Ghiaccio in brace viva

Introduzione
“Se vedi il numero di figli di ogni madre nei quartieri ricchi della zona sud, puoi notare che è al livello della Svezia. Invece alla favela da Rocinha siamo a livello dello Zambia e di altri paesi africani. Questa è uma fabbrica che produce delinquenti. Stanno producendo bambini, senza struttura, senza conforto familiare e materiale. Non ho nessun dubbio che l’aborto aiuta a ridurre gli indici di violenza.” (Traduzione letterale; Sergio Cabral, governatore dello Stato di Rio de Janeiro, dalla prima pagina del giornale Folha de São Paulo, del 25/10/2007).
Ecco quello che pensa uno dei nostri più eminenti governanti, candidato virtuale alla presidenza della nazione. Il giorno prima, il suo segretario di pubblica sicurezza, colui che comanda a bacchetta le incursioni nelle favelas della città – l’ultima delle quali ha “prodotto” quindici morti -, ha dichiarato “c’è una grande differenza se la polizia spara in Copacabana o in una favela”.
Sappiamo perfettamente che queste affermazioni non nascono per germinazione spontanea ma sono frutto di una mentalità perversa che ormai sembra avere corrotto definitivamente i rapporti sociali. Sí, perché non esiste nessuna reazione concreta che possa cambiare questo stato di cose. Anzi, la società nel suo complesso è assetata di sangue, vendetta e morte.
Non c’è da stupirsi del successo senza precedenti di un film come “Tropa de Elite” (che in italiano possiamo tradurre come “Truppa Scelta”). Nato da un libro scritto da ex componenti del battaglione con l’aiuto del sociologo Luiz Eduardo Soares – di cui sia noi, sia Mauro Furlan ogni tanto parliamo in queste pagine e del quale abbiamo grande stima – racconta le vicissitudini del comandante tra corruzione e violenza. Il comandante in questione è l’archetipo del torturatore, dell’assassino che prima spara e poi ti dice altolà. Sangue a fiotti, scene di tortura esplicita, pratiche illegali commesse da agenti di polizia, violenza gratuita per tutta la durata del film. È uno dei più grandi successi del cinema brasiliano di tutti i tempi. È visto nelle scuole, e in sessioni pubbliche attraverso esibizioni di dvd illegali. Dicono gli autori che l’intuito del film è quello di aprire un dibattito nazionale sulla questione della violenza. L’effetto è stato esattamente il contrario di quello che si proponeva: i ragazzi di tutto il paese hanno eletto il protagonista come loro idolo supremo, ne imitano atteggiamenti e gesti. Giornalisti di nome esaltano l’efficienza di un comandante simile che senza tante storie risove i problemi sul momento. La frase sulla bocca di tutti è “bandido bom é bandido morto” (il bantito buono è quello morto). La colonna sonora va a ruba: Tropa de Elite, pega um, pega geral…. Truppa Scelta, prende uno, prende tutti.
Il film è stato realizzato in loco, nelle favelas, ed è bene risaltare (lo ammette il regista stesso) che sono state pagate ingenti cifre ai capi del traffico di droga per avere il permesso di girare indisturbati.
Intanto a São Paulo (è anche questo articolo e foto da prima pagina) cominciano le proteste della cittadinanza contro la permanenza dei moradores e meninos de rua nelle due piazze principali del centro. Il problema è che, secondo il “senso comune”, tutti i soldi spesi per il restauro e il nuovo arredo urbano, non sono serviti a niente: i meninos e i moradores de rua continuano esattamente lì, dove sono sempre stati. E anche di questa “riqualificazione urbana” delle sue ragioni e dei modi di esecuzione, a suo tempo, nelle nostre pagine ne abbiamo parlato tanto.
Mi pare fosse Marx (vorrei che fosse Groucho ma, ahimè, penso proprio che sia Karl) a dire che la Storia si realizza come tragedia ma al ripetersi diventa farsa.

A seguire, traduco dal portoghese una riflessione sul momento che stiamo vivendo. È una specie di analisi di chi, malgrado tutto, ci crede ancora.
P.D.

Ghiaccio in brace viva

Da questa universale orgia

della morte rinascerà l’amore?

(Thomas Mann)

Oggi ho avuto un incubo. Sognavo di vivere da sempre e per sempre in una delle più grandi città del mondo. Quando all’improvviso ho visto arrivare da tutti gli angoli della Terra un’orda di uomini, donne e bambini, vagante e disperata che lottava per la sopravvivenza, nella più totale incertezza, non solamente del domani, ma dell’oggi, di quell’esatto momento vissuto, dell’attimo. Niente era vero, nulla poteva essere vero, invece lo era, tutti lo sapevano che era vero, me mentivano lo stesso. Milioni di esseri che volevano fuggire dalla violenza, dalla repressione e dallo scranio di secoli, diretti ad una città che prometteva opportunità, ascensione sociale, una città uguale a quelle della televisione, una città-luce e di ovvie facilità. E l’orda arrivava sfiduciata continuando però a preferire il dubbio alla realtà. Cosi l’illusione diventò più vera della stessa verità e il tempo si dilatò fermandosi in un istante senza fine.
Eravamo nella metropoli inventata dal niente, fatta per essere distrutta e ricostruita il giorno dopo, dove, per definizione, tutto gira più rapidamente, tutto succede e tutto si trasforma in immagine: specchio alla rovescia e il rovescio dello specchio.
Io, che già fui padrona e signora del mio tempo, sentivo adesso che stava sfuggendomi, senza passato, senza futuro, solamente io e la mia immagine. Però lei, l’orda, era là, famelica, affamata, orribile realtà che le luci e i suoni della metropoli volevano nascondere. E in questo movimento immobile, in questo frastuono muto, le persone intorno a me, ed io con loro, andavano e tornavano per strade, vie, viali enormi, rinchiuse in scatole di latta a respirare una pioggia nera, oleosa, opaca: la strada è di tutti e a tutti unisce, dicevamo in un unisono infernale.
Tra scheletri di edifici, sorgevano i templi del (o i templi al) sottosviluppo, gli shopping center. E l’orda là, a voler entrare con i suoi scatoloni di cartone, perennemente in movimento in questo tempo senza fine in cui la permanenza e la riflessione erano diventate pratiche segrete. Solamente il movimento è visibile e solo per mezzo di esso e dentro ad esso è possibile vedere ed essere visto, è possibile l’esistenza. Nessuno si accorgeva che dietro la maschera della gloria si nascondeva la maschera della morte. No, tutti sapevano, ma nessuno poteva interrompere lo stato di grazia dell’ottimismo. E allora cominciarono a sorgere simulacri di quello che realmente era bem visibile davanti agli occhi di tutti. E il simulacro prese il posto del reale incomprensibile: solamente esso era degno di lode e imitazione, il resto scoria.
L’orda voleva partecipare ai bagordi e molte volte ci riusciva! Allora la felicità era generale. Diventava anche lei parte di qualcosa, era qualcosa: straniera di se stessa, svuotata della sua storia, senza più memoria né identità, era finalmente qualcosa. E all’improvviso tutto acquistò un senso, tutto mostrò il suo vero volto, la sua natura, la sua essenza, la sua vocazione, il suo più profondo desiderio: l’uomo volle essere bestia feroce e ci riuscì; il vizio, grande impresa; la politica, crimine; la democrazia parlamentare, prigione del popolo; il sodato, assassino.
Finalmente mi sveglio. Sudata, senza fiato, esausta, prendo il mio sorriso di sempre me lo piazzo in faccia e mi alzai.
Dovrei visitare alcuni bambini, belli e sorridenti bambini. Un po’ più vecchi di mio nipote di cinque anni. Bambini felici, cosi felici che volano. Bambini che volano. Da un posto all’altro, di fiore in fiore, di giardino in giardino, di piazza in piazza, di cantone in cantone, di marciapiede in marciapiede, di tombino in tombino, di fumo in fumo. Bambini di fumo, cemento e fumo. Bambini di vento e mattoni. Bambini invisibili, strati sovrapposti di odori nauseanti.
Davanti al caffè e al giornale aperto comincio a pensare a me e a tutto a ciò che sono obbligata a rendermi soave per non soccombere davanti all’intollerabile, per farmelo diventare accettabile, parte di me de della mia vita. Il titolo dice: quindici morti. L’età varia 35, 20, 14 anni. Trafficanti, armati. Morti sparati, giudicati e condannati sul momento da un plotone di militari esaltati dalle parole del governatore: è una guerra, è una guerra. Il ragazzo che scappa mentre dall’elicottero gli sparano raffiche di mitra, è immagine da youtube: trafficante. È una guerra.
La logica dell’orrore, l’infamia morale, le sofferenze incommensurabili di tutto un popolo che applaude il genocidio di se stesso… tutto questo siamo riusciti ad introiettare, è la cicatrice incurabile.
E io che voglio uscire per visitare bambini-fumo…
La catastrofe è appena incominciata perché da tutte le parti vedo gente che annuncia la salvezza: redentori che sotto le vesti nascondono il diavolo, o meglio, veri demoni vestiti da Satana.
Sono convinta che l’oppressione, la cultura della morte, la tortura, le esecuzione di massa sono, nel nostro paese, non un mero incidente, ma la prassi, la sua essenza nella quale tutti si riconoscono e si rallegrano.

Esiste una lista interminabile di quello che ci manca, è la lista di una nazione nata per essere sfruttata, venduta e repressa, una nazione non terminata. La promessa, il patto dello Stato con i suoi cittadini è stato stracciato da molto tempo, lo Stato non garantisce quello che ogni persona desidera e necessita. È un debito infinito che riflette e influenza la vita pratica di ciascuno di noi. La nazione è stata incapace di generare speranza, aspettative nel tempo. Questo riflette non solamente nel popolo in quanto tale, ma in ogni singolo individuo, nelle persone, le tocca moralmente – attraverso la mancanza di prospettive –  e fisicamente, nei corpi. Non è una questione di statistica: basta camminare un po’ per le strade della nostra città e osservare le bocche senza denti, l’abbrutimento collettivo, le malattie epidemiche, i bambini con infezioni di ogni tipo, il fallimento dei corpi degradati, offesi. E corpi non mentono mai. La vita umana è corpo nello spazio: tra baracche e fogne a cielo aperto lo spazio di milioni di noi è puro incubo. La vita umana è corpo nel tempo e quando il corpo soffre di penuria ancestrale, perde la capacità di ricordarsi i suoi stessi ricordi, la sua storia, perde la possibilità di proiettarsi in avanti, perde la possibilità di fabbricare e costruire la speranza, si rompono i legami sociali, ognuno per sé e tutti contro tutti. Dalla rottura dell’identità non è possibile che emerga nazione alcuna, solamente corpi dilaniati, solamente rovine, cocci, fango e lacrime.
In questo nostro tempo infame hanno detto che Dio è morto. Lo hanno ucciso loro, e in mancanza di un Tutto vero, hanno creato uno Pseudotutto artificiale in costante mutazione per fingere che la realtà è manipolabile come gli pare e piace: l’esperienza umana disturba, non fa parte dei piani, deve essere respinta, espulsa dal convivio…  di marciapiede in marciapiede, di tombino in tombino per mezzo dello strumento che sempre e da sempre si è rivelato come il più efficace: la propaganda della menzogna ripetuta mille volte che finisce per diventare realtà… è una guerra, è una guerra.
Come ingranaggio dello Pseudotutto, non sono più responsabile per le mie azioni e per i miei pensieri: accetto, sissignore, molte grazie.
Oggi ho avuto un incubo. Reale, vero.
Ma io sono più forte, perché sì, perché lo voglio.
È solamente per amore a chi ha perduto la speranza che riusciamo a conservarla, perché, alla fine e definitivamente, voglio scommettere sulla veridicità della mia immaginazione e vincere; voglio, come Don Chisciotte, credere in quello che immagino e fare di tutto affinché diventi reale.
È stato scritto: No te salves.
È stato scritto: … a las cinco de la tarde.
È stato scritto:
È giaccio in brace viva, è fuoco gelato
È ferita che arde e non si sente
È un sogno buono, un male presente
È un breve riposo, molto stanco

… È libertà (mia), incarcerata. (Fracisco de Quevedo)

È per questo che adesso vado. Ho molto lavoro da fare.

Edith Moniz

 

Gelo abrasador

Dessa orgia universal da morte,

renascerá o amor?

(Thomas Mann)

Hoje tive um pesadelo. Sonhei que vivia desde sempre e para sempre numa das maiores cidades do mundo. Quando de repente vejo chegar de todos os cantos da Terra uma horda de homens, mulheres e crianças desamparadas e desesperadas que lutavam pela sobrevivência, na incerteza total, não somente do amanhã, mas do hoje, daquele exato momento vivido, do átimo. Nada era verdade, nada podia ser verdade, mas assim mesmo o era, todos sabiam, assim mesmo mentiam.
Milhões de seres querendo fugir da violência, da repressão e do escárnio de séculos para uma cidade que prometia oportunidades, ascensão social, uma cidade igual à da TV, uma cidade-luz e de facilidades fáceis. E a horda chegava, desconfiada preferindo a dúvida à realidade. Assim a ilusão tornou-se mais verdadeira que a verdade e o tempo dilatou-se parando num instante sem fim.
Estávamos na metrópole inventada do nada, feita para ser destruída e reconstruída o dia seguinte, onde, por definição, tudo gira mais rápido, tudo acontece e tudo se transforma em imagem: espelho ao avesso e o avesso do espelho.
Outrora, eu, dona e senhora do meu tempo, sentia agora ele fugir de mim, sem passado, sem futuro, somente eu e a minha imagem. Porém ela, a horda lá estava, famélica, faminta, horrível realidade que as luzes e os sons da metrópole queriam esconder. E nesse movimento imóvel, nesta algazarra muda as pessoas a minha volta, e eu também, iam e voltavam por estradas, ruas, avenidas enormes, presas em caixotes de lata respirando uma chuva negra, oleosa, opaca: a estrada é de todos e a todos une, dizíamos num uníssono infernal.
Entre esqueletos de edifícios, apareciam os templos do (ou os templos ao) subdesenvolvimento, os shoppings center. E a horda lá, querendo entrar com as suas caixas de papelão, perenemente em movimento neste tempo sem fim em que a permanência e a reflexão tornaram-se práticas secretas. Só o movimento é visível e só por ele e dentro dele é possível ver e ser visto, é possível a existência. Ninguém percebia que atrás da máscara da glória escondia-se a morte. Não, todos sabiam, mas ninguém podia interromper o estado de graça do otimismo. E então começaram a erguer-se simulacros daquilo que realmente estava na frente dos olhos de todos. E o simulacro tomou lugar do real incompreensível: somente ele era digno de louvor e imitação, o resto escória.
A horda queria participar do festim e muitas vezes conseguia! Então a felicidade era geral. Ela também fazia parte de algo, era algo: estrangeira de si mesma, esvaziada da sua história, sem mais memória nem identidade, era finalmente algo. E de repente tudo fez sentido, tudo mostrou o seu verdadeiro vulto, a sua natureza, a sua essência, a sua vocação, o seu mais profundo anseio: o homem quis ser fera e conseguiu; o jogo sujo, a norma de convivência civil; o vício, grande empresa; a política, crime; a democracia parlamentar, prisão do povo; o soldado, assassino.
Finalmente acordo. Suada, ofegante, exausta, estampo o meu sorriso de sempre no meu rosto e vou. Deveria visitar umas crianças, lindas e risonhas crianças. Um pouco mais velha que o meu neto de cinco anos. Meninos felizes que de tão felizes voam. Meninos que voam. De um lugar a outro, de flor em flor, de jardim em jardim, de praça em praça, de esquina em esquina, de sarjeta em sarjeta, de bueiro em bueiro, de fumo em fumo. Crianças de fumo, cimento e fumo. Meninos de vento e tijolos. Meninos invisíveis, camadas sobrepostas de cheiros nauseantes.
 Na frente do café e do jornal aberto começo a pensar em mim e em tudo aquilo que sou obrigada a suavizar para não sucumbir frente ao intolerável, para torná-lo aceitável, parte de mim e da minha vida. O jornal diz: quinze mortos. A idade varia 35, 20, 14 anos. Traficantes, armados. Mortos a tiros, julgados e condenados na mesma hora por um pelotão de militares empolgados pelas palavras do governador: é uma guerra, é uma guerra. O garoto que foge enquanto do helicóptero atiram nele rajadas de metralhadora, é imagem de youtube: traficante. É uma guerra.
A lógica do horror, a infâmia moral, os sofrimentos incomensuráveis de todo um povo que aplaude o genocídio de si mesmo… tudo isso conseguimos introjetar, é cicatriz que nunca fecha.
E eu querendo sair para visitar meninos-fumo…
A catástrofe acabou de começar porque de todo lado vejo gente anunciando a salvação: redentores que nas vestes escondem o diabo, ou melhor, verdadeiros demônios vestidos de satanás.
Tenho a convicção de que a opressão, a cultura da morte, a tortura, as execuções de massa são, no nosso país, não um mero acidente, mas a praxe, a sua essência na qual todos se regozijam.

Existe uma lista interminável daquilo que nos falta, é a lista de uma nação nascida para ser explorada, vendida e reprimida, uma nação não concluída. A promessa, o pacto do Estado com os seus cidadãos, foi quebrado há muito tempo, ele não garante aquilo que cada pessoa almeja e necessita. É uma dívida infinita que reflete e influência a vida prática de cada um de nós. A nação foi incapaz de gerar esperança, expectativas no tempo. Isto reflete não somente no povo em quanto tal, mas em cada indivíduo, nas pessoas, as atinge moralmente – através da falta de perspectivas –  e fisicamente, nos corpos. Não é uma questão de estatística: basta caminhar um pouco pelas ruas da nossa cidade e observar as bocas desdentadas, o embrutecimento coletivo, as doenças epidêmicas, as crianças com infecções de todo tipo, a falência dos corpos degradados, ofendidos. E os corpos nunca mentem. A vida humana é corpo no espaço: entre barracos e esgoto a céu aberto, o espaço de milhões de nós é puro pesadelo. A vida humana é corpo no tempo e quando o corpo sofre  penúria ancestral perde a capacidade de lembrar-se das suas recordações, da sua história, perde a possibilidade de projetar-se adiante, perde a possibilidade de fabricar e construir a esperança, rompem-se os laços sociais, cada um por si e todos contra todos. Da ruptura de identidade não é possível que surja nação alguma, somente corpos destroçados, somente ruínas, cacos, lama e lágrimas.
Neste nosso tempo infame disseram que Deus está morto. Eles o mataram, e na falta de um Todo verdadeiro criaram um Pseudotodo artificial em constante mutação para fingir que a realidade é manipulável a seu bel prazer: a experiência humana incomoda, não faz parte dos planos, tem de ser rechaçada, expulsa do convívio… de sarjeta em sarjeta, de bueiro em bueiro através do instrumento que sempre e desde sempre se revelou como o mais eficaz: a propaganda da mentira repetida mil vezes que acaba por tornar-se realidade…. é uma guerra, é uma guerra.
Como engrenagem do Pseudotodo, não sou mais responsável pelas minhas ações e pensamentos: aceito, sim senhor, obrigada.
Hoje tive um pesadelo. Real, verdadeiro.
Mas eu sou mais forte, porque sim, porque quero.
Somente por amor aos desesperançados conservamos a esperança, porque ao fim e ao cabo quero apostar na verdade da minha imaginação e vencer; quero, como Dom Quixote, acreditar no que imagino e fazer de tudo para que se torne real.
Foi escrito: No te salves.
Foi escrito: …a las cinco de la tarde.
Foi escrito:
É gelo abrasador, é fogo gelado
É ferida que dói e não se sente
É um sonhado bem, um mal presente
É um breve descanso, mui cansado

…É liberdade (minha), encarcerada.      (Francisco de Quevedo)

É por isto que agora vou. Tenho muito o que fazer.

Edith Moniz