Catadores

Un paio di mesi fa suona il telefono. Mi si domanda in un portoghese dal forte accento italiano di parlare con Paolo. Sono io, piacere. È Andrea De Lotto, non ci conosciamo personalmente ma facciamo una lunga conversazione, gli è stato dato il mio recapito da un amico comune, Mauro.

 

Da cosa nasce cosa. Ci si vede con le rispettive famiglie a casa sua. Andrea è insegnante, vive qui da quasi due anni e da subito si è immerso nella realtà, dura ma tremendamente stimolante della nostra città. Oltre al suo lavoro, è specializzato in psicomotricità dell’età evolutiva. Ha proposto con successo un intervento in questo campo ad una scuola pubblica situata in una delle zone più emblematiche della città, Real Parque: una favela circondata dai palazzi della San Paolo bene. Conoscitore dei peggiori bar di San Paolo, per sugellare il nostro incontro mi porta in un localino niente male: feijoada e samba a volontà. Vuole conoscere Tia Edith e il suo lavoro. Eccoci dunque noi tre una sera a girare per il centro. La grande piazza, il tunnel, la crackolandia, il tour dell’orrore. Raccontiamo, raccontiamo e Andrea, non contento, chiede, domanda, incentiva a non mollare, a continuare, a non avere più paura. Il giorno dopo ci incontriamo con dona Benedita, di cui tante volte abbiamo parlato nei nostri scritti. Anche se siamo sempre in contatto non ci vedevamo da tempo. Abbracci, stretti, forti, saudades. Ad un certo punto Benedita si alza e dice: andiamo alla favela. Non ci tornavamo da quando ce ne uscimmo su due piedi sotto la mira delle pistole. Rivediamo i nostri amici, i nostri ragazzi, le famiglie, i bambini che non ci riconoscono e che sono diventati più grandi di me. Si piange di commozione, si ride di nostalgia.

In macchina, sulla via del ritorno, stiamo in silenzio. Edith e Andrea con le lacrime agli occhi, io… be’ lasciamo perdere.

Di Andrea avevo già letto un bellissimo articolo pubblicato dal Manifesto sul movimento dei senza tetto. Non ho dubbi: scrivi qualcosa per noi, per me.

Ecco allora a seguire uno scritto su una delle realtà a cui ci si abitua e non ci si fa caso, come se facesse parte del paesaggio ma che un occhio attento e curioso percepisce a fondo.

Per essere stato l’agente del nostro ritorno alla favela (estemporaneo fin che si vuole, ma poi, si sa, da cosa nasce cosa…), per i consigli, per le domande, per l’entusiasmo, per l’amicizia, rigraziamo Andrea, nuovo e grande amico.

Edith e Paolo

Catadores

In Brasile le stime ufficiali parlano di 500mila, nella città di San Paolo più di 20.000,

i catadores sono uomini e donne che da anni (a San Paolo iniziarono più di 50 anni fa) realizzano quella raccolta differenziata quando qui da noi non esisteva ancora.

Se nel 1990 veniva riciclato solo lo 0,5 % ora nelle città si arriva al 10%. Poco se consideriamo che in Germania si arriva al 60%, tanto se si pensa che a San Paolo quasi il 95% della raccolta differenziata avviene solo grazie ai catadores.

Una parte di loro lavora direttamente nelle discariche, vivendo ai margini di queste, aspettando l’arrivo dei camion che scaricano la spazzatura, dietro ai quali ci si assiepa in cerca di questo o quel materiale riciclabile (consiglio per questo la visione dell’ottimo e pluripremiato film “Estamira”). La parte più visibile e più conosciuta è quella che gira per le città trainando a braccia un carretto di legno con ruote di automobile, muovendosi con attenzione e destrezza in mezzo al traffico.

A San Paolo l’impressione è più forte ancora, sia perché questi carretti si muovono in mezzo a zone di ricchi grattacieli o grandi ville, nel traffico caotico, tra auto a vetri scuri, sia perché le frequenti salite e discese rendono questo lavoro un’immane fatica.

Ma chi sono i catadores? Sono uomini e donne, di età svariate, ai quali non è rimasto da fare altro nella vita che questo, è un po’ l’ultima spiaggia di coloro che cercano di guadagnarsi quel poco per sopravvivere in maniera onesta, senza dover vendere cicche ai semafori o mandare i propri figli a farlo.

Un lavoro di un’utilità sociale straordinaria, ma di cui loro stessi sono molte volte i primi ad ignorarla.

La gran parte di loro lavora sfruttata da un piccolo o grande padrone che possiede un centro di raccolta del materiale (carta, cartone, vetro, plastica, alluminio, metallo), questi “presta” il carretto a chi si impegna a portargli almeno un carico al giorno, sì perché può capitare di trovarsi vicini ad un altro centro di raccolta e portare lì il tutto, e farsi pagare da un altro. Pochi centesimi al chilo, quindi riescono a guadagnare intorno ai 100 euro al mese, a volte di più, se va molto bene, se si è in gamba, a volte di meno…

Questo non permette a molti di loro di avere una casa (l’affitto di una stanza a San Paolo è sui 100 euro al mese), quindi alcuni vivono nel centro di raccolta, di cui diventano anche guardiani notturni in cambio di una doccia e una baracca, o direttamente sotto il loro carretto vicino al loro cane.

Alcune sono donne che hanno uno o due figli sul carretto o che camminano a fianco a loro.

Visito uno di questi centri privati di riciclaggio, un discreto via vai di carretti, uomini segnati dalla fatica, dalla strada, denti e pelle sono rovinati. Il loro padrone mi accoglie gentilmente, mi parla del suo lavoro, della loro vita, mi dice che la maggior parte di loro si beve in cachaça quello che guadagna, qualcuno è tossicodipendente: crack. Lui li paga il giorno stesso, mi dice che li rispetta e li aiuta quando può, ed è rispettato. Due gemelli vivono nel centro di raccolta, nuova versione di Melampo. Come spesso avviene da queste parti, bene che vada si incontra del gran paternalismo. Mi dice che sabato ne ha portato uno al pronto soccorso, sembra un buon uomo, ma è indubbio che i suoi guadagni appoggiano sulla miseria di questi uomini invecchiati in fretta. Spiega che a volte fanno i furbi, bagnando la carta, ma “non mi fregano…”

Mentre sono lì, arriva una generosa veterinaria che sta curando un cane che bazzica da quelle parti, circondata dai catadores incuriositi, fa una flebo al cane…

Una bilancia arrugginita permette di pesare questo o quel materiale, le lattine sono le più ambite, tanto che in Brasile capita di bere una bibita mentre qualcuno (uomo, donna o bambino) vicino a te aspetta che tu finisca per poter metterla nel suo saccone di plastica.

Parlo con alcuni di loro, sono anni che fanno questa vita, si vive giorno per giorno, è dura. Una sosta, ci si lava con una canna, si fuma una sigaretta, si chiacchiera un po’, poi si riparte, qualcuno mi dice che lavora di notte, c’è meno traffico nelle strade, meno caldo. Meglio far questo che rubare, anche se nessuno nasce catador… Alcuni si dedicano a raccogliere i sacchi neri dalle case e in mezzo ad uno spartitraffico o sotto un albero li aprono per trovarvi tutto ciò che può essere riciclato. Un lavoro infame, immergendo le mani, spesso nude, nella spazzatura, tenendo a bada i topi. C’è persino chi raccoglie la carta igienica usata dal momento che a San Paolo non la si butta nei gabinetti per timore di intasarli. Nella spazzatura dei quartieri alti si trova anche qualcosa che può essere rivenduto, sicuramente qualcosa da mangiare.

In alcuni casi si vede l’intera famiglia spostarsi sopra o vicino al carretto.

Una raccolta differenziata fatta quasi interamente a posteriori, scarsissima è la raccolta già separata.

Ma lentamente le cose stanno cambiando: negli ultimi anni sono nate molte cooperative, fino ad essere 400 in tutto il Paese e si è costituito il Movimento Nacional dos Catadores de Materiais reciclaveis MNCR con tanto di sito www.movimentodoscatadores.com.br .

Non è facile coinvolgere persone abituate al cottimo del “quanto più raccolgo, tanto più guadagno”, in un lavoro che fa mettere in comune il materiale raccolto.

Ma da alcuni anni questo movimento si batte perché venga riconosciuta dignità a questa funzione, assolutamente indispensabile in quel Paese, ha organizzato marce, presidi, corsi di formazione partendo dall’autostima del lavoratore che diversamente si sente tale e quale alla spazzatura con cui ha a che fare. Questo movimento lotta per i diritti di questi lavoratori confrontandosi soprattutto con un potere pubblico ben lontano, contro i pregiudizi della società che tuttora esistono.

Ma come spesso avviene in Brasile, bisogna stare attenti, è sempre pronta la classe media ben pensante a “consacrare” il catador con un bel monumento “temporaneo” (cosa avvenuta nella centrale Avenida Paulista), o a fornire guanti e carretti attraverso il progetto della multinazionale o di una qualche volonterosa ONG. Il Comune invece si libererebbe volentieri delle sedi delle cooperative che si trovano in centro perchè, così come succede per i moradores de rua (coloro che vivono per strada), disturbano l’immagine, vanno spostati in periferia.

La realtà è che il centro è la zona dove lavorano 5000 catadores, e, viste le dimensioni della città non si può pretendere che raggiungano la periferia. Solo poche cooperative sono riuscite ad investire a sufficienza per avere camion che possano trasportare questa enorme quantità di spazzatura senza che lo debbano fare uomini abbrutiti dalla fatica.

Intanto a San Paolo, lo scorso anno, il Comune ha stabilito una legge che vieta il movimento di carretti a trazione animale per le strade della città, ingombravano e sporcavano… la trazione umana, con buona pace di tutti, rimane.

E nel frattempo questa cosiddetta “tecnologia della miseria urbana” brasiliana, sta per essere esportata in Thailandia, Cina, India e Russia, dove, si sa, la mano d’opera è a buon prezzo e i rifiuti non mancano…

PS Il monumento al catador era a fianco ad uno dei tanti luccicanti centri commerciali dove il nostro probabilmente non entrerà mai…

Andrea De Lotto