiesa cattolica, e ben esigua, capisse il rovinio provocato e cercasse di riparare. Ecco lo sforzo di inculturazione con una teologia india; o di “vivere come loro” da parte di padri e, in particolare, di “piccole sorelle”. C’è stato lo sforzo della “teologia della liberazione” di considerare gli indios come i più poveri tra i poveri, ma essi hanno fatto notare che non si considerano poveri e non lo sarebbero se potessero vivere fuori del mondo globalizzato, liberi nelle loro terre finalmente demarcate (ancora non lo sono).

Adesso cosa sta avvenendo? La situazione degli indios è peggiorata: le febbri e il vaiolo di oggi si chiamano alcoolismo, giovani attratti dalle città, svuotamento della memoria e sospensione del raccontare… Le chiese evangeliche si fanno presenti per drammatizzare ancor più tale situazione. Chi si ubriaca di sera, striscerà come abietto implorando in pianto il perdono di Dio al mattino successivo in una chiesa evangelica. L’armonia e l’equilibrio di un tempo s’allontanano sempre più, tanto da far crescere tra gli indigeni il fenomeno del suicidio!

Non sono direttamente a contatto con le popolazioni indigene che vivono all’interno, ma qui in periferia aumenta la presenza degli indios e molti sono i “meticci” e sono disorientati. E questo mi obbliga a riflettere seriamente: quanto io voglio rendere loro l’identità originaria e quanto invece voglio vestirli con il mio passato e col modo d’affrontare la vita dei bianchi? Io sono ancora inevitabilmente prigioniero nel mio corpo e nella mia mente! Do sempre agli altri i miei attributi, li guardo dallo stretto delle mie opinioni e idee. Pretendo per quanto mi è possibile che essi siano me; li voglio ficcare nella mia pelle, pretendo di dar loro i miei occhi per vedere attraverso di essi, voglio costringerli in schemi delimitati dalla presente concezione occidentale del tempo e dello spazio…

Credo che anche nei confronti del popolo della periferia in generale la mia percezione sia carente. Senz’altro lo è per voi. Dice Hobsbawm che i favoriti non conoscono i pensieri di chi sta dall’altra parte, ne sono tagliati fuori: a nulla vale avere internet che informa e dona immagini del terzo mondo con un solo click di mouse a tutte le ore del giorno. A nulla vale anche visitare come turisti il sud del pianeta. “In un mondo pieno di tante disuguaglianze, vivere nelle regioni favorite è in realtà come essere tagliati fuori dall’esperienza di chi vive fuori da queste regioni. È necessario un enorme sforzo dell’immaginazione, oltre a tanta consapevolezza, per uscire dalle nostre confortevoli enclave, protette e preoccupate solo di sé, per entrare in un mondo più grande, privo di comodità e di protezione, e abitato dalla maggioranza della specie umana”.

Il gap tra i due mondi cresce nella misura che le megalopoli del terzo mondo crescono, col fenomeno di giovani trasgressori e violenti per i quali “i ricchi hanno Dio e la polizia, a noi restano le stelle”. Un paradosso amaro che stranamente trasmette una speranza, come se dalle ceneri della miseria e della repressione dovessero sbocciare una più forte fantasia e un più alto sentimento del vivere. E l’impressione che noi siamo per davvero i primi e gli ultimi (o forse la preistoria?).

Ma io stesso, alle sei di sera, raramente mi fermo con la gente. Spesso, se non c’è una riunione dopo cena, prendo la macchina e rientro; la mia stanza è quasi un bunker, senza finestra a vetri, con balcone che devo chiudere per avere un po’ di aria condizionata. Mi consola un pensiero di Aldo Capitini: “Quando è sera, quando tutti vanno per altre cose, Gesù Cristo, la sua energia, la sua chiarezza, la sua virile bontà, quella serietà piena di rettitudine e di sofferenza tra le ombre del mondo, è un sicuro conforto. Gli facciamo posto accanto”.

Principio della saggezza è riconoscere la propria povertà esistenziale. La mia a Manaus sarà una permanenza laboriosa.