Giorno di festa

Siamo amici da anni. So quanto sia preda facile di effimeri entusiasmi e relative delusioni cocenti. Conosco bene anche il suo modo di contraddirsi a distanza di pochi minuti o addirittura nello stesso momento in cui parla. Per dimostrare le sue tesi bislacche arriva perfino ad adattare i fatti del passato alle necessità del presente, del suo presente: uno Stalin furibondo che vuole aver ragione a tutti i costi. Ma in fondo è un bonaccione, un gran compagnone incapace di far male ad una mosca e io, nonostante i mille difetti, al mio amico, a lui, il Grande Lombardo, voglio un gran bene. Oggi è in vena di raccontare. E lasciamolo parlare.

"Sono stato a trovare quelle vecchiette, ricordi? Quando abitavano in quella casa di accoglienza dove eri volontario anche tu, le andavo a trovare tre volte a settimana e dopo un po' eravamo diventati amiconi. Dopo anni di immobilità e inerzia si erano trasformate, mi aspettavano sulla porta, volevano uscire anche quando pioveva…
Sì, ho sempre pensato alla riabilitazione come un insieme di fattori. Riabilitare una persona non vuol dire prendersi cura esclusivamente della sua gamba rotta, del ginocchio deformato o della sua difficoltà motoria. Riabilitare non è cercare in tutti i modi la restitutio ad integrum, far tornare il paziente al suo stato originale come era prima della malattia. Riabilitare, in certi casi, significa fare in modo che il paziente riesca a vivere il meglio possibile con i limiti imposti dalla malattia. Cambiare mentalità: trasformare il difetto fisico, da difetto che è, in caratteristica. Avere i capelli ed essere pelato. Certo che i capelli è meglio averli, ma non è detto che uno pelato sia meno bello di un capellone. Riabilitare è ritornare a vivere.
Ma questo è un altro discorso, stavo dicendo che con le vecchiette andavamo dappertutto: ristoranti, feste, mercato, shopping, andavamo a passeggio nel quartiere, ai giardini. Un giorno sei venuto pure tu, siamo stati a casa mia a prendere un tè. Si divertivano parecchio e stavano benone. Quasi tutte avevano una storia di vita drammatica di molta sofferenza, abbandono, umiliazioni. Pensa che uma di loro, Maria, pensa di avere otto anni. Ne avrà ottanta. Aveva otto quando la madre la abbandonò in um mercato, in mezzo alla gente. In tutti questi anni il suo grande sogno era quello di mettersi uma "dentadura", uma dentiera nuova con um dente d’oro! Qualche mese fa, ecco che mi viene incontro con um sorriso senza uguali incastonato dal famoso dente tanto desiderato. Maria, come sei bella, le dico. E lei tutta contenta: è d’oro, è d’oro. Alla festa invece mi appare di nuovo sdentata: "e i denti nuovi, dove li hai messi, Maria?" "Li ho lasciati in camera." "Ma perché?" "Per non consumarli!". Un vero spasso. Ebbene, di alcune si era perduta la storia, non si sapeva nemmeno il loro vero nome, la loro data di nascita. Dopo anni di mesto peregrinare tra un istituto e l'altro erano approdate in quella casa, che non era il massimo, però stavano bene. Erano trattate con attenzione e rispetto. La casa poi fu obbligata a trasferirle ma questa volta si preoccupò di darle una sistemazione adeguata. Oggi abitano in una struttura molto bella, provvista di tutto quello di cui hanno bisogno… meno me. Sì, infatti è molto lontana. Ci posso andare una volta al mese per un'oretta appena. Peccato. Comunque l'amicizia è rimasta e quando ci vediamo è sempre una festa. L'altro giorno la festa c'era davvero: la "festa junina". Una delle nostre feste più amate. Le feste del mese di giugno in onore ai santi Antonio, João (Giovanni), Pedro (Pietro) e Paulo. Sono tradizioni antiche che ci portiamo dietro da secoli. Normalmente si accende "a fogueira", un immenso falò, si addobbano gli ambienti con bandierine colorate e al suono di canzoni tipiche balliamo vestiti da "caipira", da campagnoli. È molto bello, divertente. È come mantenere viva una tradizione antica. Preservarla è importantissimo, la nostra storia, la nostra dignità. I centri ricreativi, le associazioni di quartiere, le parrocchie, i municipi, gruppi di amici, colleghi di lavoro, le scuole, tutti, per lo meno una sera di giugno, si riuniscono per festeggiare i santi e stare in compagnia. Così è stato pure domenica scorsa nella casa che le ospita. Una gran festa. Arrivo e le trovo tutte allegre in mezzo a decine di persone, perfettamente integrate con il momento e l'ambiente: riabilitate. Due di loro erano pure vestite da "caipira", allegre campagnole col cappello di paglia, le treccine, e le lentiggini dipinte sulle guance rosse. Gironzolavano per le bancarelle a smangiucchiare dolciumi e a curiosare qua e là. La musica contagiava l'ambiente e molti ballavano. Anch'io non ho perso tempo. Una di loro, che mi aspettava ansiosamente, non mi mollava più. E vai col liscio. No, non è il ballo liscio, la musica è diversa, si chiama "Forrò": il suo ritmo sincopato e rapido non ti permette di stare fermo. E allora tutti a ballare. Il momento più atteso è quando i bambini, vestiti da "caipira", ballano la quadriglia. Le coreografie provate e riprovate, sono sempre quelle: in coppia, in cerchio, gira di qua, gira di là, avanti, indietro. I bambini in mezzo e tutti noi a battere le mani a ritmo. Gli anziani ospiti della casa, assistono allo spettacolo insieme alle famiglie dei bambini della scuola vicina. L'integrazione tra due mondi distinti come l'infanzia e la vecchiaia, è sempre positiva. Il fatto che i bambini erano accompagnati anche dalle loro famiglie aumentava l'animazione della festa…"

Il mio amico continua il racconto. Dice che una vecchietta voleva starsene in disparte. Era disturbata dalla confusione inconsueta, dalla troppa gente. Il mio amico dice che effettivamente era pieno e che gli anziani abituati alla calma e bisognosi di quiete, alla fine erano prostrati, esausti. Dice il mio amico che durante i balli dei bambini, i genitori, i parenti, zii, cugini, nonni, cognati e parentacci vari si sgomitavano come marinai ubriachi, disputavano a spintoni il posto in prima fila. Fotografare, filmare con i telefonini, riprendere la festa con i tecnici specializzati per poi fare un dvd e venderlo alle famiglie dei bambini era più importante della festa in sé. Avevano montato le luci e i microfoni. E i poveri bambini, piccoli, quattro o cinque anni al massimo, hanno dovuto ripetere un paio di volte l'entrata perché non era stata filmata a dovere. Stanchi ed irritati, alcuni piangevano, altri si prendevano a calci. Dice il mio amico che gli anziani in seggiola a rotelle erano stati portati in prima fila e che dopo un po', i parentacci di cui sopra, li spostavano indietro per poter riprendere meglio la scena dei figlioletti vestiti da contadini ballerini. Come al solito, dice il mio amico, è finita che i vecchi stavano da una parte e i giovani dall'altra. E alla fine tutti a casa. I vecchi stanchi e assordati dal frastuono della festa e le famiglie dei bambini a litigare tra loro con insulti da taverna per uscire prima dallo stretto parcheggio. Tutti a casa e gli anziani rimasti nell'istituto a piangere di nostalgia. Ripiombando nella solitudine di giorni interminabili sempre uguali a se stessi, in cui la stessa riabilitazione intesa come processo integrativo, perde la sua ragion d'essere: integrarsi con chi, integrarsi perché?

Anche questa volta il mio amico non si smentisce. Comincia a raccontare entusiasta e finisce col criticare con ironia e acidume le iniziative degli altri.
A questi cambiamenti repentini di opinione, a questi improvvisi ripensamenti ci sono abituato. So che c'è un fondo di verità che unisce le due versioni. So anche con certezza che è vero quello che gli ha detto Teresa, una delle sue vecchiette, inventando un neologismo: "volta seguidinho". "Seguidinho", è un diminutivo di "seguido" che significa "di seguito, subito". "Volta" significa "torna". Seguidinho è un diminutivo che si potrebbe tradurre come "subitino". Non sarà "subitino" che il mio amico tornerà a visitarle, lo ha già spiegato il perché. Ma, potete starne certi, il mese prossimo rispetterà il suo impegno. Anche se è solamente una volta al mese, dice lui, è lo stesso, loro mi aspettano.