Caro don Joseph, parte 2

Caro don Joseph, o come si direbbe qui da noi, caro padre José, la prima volta che ti ho scritto non mi hai risposto. Lo so, avevi tante cose da fare, però, forse, un salutino me lo potevi mandare, una cartolina, un ciao da lontano. Ti raccontavo che un uomo mi voleva uccidere a coltellate solo perché, in un riflesso condizionato, avevo allungato la mano, senza volere, automaticamente. Non lo volevo derubare, avevo solo steso il braccio e la mia mano toccò la sua borsa. Per fortuna che lo tio che viene sempre a parlare con me, passava di lì. Cominciò a litigare con quell'uomo, tra spintoni e parolacce riuscì a mandarlo via. Io me ne ero già andato da un pezzo, e guardavo la scena da lontano. Ricordi?
Oggi però ti scrivo per un altro motivo. Ho saputo che verrai in Brasile e ti fermerai nella nostra città per qualche giorno. Ho saputo pure che saremo vicini di casa. Sarai ospite nel convento di São Bento, San Benedetto, proprio come il nome del papa. È bellissimo, una delle chiese più belle della città. Dicono che il soffitto è d'oro. Io non ci credo. D'oro è il ponte che gli passa accanto, figurati, è stato costruito dagli inglesi all'inizio del secolo scorso. Gli stessi inglesi avevano il monopolio della ferrovia e perfino dei mattoni con cui la costruivano. Ogni mattone era importato dall'Inghilterra, così come il ferro, i bulloni, i chiodi e le viti. Il ponte che ti dicevo è fatto di ferro, tutto pitturato di giallo. Sembra oro, è oro. È costato così tanto che la città sta ancora pagando il debito alla compagnia che lo costruì. Saremo vicini di casa, dalla finestra della tua camera mi potrai vedere bene. Abito sotto la prima arcata. L'arcata del ponte d'oro.
Ma voglio raccontarti un'altra storia. Siccome non sono ancora così abbruttito dalla droga come gli altri, non sono così ripugnante e ho ancora tutti i denti, sono io quello che deve andare a chiedere l'elemosina ai passanti. Ho una tattica tutta mia. Entro nei bar e mi avvicino alle persone che stanno mangiando al bancone. Sono piccolo e li guardo con gli occhioni da sotto in su. Sorrido, allungo una mano e con l'altra gli do una tirata alla giacca. Nessuno resiste. Un boccone me lo danno sempre. Ma quello che mi interessa sono i soldi. All'angolo mi aspettano gli altri del gruppo, quelli che vivono con me sotto la tua finestra. Ci compriamo il solvente da sniffare o il crack da fumare. L'altro giorno invece di andare al solito bar sono entrato in un internet point. Mi sono intrufolato tra le gambe della gente e in un attimo ero dentro. Nessuno se ne è accorto. Passavo da un computer all'altro con la mia faccia sorridente. Me ne stavo immobile con due occhioni grandi così vicino alla persona finché si accorgesse di me. Alcuni si spaventavano, altri mi spingevano via. Pensa, caro padre José, che combinazione. Seduto ad uno dei computer c'era quello tio che conosco, quello di cui ti raccontavo nella prima lettera, quello che ha litigato a spintoni e parolacce per difendermi. Mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio in testa come sempre fa quando mi vede. Ma proprio in quel momento è arrivato il padrone del negozio che mi ha sollevato in malo modo come se fossi un sacco d’immondizia, mi ha preso per un braccio e mi ha alzato a un metro da terra per sbattermi fuori. Lo tio è balzato in piedi e ha tenuto fermo il padrone, diceva di lasciarmi e che ci avrebbe pensato lui. Io ho approfittato della distrazione del momento ed ho cominciato a dare calci a destra e sinistra, dove prendevo prendevo. Ho rovesciato un paio di seggiole, ho gridato e ho sputato a tutti. Lo tio è uscito con me. Ci siamo messi a sedere sui gradini del negozio accanto che è sempre chiuso. Mentre ci guardavamo muti, mi è venuta una rabbia così grande che mi sono alzato in piedi di scatto e sono corso via. Lo tio non ha fatto in tempo a tenermi che io ero già tornato dentro. Volevo dare un calcio a quell'uomo. Perché prima, mentre il padrone del negozio mi sbatteva fuori, quell'uomo coi baffi e la camicia aperta che era seduto ad un computer, mi ha preso per le gambe, mi strattonava i pantaloni e diceva che se mi vedeva di nuovo mi ammazzava. Hai capito, padre José, mi vuole ammazzare, anche lui. Io sono corso dentro. Lo tio non ce l'ha fatta a tenermi. A quell'uomo gli ho dato un calcio nella schiena, da dietro, ma forte, che ha perso 1'equilibrio e ha sbattuto la faccia contro lo schermo del computer. Poi sono scappato. Ho visto l’uomo arrabbiatissimo insultare lo tio che se ne rimaneva seduto sui gradini, zitto, sconsolato. Probabilmente era triste che ero scappato, oppure non aveva voglia di litigare. Non lo so, ero già lontano e poi correvo via e dovevo stare attento alle macchine. Non voglio fare la fine di quel mio amico che quando scappava ci è finito sotto e si è rotto il braccio. La tia e lo tio gli avevano trovato il posto all'ospedale e avevano già fissato la data per l'operazione, ma lui non l'ha voluta fare e adesso il braccio gli è rimasto duro come un sasso e non lo muove più.
Non so se lo rivedrò ancora, lo tio. Ogni volta che mi incontra, mi chiama vicino ma io corro via. E quando ci fermiamo a parlare io non dico niente, non so dire niente, rispondo a versi e a gesti. Non sono chiaro nelle idee. Allora parla lui, ma quando vede che non rispondo, se ne sta zitto come me. E a me piace di più così, nel segreto di quegli spazi deserti e silenziosi che contengono la chiave del destino umano. Il suo silenzio a volte è allegro, spesso triste. A volte è un silenzio così pieno che gli si riempiono gli occhi di lacrime, a quel punto inventa qualcosa, un gesto, un colpo di tosse. E poi, a che servono tante parole?  Oggi in piazza c'era un sacco di gente, e tanta polizia. E quando c'è così tanta polizia vuol dire che è meglio starsene lontani. Andavo verso casa, vicino alla tua, ricordi?, sotto le arcate del ponte d'oro a due passi dalla finestra della tua camera, quando da lontano mi accorgo che la mia casa non c'è più. Al suo posto un mucchio di stracci, i miei vestiti, quattro pezzi di cartone, le pareti, un grande asse di legno, il tetto. Parcheggiato lì sotto, un camion delle spazzature raccoglieva quello che era rimasto, crollato in macerie. Hanno detto che tutta la zona deve essere ripulita. Hanno detto che per ragioni di sicurezza tutta la zona deve essere isolata. Hanno cominciato da me. Caro padre José, mi hanno distrutto la casa. Non saremo più vicini. Non mi vedrai più dalla finestra e non potrò salutarti. Mi piacerebbe almeno che stavolta, anche se hai tanti impegni, tu riesca a ricordarti di me così da rispondermi. Magari farmi entrare nello stadio per l'incontro con i giovani. O magari farmi solo un ciao da lontano. Io ci spero ancora.