Brutus

Quando il passato continua a succedere simultaneamente al presente, la vita è una maledizione. (Antonio Lobo Antunes, scrittore)
Il metodo di produrre la decandenza per poi correggerla, l’idea del “tanto peggio, tanto meglio”, sono elaborati dalla classe dominante. I ricchi hanno abbandonato la città per paura della libertà. (Paulo Mendes da Rocha, architetto)
Lo Stato, il potere, fabbrica e produce i problemi per poi vendere la soluzione. (Brutus, morador de rua)

 

Scrittori come Lobo Antunes a volte sono capaci di scavare a fondo la tragedia umana e di riassumere in poche frasi, in parole semplici, tutta una esistenza.
I grandi architetti contemporanei come Mendes da Rocha la sanno lunga su come funzionano le stanze dei bottoni.  
La sentenza di Brutus è dettata unicamente dall’esperienza vissuta sulla propria pelle.
Lo so, lo sappiamo, ce ne accorgiamo anche noi che siamo ripetitivi, parliamo delle stesse cose, con idee e concetti triti e ritriti. Ma è esattamente così che ci sentiamo, è esattamente così che le cose accadono, ci accadono. Le parole a seguire di Brutus e di Adriano sono citate letteralmente, anzi, mancano i lunghi silenzi, le pause infinite, manca la tosse, il rantolo, manca l’odore acre di una notte dormita avvolto in una coperta sotto il cornicione di un portone, manca il sorrisone di Adriano e la barba di tre giorni di Brutus. Manca il delirio di due persone, noi due, che si ostinano a voler continuare a fare, almeno, la loro parte.
Il presente e il passato, la realtà e la fantasia, la logica del “tanto peggio, tanto meglio” hanno travolto Brutus per sempre. A noi, testimoni del genocidio, resta il lavoro e la nostra coscienza.
Edith e Paolo

L’attività di oggi è relativamente semplice. Consegnare la carta di identità ad Adriano. Non c’è verso, la perde sempre. In tutti questi anni Tia Edith gliene avrà consegnate almeno una decina. Le perde tutte. Dire “le perde” è un eufemismo. Quando vivi per la strada non hai un comodino col cassetto per infilarcela dentro, non hai neppure una borsa, a volte non hai nemmeno le tasche dei pantaloni perché questi, i pantaloni, sono ridotti a due pezze lacere e immonde. Non è il caso di Adriano. Pur dormendo rannicchiato sotto il cornicione di un portone, difficilmente lo si vede sporco, malandato. Adriano lavora, è posteggiatore abusivo. Simpaticissimo, buono come il pane, amico di tutti, nella piazza è da sempre una presenza costante. Si prende la responsabilità di ogni moto e di ogni automobile che parcheggia nei dintorni, organizza il flusso del traffico, aiuta le signore maldestre a manovrare in esigui spazi. Qualcuno gli affida pure le chiavi del proprio mezzo, non si sa mai che bisognasse spostarlo. Sai quanti anni ho, ventisette, dice con un pizzico di orgoglio, sto diventando grande.
La Tia Edith è uscita presto stamattina, deve arrivare fino a qui e consegnare ad Adrinano la carta di identità. O meglio, la fotocopia autenticata della carta di identità. Ci incontriamo davanti alla biblioteca municipale, non la lascio più andare da sola, la situazione generale è peggiorata, la tensione è costante, i pericoli triplicati, due persone sono sempre meglio di una, specialmente adesso e in queste circostanze così particolari. Tia Edith custodisce gelosamente decine di documenti originali di molti bambini e ragazzi di strada che altrimenti andrebbero irrimediabilmente perduti. Fu lei a suo tempo a provvedere a ciascuno dei suoi meninos ciò di cui aveva bisogno per aver accesso ai servizi pubblici. Fu lei che mosse le strutture preposte alla funzione affinché riconoscessero “l’esistenza in vita” di questi ragazzi. Carte di identità, certificati di nascita, iscrizione all’unità sanitaria locale e via dicendo. Documenti originali che ora riposano in un comodino sicuro e che quando è necessario vengono consegnati in mano al legittimo proprietario sotto forma di fotocopia autenticata. Perdere l’originale significherebbe rifare una trafila burocratica kafkiana tenendo per mano un menino de rua attraverso tribunali, uffici, dipartimenti… significherebbe affrontare la malavoglia di impiegati e funzionari pubblici… significherebbe un eterno ricominciare per non riuscire ad arrivare da nessuna parte.
Oggi è la volta di Adriano. L’ultima carta di identità gli è stata strappata sotto il naso da alcuni poliziotti, così, per il solo gusto di strapparla. Se lo fermano di nuovo, senza documenti, lo possono portare dentro. È stato lui che ci ha avvisato qualche settimana fa quando lo incontrammo per caso: Tia, ho bisogno.
Stamattina lo stiamo cercando dappertutto, nessuno lo ha visto. Sono quasi le undici e stranamente ancora non c’è. Mentre aspettiamo seduti su una panchina di cui non voglio riparlarne (dedicammo a suo tempo un articolo intero alle nuove panchine del centro) nel marasma dei rumori del centro della città, ascoltiamo un suono strano, una specie di muggito, grave, lento, pesante, infinito. Curiosi, cerchiamo. Non è possibile, è lui, Brutus. Smette di suonare e ci saluta senza alzarsi dalla panchina. Signorile e formale come un monaco tibetano, ci stende la mano con gentilezza ma un certo distacco, in altri tempi impossibile. Come stai, come va, quanto tempo, sono parole che funzionano come il segnale del via, comincia raccontarci per la milionesima volta la sua vita a cui in questi anni si sono aggiunte ulteriori disgrazie, malattie, ricoveri in ospedale, fughe dall’ospedale… Ci accorgiamo che il povero Brutus ha gli occhi vitrei, spenti. Ripete una litania di persecuzioni che il mondo gli infligge, a lui, proprio a lui che ha trovato la soluzione per tutti i problemi, per tutti i mali, per tutte le ingiustizie. Ed è questa la ragione per cui lo perseguitano, lui sa, e se divulgasse la sua sapienza, i potenti sarebbero spodestati dai loro troni. In fondo quello che ha fatto Hitler non è niente rispetto a quello che succede qui, dice. Noi veniamo massacrati lentamente, giorno per giorno, attraverso l’umiliazione della miseria.
Ogni tanto si ferma, fissa il vuoto, contempla il silenzio e riprende al soffiare nello strumento dal lungo muggito. Qualche passante osserva la scena insolita, un certo non so che di grottesco: io seduto accanto a Brutus, ieratico e solenne suonatore di tromba tibetana e una elegantissima Tia Edith che con un occhio cerca Adriano e con l’altro dimostra tutta l’attenzione possibile per ascoltare un concerto che più bislacco non si può.
Qualche anno fa Brutus lavorava come catador, col suo carretto girava la città in cerca di materiale riciclabile. Guadagnava il suo pane onestamente, con la forza dei suoi muscoli. E non è una espressione letterale, è proprio così. Per tirare quel carretto su e giù ci vuole forza e resistenza. Brutus girava in centro, era – e continua ad esserlo – molto conosciuto. Un ragazzo buono e tranquillo, incapace di far male ad una mosca, silenzioso, riservato. Agli amici raccontava che era nipote di Silvio Santos, presentatore televisivo e magnate dell’industria dell’intrattenimento: lo stesso cognome ne era la prova. Naturalmente io gli ho sempre creduto. Perché no? Lo diceva con un pizzico di tristezza, lui così ricco ed io qui, dimenticato da tutti. Poi però, tirava dritto e cambiava discorso. Dall’ultima sistemazione che gli avevamo trovato se ne è uscito poco dopo. Peccato. Era una casa di accoglienza dalle regole più flessibili del solito, in cui gli ospiti avevano accesso alla cucina per prepararsi la cena a loro piacimento. Era forse l’unica casa della città in cui era permesso entrare con il carretto di lavoro e la famiglia al seguito. A volte la famiglia comprende solo un fedele cagnolino che, senza restrizioni di sorta, può accompagnare il padrone. Brutus racconta che lasciò la casa perché… perché lui sa come risolvere i problemi e se gli altri lo scoprono… Povero Brutus. Oggi avrebbe bisogno di essere internato, ricoverato, oggi ha davvero bisogno di aiuto. Sui fogli che mi mette in mano, intestati al più grande ospedale pubblico della città, leggo: cancer, cancro. Povero Brutus. Dice che lo hanno espulso dall’ospedale, che il medico non lo degnava neanche di uno sguardo e che mentre gli ascoltava il cuore parlava di altre cose, era distratto e pensava ai fatti suoi. E allora non ci sono più tornato, non mi vogliono, anzi, vogliono farmi morire per la strada, solo perché so come si risolvono i problemi, perché sono nipote di Silvio Santos, perché ho capito come funziona il loro schema e lo voglio rivelare al mondo, perché ho letto 1984 di Orwell e ci stanno controllando anche qui in questo momento ci stanno osservando e mi hanno espulso dalla casa di accoglienza perché le ONG straniere vivono della nostra miseria, vengono qui e ci dicono quello che dobbiamo fare in casa nostra, perché senza la nostra miseria per loro sarebbe finita e allora aspettano soldi e fondi di ogni tipo, e il governo glieli dà, e l’industria della miseria continua senza fine, e adesso non mi interessa più niente. Tia Edith, lasciami morire per la strada, non mi interessa niente. Guarda qui, tieni, questo è il mio indirizzo, abito in un cortiço con dei negri che mi vogliono uccidere perché sono bianco, ma se vai all’ospedale e trovi un posto per me vieni a cercarmi.
Intanto Adriano, che dormiva rannicchiato in una coperta, si sveglia e ci viene incontro col suo sorriso di sempre. Avete visto Brutus, poverino? È impazzito, la strada lo ha ridotto così. La strada e la miseria, Tia, fanno morire, fanno impazzire la gente e poi la uccidono, ti ricordi di Maria, José, João, adesso sono tutti nel crack, stanno impazzendo, stanno morendo come Brutus, quando andiamo a trovarli?… sai quanti anni ho, ventisette… ma adesso tutti i sabati vado a casa, vado a trovare mia madre… a casa… al sabato.