Dall’11 Settembre all’orrorismo dispiegato

 

di Giulio Vittorangeli

 

 

 

Con l'11 settembre 2001 (che più di un atto di terrorismo è sembrato configurare una dichiarazione di guerra) sono cambiate le nostre vite, o meglio: è cambiata la nostra individuale percezione del mondo.

È cambiata conseguentemente, davanti a quei quattro aerei-kamikaze nei cieli americani, la politica intesa come interpretazione del presente.

Il tutto è diventato ancora più chiaro un anno dopo, quando Bush imponendo il teorema della "guerra preventiva" ha fatto carta straccia di tutte le definizioni e regolamentazioni della guerra convenzionale. Così la guerra è diventata "normale" per le opinioni disorientate che, giorno per giorno, si sono assuefatte ad essa. Così tanti esseri innocenti, inermi, sono massacrati quotidianamente "a caso" o "per errore", contando sulla nostra abitudine all'orrore nonché sulla nostra indifferenza.

Inevitabilmente, anche il costituzionalismo novecentesco è finito, sia nelle relazioni internazionali, sia all'interno degli stati democratici: lo stato d'eccezione è diventato la norma e Guantanamo continua ad incombere nella coscienza occidentale.

La democrazia, esportata con la forza fuori dall'Occidente, si è svuotata nelle società occidentali; l'eccezione è diventata la norma, e il principio "tutto può succedere ovunque" non vale solo per i terroristi, ma anche per gli Stati, che possono travolgere ovunque e comunque il proprio normale e legale modo di funzionamento.

Che possono istituire regimi giuridici differenziati tanto verso l'interno, quanto verso l'esterno; che possono ricorrere con disinvoltura suprema alla guerra contro Stati sovrani e contro le loro popolazioni civili per rappresaglia di ospitare milizie non statali o per prevenire chissà quali altre minacce.

L'offesa all'umanità venuta da quell'11 settembre ha avuto sei anni per amplificarsi, ingigantire, moltiplicarsi, infiammare mezzo mondo, portare terroristi dove non ce n'erano, seminare odio, torturare la gente, ammazzare civili e assicurarsi scorte di petrolio per qualche decennio.

Si è materializzata un'epoca di nuove forme di apartheid, in cui nuovi muri stanno sorgendo ovunque, tra Israele e la Cisgiordania, intorno all'Unione Europea, lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo quello tra Spagna e Marocco.

Per interpretare questo eccesso di ferocia che caratterizza la violenza planetaria, Adriana Cavarero ha coniato il neologismo "orrorismo", parola inesistente nel vocabolario italiano.

"è l'orrore a condensare il senso della violenza contemporanea. 'Guerra', 'terrorismo', 'nemico' e altre categorie della tradizione politica si mostrano inadeguate rispetto alla realtà dell'attuale carneficina degli inermi. La pratica della disumanizzazione eccede la strategia omicida" (Adriana Cavarero, Orrorismo ovvero della violenza sull'inerme, Feltrinelli, Milano 2007, 170 pp.).

Così, sia nella guerra che nel terrorismo contemporanei, si è passati dall'infliggere la morte al massacro del nemico, e dalla sua sconfitta alla sua disumanizzazione attraverso lo sfiguramento del suo corpo e della singolare umanità che ogni corpo racchiude.

"Se sul piano della macelleria la bilancia pende decisamente dalla parte della guerra e della sua propensione a tecnologizzare il massacro, sul piano concettuale va invece al terrorismo il primato di una doppia innovazione – l'uso del corpo suicida per uccidere altri corpi, e l'individuazione dell'obiettivo in chiunque, ovunque e in qualsiasi momento – che fa la differenza dal passato" (ibidem).

L'alternativa allo scenario attuale è rappresentata dalla possibilità della presa in carico dell'inerme.

Le vittime inermi sono sempre singolari, con un volto, un nome e una storia.

L'auspicio è che ad orientare la riflessione sia la condizione di vulnerabilità assoluta di chi subisce l'offesa, non l'abominio di chi agisce.

Assumere, così, il punto di vista della vittima inerme, invece che quello del combattente.

Un ripensamento dell'umano, in contrapposizione ai processi di disumanizzazione innescati dalla violenza globale. Abbandonando definitivamente la logica dei fini che gustificano i mezzi, tipica della dottrina militare e politica tradizionale, come bussola di valutazione politica della violenza e dei suoi effetti.

La storia delle guerre moderne, tanto per restringere il campo, è piena di strategie irregolari, vere e proprie mattanze degli inermi o stragi su larga scala, giustificate in nome di fini più alti e più giusti.

Un ripensamento dell'umano come coscienza critica e in rivolta contro la cultura della violenza e della morte.

(tratto da Notizie minime n°209 del Centro di ricerca per la pace di Viterbo)