E noi?

Un bambino in lacrime, magro, vestito di cenci alza le mani sotto la mira di un fucile. È una delle foto più emblematiche del ghetto di Varsavia, la barbarie, il male assoluto.
Siamo sempre propensi a credere che l’abbrutimento di cui l’uomo è capace sia frutto di disfunzioni, pazzia o addirittura una rivelazione demoniaca. La verità ci spaventa molto più dell’orrore di cui essa è capace: niente pazzia, niente demonio; la barbarie, l’orrore, il male assoluto sono le manifestazioni più genuine della nostra umanità. E così le tolleriamo e ci conviviamo, con un pizzico di ribrezzo e di cordoglio, qualche minuto di indignazione e via.
In queste pagine si è parlato decine di volte di morte, violenza, truculenza, come forma di sfogo di chi scrive: ragazzi sentite cosa è successo; oppure come una sorta di tam-tam informativo: ve lo racconto perché le vittime non hanno voce. Entrambi i modi sono validi e sacrosanti: non è facile tenersi sempre tutto dentro ed è bene far girare la voce affinché si sappia quello che succede negli angoli bui. Infatti speriamo sempre che rendere pubblico un certo fatto possa aiutare a reagire, aiutare a modificarne le cause e gli effetti.
Siamo proprio un popolo bambino senza storia e senza memoria. Quante volte abbiamo parlato del tentativo di ristrutturazione, riurbanizzazione, riqualificazione del centro della città? Il fatto è che ogni anno si ricomincia da zero. Stessa spiaggia e stesso mare, stessa gente, stessi metodi, stessa indignazione momentanea. Il telegiornale nazionale e i quotidiani di stamattina riportano immagini di tortura perpetrata dalle forze di polizia contro i frequentatori del quartiere così chiamato "crackolandia", da sempre luogo di traffico e consumo di crack. Come d’abitudine l’alto comando smentisce che i soldati coinvolti nello scabroso caso si siano comportati in tal modo per rispettare ordini superiori. Dicono che è un episodio isolato e che i responsabili saranno puniti. Sì, sì, certamente, come no, e perché dovremmo dubitarne?
Due anni fa la nuova amministrazione appena eletta cominciò la operação limpeza, l’operazione pulizia. Con questa denominazione ci si riferiva non soltanto alla risistemazione dello spazio fisico ma anche letteralmente allo sgombero di mendicanti, drogati e meninos de rua. Cominciarono le deportazioni, le minacce, gli omicidi (uomini di strada uccisi a bastonate o bruciati vivi da gruppi di sterminio: fino ad oggi non si è arrivati all’arresto di nessun colpevole, si sospetta del legame spurio tra commercianti e polizia per formare milizie illegali, un po’ come succede a Rio). Partecipammo personalmente a decine di riunioni con le massime autorità della città in cui si discutevano forme, modi e tempi dell’operazione. Abbiamo sentito la frase: "abbiate pazienza, non possiamo ucciderli", proferita dal responsabile della politica del comune per la "riqualificazione del centro". Abbiamo scritto, parlato, ci siamo riuniti, abbiamo sopportato, ingoiato rospi, avuto pazienza, sperato, aspettato. Abbiamo visto gente sparire nel nulla ed altri morire accoltellati per un sacchetto di colla.
 
Normalmente non ci piace mandare fotografie dei fatti che descriviamo. È una forma di preservare le persone di cui stiamo parlando. È una posizione discutibile, lo sappiamo, ma preferiamo così Oggi apriamo una eccezione: la foto non è nostra, è stampata sul giornale, è pubblica, la si può ritrovare su internet. Abbiamo pensato subito a quell’altra, a quella di Varsavia. Invece la foto è di oggi, il fatto accade adesso, qui, davanti ai nostri occhi, nelle nostre città, nel nostro paese, in un giorno come un altro nel Brasile di Lula: in un vicolo di una favela un soldato punta il fucile contro ignoti, un bambinetto, mani in alto, nell’ombra si arrende.
E noi?

Edith Moniz e Paolo D’Aprile