Belém do Pará

La nostra mente è come un tribunale, a volte lavora per condannarti, a volte per assolverti. È da qui che nascono le sofferenze dell’uomo. (Antenor)

Venticinque anni fa, il film ET cambiava la storia del cinema. Oggi trovo la foto del simpatico mostriciattolo nella metà inferiore del giornale Diário do Pará.
Chi vuole comprare una penna biro con doppio calendario incorporato, deve rivolgersi al signor Antenor che fa la spola in traghetto tra Belém e la città di Barcarena. È una utilissima penna biro, disponibile in vari colori, con una pratica linguetta che tirandola verso destra si allunga di una decina di centimetri: è il calendario del 2007. Se invece la tiriamo verso sinistra avremo quello del 2008. Due Reais. Se poi fate il mio nome, il signor Antenor la vende anche per meno. È un tipo piccoletto, magro, parla con tutti e anche con me. Ci prova in spagnolo, in inglese maccheronico, a gesti. Non mi crede quando gli dico che lo capisco, è lui a non capire il mio portoghese dall’accento paulista. E poi la mia faccia mi tradisce. Come se non bastassero la mia camicia da americano in vacanza, i miei jeans, i miei occhiali da sole, il mio naso abbrustolito, la mia faccia da turista imbecille è inconfondibile: vorrei tanto passare inosservato, invece in due minuti lo sanno tutti i passeggeri della barca, di tutte le barche della città, di tutto il delta del rio Guajará. Turista imbecille.
Il signor Antenor vende di tutto, penna con doppio calendario, gelati, occhiali da sole e giornali. Col Diário do Pará piegato gira tra i banchi della barca, prima pagina: Acqua contaminata a Barcarena. Guardate, dice, guardate la foto, guardate che roba, ci hanno contaminato l’acqua, è bianca, densa imbevibile. È stato lui, continua Antenor, è stato lui, ET è sceso a Barcarena e ci ha contaminato l’acqua. Vuoi una penna col calendario?
Poche ore prima in albergo accendo la radio, ascoltiamo:
Oggi minima trenta, massima quarantarè.
Una sucurí (una specie di anaconda) di nove metri di lunghezza è stata uccisa a colpi di machete. Era nel giardino della casa in via tal dei tali ferma immobile dopo che si era mangiata un vitello.
Ore sei del mattino, sole, sole e sole. Filtro solare obbligatorio, naso imbecille, occhiali, camicia fuori. La zona vecchia, il centro storico praticamente intatto dal 1600, gente dappertutto. Un caffè al Rei do Cafezinho, il Re del Caffè. Mi sembra di entrare all’Antico Caffè Greco in via Condotti, o a sant’Eustachio, dietro palazzo Madama, Roma. Scaffali di vetro, arredamento anni trenta, costruito allora e mai più conservato, restaurato e neanche pulito. Scaffali di vetro, bottiglie di pinga, liquori, pinga, scarafaggio morto, pinga, liquori, pinga, scarafaggio vivo. Il caffè viene preparato la mattina e messo in enormi termos, apri un rubinetto e viene giù caldo e zuccherato di suo, come a sant’Eustachio. La tazzina riposa in acqua calda dentro un recipiente dove ritorna appena l’appoggio sul bancone. Il mercato Ver-o-Peso era, ed è rimasto per secoli, la porta d’entrata e di uscita per l’Amazzonia. Arrivano navi e barche cariche di tutto. Frutta sconosciuta, pesce, gente. Il turista imbecille a bocca aperta e naso in fiamme, guarda l’altra sponda del fiume a quattro chilometri di distanza. In realtà è un’isola che con il traghetto e il signor Antenor, attraverserà più tardi per andare a Barcarena. Le passerà attraverso navigando per stretti canali chiamati igarapé, boccaperta e naso imbecille guarderà una foresta intoccata, le capanne di legno, la scuola palafitta, i bimbi a scuola in barca, gente a pescare, altre barche. Attraversata l’isola gli si aprirà davanti l’altro ramo del fiume, isole e acqua per chilometri e ore. Il mercato Ver-o-Peso, meraviglia e orgoglio della città. Mangio un pesce, fritto davanti a me da una stupenda mulher, scultura viva dalle amazzoniche forme, che vorrei per me, tutte e solo per me, Ahimè… Sigaretta. Come a Rio l’anno scorso. È tutto mio.
A pochi passi, una antica casa signorile restaurata: il museo do Indio. La guida mi racconta la genesi delle pitture: linee che si intersecano ora ad angolo retto, ora in quadrati, ora oblique. Non sono opera di fantasia ma rappresentazione della natura. Ad angolo retto camminano le formiche quando cambiano direzione. In grandi quadrati è composta la corazza del jabotí, una grande tartaruga. Le ali degli ucelli si aprono oblique. Sto per andarmene, la bocca e il naso come sempre, racconto alla guida, indio, che tanti anni fa partecipai alla cerimonia del nhamon graí e venni battezzato col nome di Verã Jecupé dagli indios tupí-guaraní che abitano alle pendici del Picco do Jaraguá, alla periferia di São Paulo. Allora siamo cugini, dice mentre mi abbraccia.
Gli avvoltoi, a decine, aspettano sui cornicioni delle case che i marinai buttino i pesci morti sulla spiaggetta del porto. Un soldato della polizia militare, seduto alla bancarella, mangia con gusto la sua maniçoba e per stare più comodo si toglie la pistola dalla fondina e l’appoggia sul tavolo. Il mio naso e la bocca aperta stanno seduti davanti alla fortezza, nella piazza della cattedrale da dove parte, nel mese di ottobre, la processione del Cirio de Nazaré. Una fune lunga chilometri tirata da milioni di fedeli che si stringono fino all’inverosimile attorno all’immagine di Nossa Senhora, la Madonna.
Leggo, tra una birra, una sigaretta e la voglia della signorina della bancarella, il giornale che mi ha dato Antenor.
Diário do Pará 13 giugno, prima pagina. Scrivo senza tradurre: Ventimila crianças trabalham em Belém. Traduco a botta calda e parola per parola l’articolo firmato dal giornalista Luis Flávio:  “Secondo i dati ufficiali, più di trentamila bambini dai cinque ai diciassette anni sono occupati a lavorare a Belém. Tra i fattori che contribuiscono a questa situazione c’è la mancanza di lavoro e di opportunità per i genitori di questi bambini e il basso salario – il reddito dei paraensi è uno dei più bassi del Paese. Inoltre, circa di quattrocentomila paraensi continuano disoccupati. Lo studio ufficiale dimostra che in Brasile esistono 5.451.448 bambini e adolescenti dai cinque ai diciassette anni che lavorano. I bambini che lavorano, tra i cinque e i quindici anni di età, nella regione metropolitana di Belém sono, 20.665 equivalenti al 10,51% del totale di ragazzi della stessa età impegnati nel lavoro in tutto lo stato del Pará. È stata celebrata ieri la giornata mondiale della lotta al lavoro minorile. Storicamente si sa che esiste una grande concentrazione di bambini che lavorano in condizioni sub umane, si prostituendo, consumando e vendendo droga in quello che è uno dei più importanti e conosciuti punti del centro storico di Belém. Con l’obiettivo di allertare la popolazione sul problema e informare su come riconoscere e denunciare il crimine, ieri mattina, una equipe con circa 15 tecnici del Centro di Riferimento per la salute del Lavoratore della Segreteria Municipale della Sanità, ha avvicinato i negozianti, i bambini e i frequentatori del mercato Ver-o-Peso. Con lo slogan “Trabalhar é para adulto. Criança quer ser criança” (Lavorare è cosa da adulti, i bambini vogliono essere bambini; ndt) i Tecnici hanno distribuito mille volantini informativi e sessanta questionari. L’obiettivo del questionario è, oltre a mostrare che il problema realmente esiste e deve essere combattuto, quello di ottenere dati che rivelino l’attuale panorama della situazione nel Ver-o-Peso. A partire dall’analisi dei dati si avranno informazioni più precise sull’argomento. “Solamente così faremo un lavoro più puntuale. Non possiamo solo distribuire “bolsa-familia” (i novanta reais distribuiti dal governo federale; ndt), questo non risolve. Non importa offrire un corso di artigianato come alternativa a coloro che stavano vendendo caramelle ai semafori, perché non avremo nessun risultato”, afferma Inês Braga, sociologa del Centro di Riferimento. “La sfida è creare nuove politiche pubbliche affinché le buone idee e i buoni progetti siano impiantati”, dice. Il risultato della ricerca di ieri sarà inviato al Ministero della Sanità in forma di relazione, come previsto dal Protocollo contro il Lavoro Infantile”.
L’articolo è succinto ma molto chiaro. Un amico di Antenor mi raccontava che nella zona del mercato Ver-o-Peso, i ragazzi lavorano nei sotterranei o nelle stive delle navi. Brasile. Sud del mondo. E pensare che non posso neanche dare la colpa ai turisti, agli americani, ai predatori europei e italiani. A parte il mio naso, qui non ce sono.
Entro al Barba Azul, il Barba Blu, localaccio da non portarci nessuno, da andarci da soli e da non raccontare alla moglie che cosa ci hai visto. Fatto… niente, non ci ho fatto niente al Barba Azul, ma visto… sì bè, ho visto certe robe che… urcu can… Embè, che c’è? Uno non può neanche andare a sederesi un attimo al Barba Azul che avete subito da dire? Guardate che era mezzogiorno e non mezzanotte. Guardate che il Barba Azul è nel vicoletto di fianco alla cattedrale, a cinquanta passi dal tribunale. E poi sono un uomo di mondo, io. E che colpa ne ho se era pieno di donnine al lavoro? E se l’oste mi ha messo i suoi ditacci zozzi nel bicchiere? E se il tipo ubriaco davanti a me mi guardava come se mi volesse trucidare seduta stante? E se quell’altro, senza togliermi gli occhi di dosso si sputava sulle scarpe lasciando un filo di bava sventolare qua e là? Mezzogiorno, di fianco alla cattedrale, a cinquanta passi dal tribunale. E se le donnine mentre mangiavano sedute al tavolo con una mano tenevano la forchetta e con l’altra… basta, un vero schifo… bellissimo. Esco, vado, meglio forse finire di arrostirsi definitivamente il naso. Mi fermo sotto un albero senza il coraggio di attraversare l’enorme piazza. Antenor. Ogni tanto cambia lavoro, da venditore ambulante a posteggiatore abusivo. Mi riconosce, si avvicina. È lui che trova il posto per le macchine di giudici e avvocati che lavorano a cinquanta passi da lì, davanti al Barba Azul. Mi racconta la sua vita in un minuto e il suo dramma. La moglie o l’amante? Poi se ne viene con una delle sue, una frase che è un’opera prima di saggezza e che cito come introduzione a questo testo.  

Dorival Caymmi, cantore dell’anima popolare, scrisse che un giorno prese una nave per lasciare Belém ed emigrare al sud in cerca di lavoro, e mentre piangeva diceva: Addio, Addio. Una storia uguale a quella di migliaia di persone costrette a lasciare la ricchezza esuberante del fiume, della foresta, del sole, per ingrossare le fila della miseria metropolitana di São Paulo e la sua vita al nescafé, sradicati dalla lentezza del caldo per fingere efficenza effimera in un andirivieni esausto, tra favelas e cemento di una città costruita per essere distrutta e ricostruita il giorno dopo.   
Anch’io come Dorival parto, triste. Domani, lavorare. La mia nave oggi è un aereo in ritardo.
Adeus, Belém do Pará, adeus.