Bahia, terra da felicidade

Babbo, non fare niente di quello che sai che non mi piacerebbe che tu facessi.

Ha quindici anni e si prende cura di me, padre snaturato. Li ho appena messi sul taxi che parte verso l’Hotel Tropical. Questa volta niente pensioncine economiche, niente bettole: moglie, figlia, anziani ma arzilli genitori e fratello, necessitano di una sistemazione adeguata al loro rango. Io, per me, se fossi da solo… ho già dato prova al mondo di cosa sia capace, tutti sanno dove mi sono andato ad infilare a Rio, a Belém, a Iguaçu. E mia figlia, consapevole del padre che si ritrova, mi ammonisce benevola ma con un tocco di vera preoccupazione: babbo non fare niente di quello che sai che non mi piacerebbe che tu facessi. Commosso – ma in stato di estesi – mi avvio, ipocrita, ingordo, verso una nottata, l’ultima notte a Salvador. Se l’anno scorso a Rio ero Tom Jobim, adesso sono per lo meno Dorival Caymmi. Volo a un metro da terra, il mio regno per una birra, il mio impero per una sigaretta. Notte a Salvador de Bahia de Todos os Santos, famiglia in albergo, notte free, hip hip, hop hop, eccomi eccomi il turista imbecille è arrivato: donne, baciatemi!

La mano che mi spinge ad entrare nel locale è la stessa che mi apre la bottiglia di birra, non richiesta espressamente ma desiderata ardentemente, dopo avermi rifilato la complice pacchetta sulla spalla con strizzatina d’occhio mi porge la sigaretta criminale grande consolatrice delle pene mie. Ma come fanno a sapere che sono turista? Da dove si vedrà? Le scarpe da tennis sono uguali a quelle di tutti, la maglietta pure, le braghette anche e vivo in queste terre da quasi vent’anni con moglie e figlia indigene, ma come fanno ad accorgersene? Sarà l’abituale naso rosso abbrustolito dal sole, sarà il sorriso ebete, sarà che ce l’ho scritto in faccia? Nel localino – a prima vista non ha niente a che vedere col famoso Barba Azul di Belém – è samba, è samba, è samba. Come nel localino accanto, d’altronde. O come nella piazza del Pelourinho, o come durante la messa nella chiesa di Nossa Senhora do Rosario dos Homens Pretos, Nostra Signora del Rosario degli Uomini Neri. Samba dappertutto. Samba di Bahia, molto diverso dal samba di Rio, più lento, più soffice, più… Ma come si fa a descrivere il samba? Dicevo dunque, samba a messa: tutti i martedì è dia de Benção, giorno di benedizione, la Messa nella chiesa degli schiavi, costruita da loro per poterci celebrare a porte chiuse i riti del Candomblé trasformati in culto cristiano e viceversa. Oggi una vera e propria messa accompagnata dal ritmo delle percussioni afro-brasiliane. Io là. Me lo ha chiesto di andarci espressamente minha mãe Olarina, mia madre Olarina, quando stamattina ho visitato il Terreiro de Candomblé più importante di Salvador. Ci ho portato pure la famiglia. Itamar, faccia da delinquente, ma guida fidata, ci accoglie vestito di bianco, in fondo al vicolo. Non è una favela ma è meglio andarci accompagnati da Itamar. Quem está comigo, esta com Deus, chi sta con me, sta con Dio, dice per tranquillizzarmi. Non avrei mai dovuto venire con moglie, figlia, arzilli e fratello. Tensione. Esce dal Terreiro (è il tempio del candomblé, dove si svolgono i rituali. C’è una lapide che lo dichiara patrimonio spirituale di Salvador: firmato il governatore Pico Pallino. Ce n’è un’altra di Jorge Amado, insomma è un vero mausoleo dedicato alla più importate sacerdotessa della religione afro-brasiliana, Mãe Menininha de Gantois. Erano anni che volevo visitarlo, eccomi qua con naso rosso e famiglia, la responsabile: “Itamar resta con loro, hai visto com’è la situazione!”. La situazione è che sei nasi rossi sono entrati in una strada senza uscita e i bei tipi seduti sui gradini, al baretto, appoggiati al muro, se non ci fosse Itamar, ci farebbero a pezzi. Nella visita è compresa la Benedizione di una sacerdotessa, una Mãe. È lei che mi fa entrare nel salone. Si alza per ricevermi, mi impone le mani. Dietro di me una breve cerimonia di benvenuto, tamburi e danze. Mãe Olarina mi benedice e mi chiede di partecipare alla Messa della sera. Là fuori Itamar è una guardia del corpo zelante, la sua autorevole presenza ha tenuto lontano ladri e assassini, ci riaccompagna alla fermata, ci mette uno ad uno sull’autobus, ci abbraccia come un fratello maggiore, Vai com Deus amigo e quando torni a Salvador, viene a visitarci ancora.

Finita la Messa della Benedizione e adempiuti i miei doveri di figlio del Candomblé di Minha Mãe Olarina, con moglie figlia e compagnia in albergo, la notte è mia, donne baciatemi. E le donne non tardano. Il turista dalla faccia imbecille puzza di Euro da lontano. Eccole dunque le donnine, prima una e poi l’altra e poi un’altra ancora. Sigaretta, birra, samba, ombelichi globalizzati e fondoschiena indiavolati, (…. babbo non fare niente….). Qui non si tratta neanche di non fare… ma addirittura di non guardare…. non pensare…. non… e allora, ciao ragazze, ci vediamo un’altra volta. Neanche un’ora e finisce la mia notte brava. Torno in albergo. In fondo non è colpa mia, la voglia di samba me l’ha fatta venire Mariene de Castro, una cantante meravigliosa che ieri sera ha presentato il suo nuovo spettacolo. Canzoni immortali suonate da virtuosi solisti accompagnati da ben sei percussionisti scatenati. Il giornale annunciava che durante il concerto alcune canzoni sarebbero state accompagnate dalle coreografie del gruppo “Os 4”, composto da un cantante cieco, due ballerini e una seggiola a rotelle. Sí, una seggiola a rotelle, perché uno dei ballerini, una ragazza, è tetraplegica. Io, che spendo la mia vita ad occuparmi di riabilitazione e integrazione dei disabili, corro a vedre. Signore e Signori comprate, ascoltate, chiamate in Italia Mariene de Castro e Os 4, è uno degli spettacoli più belli che ho visto in vita mia. Musicisti e ballerini fanno del palco un tempio di lotta in nome dell’arte e di rispetto per la vita e la sua diversità. E pure mia figlia rocchettara contumace ne è uscita commossa. Viva Mariene de Castro, viva Os 4.

Amici bahiani avvisano: non farti travolgere dal caldo, dal sole, dal mare, stai attento, apri gli occhi, non dormire, non farti abbindolare dalle immagini da cartolina. E cosi faccio. E cosi vado. Vado al mercato di São Joaquin, sulla strada vicino al porto. Un enorme agglomerato di casupole in riva al mare. Dalla Bahia de Todos os Santos arrivano barche e barconi carichi di tutto il possibile, oggetti di ogni tipo, frutta, animali vivi, animali morti, animali vivi macellati e scuoiati sul posto davanti al cliente che chiede una testa di capra o fegato di maiale. Mi raccontano che ogni dieci anni bisogna sgombrare con le buone o con le cattive. Le industrie e il porto delle navi intercontinentali necessitano di spazio. Non ci si pensa più di tanto: il grande mercato viene incendiato e chi si è visto, si è visto. Raccontano che cinquanta mila persone nascono, vivono e muoiono nel mercato di São Joaquim e che il progresso ha portato anche qui i suoi benefici: i vicoli sono stati asfaltati.

Continuo a seguire il consiglio degli amici: guardare meglio. Davanti all’Hotel Tropical un corteo di dodicimila bambini parte in direzione al centro. Ricorre il diciassettesimo anniversario dell’ECA (Estatuto da Criança e do Adolescente), quell’insieme di norme per la tutela dell’infanzia e della gioventù. Migliaia di ragazzi dei progetti sociali di Salvador, maglietta bianca e striscioni. Si chiede ancora una volta l’applicazione integrale delle leggi previste dallo statuto e si protesta contro la proposta di legge per la diminuzione dell’età imputabile. Salvador, Rio, Belém, São Paulo, in tutto il paese infuria la sete di vendetta, la voglia di rifarsi dalla paura della violenza urbana sui più deboli. Dodicimila bambini stanno dicendo “NO”. È un “no” che vuol dire SÌ, che propone, che abbraccia i cittadini, il paese intero. È um SÌ alla allegria, al mondo, alla vita. Contemporaneamente, dall’altro lato della città centinaia di persone, sempre vestite di bianco, si univano in un abbraccio simbolico intorno alla Lagoa do Abaeté. È uno stupendo lago tra le dune delle sabbie di Itapuã, celebrato in musica e versi da artisti di ogni tempo, e pur essendo zona di protezione ambientale viene assalito costantemente dalla speculazione edilizia. Come succede in tutto il paese, anche qui chi si impegna a fondo contro i grandi interessi finanziari e cerca di smuovere la palude dell’indifferenza, corre rischi serissimi che spesso si concretizzano: l’istituto medico legale conferma che il corpo crivellato di pallottole e poi bruciato è di Antonio Conceição Reis, ambientalista, leader comunitario, nato qui, morto da eroe.

Io, turista, spettatore di una città senza uguali, vivo diviso tra biasimare le miserie ed incensarne le bellezze. Come sempre non vorrei tornare a casa e ripiombare nella solita vita (che poi, ammettiamolo pure, tanto solita non è), come sempre, vorrei far parte di questa terra di sole mare e tamburi, vorrei essere percussionista di Mariene de Castro, pescatore, venditore di teste di capra, vorrei incontrare ancora uma volta Carlos, un bambinetto alto cosi che per chiedermi l’elemosina si immedesimava nella parte del disgraziato fino a farsi cadere le lacrime e che quando l’ho invitato a cenare con noi sorrideva come se fosse al circo dichiarando la sua eterna gratitudine: você é meu painho, tu sei è il mio babbino, mi diceva saltandomi in braccio.

Bahia, Terra da Felicidade… eu ando loco de saudade… Bahia, terra della felicità… sono già pazzo di saudade, di nostalgia: sono i versi di una famosa canzone che faccio miei appena metto i piedi in aereoporto. Vorrei tutto, voglio tutto, voglio Salvador de Bahia de Todos os Santos.