La prima settimana

Da Manaus. Dicono che le prime impressioni sono le più indovinate. Perciò mi accingo a commentare la mia prima settimana in terra brasiliana. Due eventi hanno caratterizzato la settimana: un incontro “interecclesiale” di cinque giorni (19-23 settembre) sulle “Comunità Ecclesiali di Base” (CEBs) e la visita a Manaus del presidente Luis Inácio Lula da Silva (20-22 settembre).

Incontro delle Comunità Ecclesiali di Base (CEBs)

L’incontro interecclesiale delle CEBs é stato promosso e organizzato da P. Alberto Panichella (mio parroco), in qualità di coordinatore del centro missionario dell’arcidiocesi di Manaus. Vi hanno partecipato 691 rappresentanti delle diocesi e prelazie degli stati di Amazonas e Roraima. Per arrivare al centro incontri, alcuni rappresentanti hanno remato e viaggiato per sette giorni.

Gli incontristi, distribuiti in 7 gruppi o barche e una trentina di sottogruppi o canoe, hanno approfondito 7 temi e elaborato proposte:

cultura amazzonica: la distruzione dei valori della cultura amazzonica;

società: le esclusioni della società nella quale viviamo;

missione: la carenza missionaria ed ecumenica nell’Amazzonia;

causa indigena: oppressione, massacro e esclusione degli indigeni e di altre etnie discriminate;

gioventù: l’esclusione e la dimenticanza della gioventù;

ecologia: la distruzione della foresta amazzonica;

differenze di genere: il “machismo” e le discriminazioni di genere.

Come si vede, le CEBs si propongono – con l’aiuto di Dio – di trasformare-sanare la situazione (nel nostro caso la situazione amazzonica, al limite dal punto di vista socio-politico-economico-religioso).

Il metodo é quello di vedere la realtà, la congiuntura; giudicare la realtà alla luce della Parola di Dio; per poi agire, cioè rimboccarsi le maniche per correggere la realtà dove è viziata da ingiustizia e/o peccato. È stato aggiunto il celebrare e c’è stata davvero molta celebrazione e animazione.

La tesi delle CEBs si ispira al Concilio Vaticano II: Gesù, missionario del Padre è venuto al mondo per stabilire il Regno di Dio – che è giustizia, pace e gioia nello spirito (Rom, 14,17) – e noi, discepoli di Gesù, dobbiamo collaborare con lui lottando per il Regno. Per fare questo non deve esserci una chiesa di grandi comunità passive-cultuali, ma comunità altamente impegnate e di dimensione umana: l’ideale sarebbe una dozzina di famiglie per ogni CEB.

I vescovi latinoamericani nella V Conferenza di Aparecida, del maggio scorso, hanno scommesso sulle CEBs proponendone il rilancio. Ma esse faranno fatica a diffondersi e consolidarsi, assediate come sono dai movimenti (rinovamento dello spirito, neocatecumenato, CL…).

Anche in questo incontro l’impressione é stata che le CEBs sono le sorelline povere, nonostante si sia affermato che sono il modo di essere della chiesa, quasi cellule-base su cui articolare parrocchie e diocesi.

Visita del Presidente Luis Inácio Lula da Silva a Manaus

Altro evento notevole della settimana è stato la visita di Lula alla città di Manaus.

All’inizio della visita Lula ha fatto ricorso alla metafora di due fratelli, ispirandosi alla parabola di Gesù chiamata “il figlio prodigo” o, più propriamente, “il padre misericordioso”: un uomo aveva due figli… Lula disse che le due metropoli di San Paolo e Manaus (rispettivamente con 20 e 2 milioni di abitanti) sono i due figli. Lula fece la parte del papà e ammonì San Paolo: “Non voglio che il figlio più forte picchi il figlio più debole”.

Ricorrendo a questa parabola, Lula ha voluto dire che in Brasile non c’è un solo grande polo industriale, ma due: San Paolo al Sud, Manaus al Nord, all’equatore. Se San Paolo è un gigante, responsabile del miracolo economico che fece del Brasile la settima potenza industriale del mondo, anche Manaus è una realtà di tutto rispetto. Manaus celebra 40 anni come polo industriale (PIM). E c’è chi fa notare che la vocazione industriale di Manaus si spiega con la forte componente indigena della sua popolazione, dal momento che gli indios sono inclini alle scienze e alla tecnica; lo sono, per esempio, ben più dei neri.

Ebbene, Lula vuole che il polo industriale di Manaus cresca e in fretta. Allo scopo ha lanciato il PAC, Programma di Accelerazione della Crescita, e ha stanziato somme ingenti. La crescita richiede – oltre ai capitali – infrastruttura, materie prime e mano d’opera.

Quanto all’infrastruttura ci limitiamo a ricordare il piano di costruzione di 22 porti nell’interno della regione. Il ministero dei trasporti potrà disporre a partir dal prossimo anno di 4 miliardi di euro (10 miliardi di reais) per lavori nella regione.

Per garantire le materie prime, Lula ha firmato l’Agenda Sociale per le Popolazioni Indigene per rendersi amici gli indios, i cui territori sono ricchi di minerali, legname e energia idrica. Lula ha solennemente assicurato che nel suo governo le minoranze saranno rispettate. E che è arrivato il tempo della riparazione nei confronti degli indios. L’agenda sociale prevede una rete di realizzazioni in favore dell’abitazione e della salute dei popoli rivieraschi.

Sempre per garantire materie prime e energia, Lula a Manaus si è incontrato con Hugo Cháves e ha stretto accordi con il Venezuela che dispone di risorse di gas e petrolio per altri 200 anni.

Per una crescita accelerata occorre molta mano d’opera – sia altamente qualificata che poco qualificata (esercito temporaneo di riserva di braccia) -. È inevitabile far arrivare mano d’opera, specie qualificata, da fuori.

Quindi tutto calcolato? Tutto positivo? Il progetto del governo Lula lascia perplessi. Tutta l’operazione è mega e arriva dall’alto, di paracadute; è l’opposto di una crescita graduale, lenta, dal basso, con partecipazione della popolazione locale. Dove i lavori sono cominciati si stanno già registrando effetti collaterali gravi quali diminuzione di occupazione tradizionale, prostituzione, alcoolismo, droga, violenza…

Manaus e la globalizzazione

Ma qui vorrei avviare una riflessione ulteriore.

In attesa di arrivare qui, io mi vedevo, in sogno, nella foresta amazzonica, all’equatore, entrando e uscendo in barca dagli “igarapé”, impegnato nel dialogo con gli indios; mi sono svegliato alla periferia di una metropoli postindustriale, Manaus, con una Zona Franca che riversa uno tsunami di software di ultima generazione.

Riprendo quindi la parabola dei due fratelli per “decodificarla” in altro modo. San Paolo non è solo il primogenito censore del fratellino, ma anche il suo antagonista geloso e timoroso di perdere la primogenitura. Io ho vissuto 20 anni a San Paolo e d’intorni e credo che quella città sia l’emblema della civiltà industriale. Manaus sembra l’emblema della civiltà post-industriale. Si direbbe che Manaus è un segno dei tempi, con dei precedenti. Negli Stati Uniti: la post-industriale California ha surclassato gli stati della costa Est: ieri l’industria trainante americana si trovava a New York e Chicago i cui imperi dell’automobile sono diventati… dei dinosauri; oggi più valgono Los Angeles con l’entertainment e il tecnopolo di Silicon Valley con semiconduttori e computer. È Bill Gates invece di Rockfeller. Similmente, in Italia Mediaset prende il posto guida che era della Fiat (Berlusconi invece di Agnelli)… Forse San Paolo fiuta, seppure confusamente, aria di crisi e di sorpasso. È guerra – come per esempio la guerra fiscale che ha già provocato 16 mila licenziamenti. Allora San Paolo rappresenterebbe il passato e Manaus il futuro, San Paolo l’industria e Manaus il suo superamento. Essere qui mi aiuta a riflettere sul tempo che viviamo, sulla rivoluzione post-industriale.

Noi viviamo in un mondo globalizzato che chiede dinamismo e nomadismo invece di autorità e centralismo burocratico, flessibilità invece di routine, interazione spontanea invece di gerarchia stabile; soprattutto cultura e conoscenza invece di vecchia produzione industriale. Se non vogliamo parlare, come fa qualcuno, di “fine del lavoro”, senz’altro dobbiamo parlare di software che prevale sull’hardware, di riduzione dell’occupazione per via di robotismo, tecnologia di punta, programmazione computerizzata, mobilità dei siti lavorativi, flessibilità… E cresce la vita boheme.

Ho un bel campionario della globalizzazione nella famiglia Aragão che mi ospita (mentre la casa parocchiale sta passando per riforme). Si tratta di una famiglia di classe medio-bassa, indicativa quindi della vita della gente comune. La coppia Moisés e Rejiane ha tre figli: Daniel (11 anni), Rafael (6) e Daniela (4). La famiglia possiede computer, due televisori, macchine fotografiche, cinecamera, videogames, telefonini… anche se non tutti funzionanti. Per casa ci sono CD e DVD sparsi un po’ ovunque… Anche Daniela sa scegliersi un DVD, inserirlo nel lettore-visore e assistere a qualche storia, ogni giorno.

Moisés che ha participato a due Forum Sociali Mondiali a Porto Alegre, intende di informatica ed economia molto più di me. In occasione dei Forum s’è anche interessato alla cultura di Porto Alegre, i cui abitanti sono in gran parte discendenti di veneti e di tedeschi. Ma non cambierebbe Manaus per Porto Alegre.

Tornando a Lula, si potrebbe dire che è personaggio emblematico di una svolta tra il mondo passato e l’attuale. In questo Hugo Cháves, più antiamericano, rappresenta il passato. Lula mi ha lasciato meravigliato e perplesso. Non sembra lo stesso che ha fondato il sindacato della CUT e il partito PT. Lui che è partito povero, dalla base, dal piccolo, è venuto a Manaus con investimenti galattici a ufficializzare un mega-progetto governativo. Ha mostrato un’attitudine ottimista nei confronti del capitalismo e della globalizzazione, simile a Bill Gates, che ha proclamato l’avvento di un “capitalismo senza attrito”. Per Bill Gates e per Lula mercato e responsabilità sociale non sono antitetici: oggi nessuno dev’essere ignobile per far affari.

Ieri c’erano le lotte operaie, specie in occasione delle contrattazioni di lavoro; oggi i problemi sono diversi: la fame (ma Manaus ha praticamente ottenuto tolleranza zero quanto alla fame), la violenza, la malaria, l’AIDS, l’inquinamento, la droga: problemi sociali che caratterizzano il pianeta, a cominciare dal primo mondo, ma che si cerca di risolvere con la solidarietà dando attenzione e perfino preferenza al terzo mondo. E Lula mostra solidarietà con i poveri, per esempio con i lebbrosi che lui ha anche abbracciato fisicamente, con gli indios e con i “menos favorecidos”. Chissà se Lula è d’accordo con Toni Negri che parla in termini elogiativi del capitalismo digitale postmoderno come di un comunismo sui generis.

Specialmente Manaus per Lula significa rispetto per l’ambiente, ricorso all’energia pulita, posti di lavoro di alta tecnologia. Significa creazione di una classe media in grado di acquistare più beni di consumo.

E adesso, povero missionario?

Come giudicare questa globalizzazione? Come essere chiesa in questa situazione? Come essere missionario in una realtà liquida come questa?

Se ieri a San Paolo partecipare delle lotte operaie e aiutare i senzaterra nella conquista della terra comportava per me qualche pericolo, aveva anche il vantaggio di una forte ideologia identitaria profetica.

Ora tutto si fa più complesso. Dovrei accettare la tesi che l’attuale ordinamento socio-politico-economico sia il meglio possibile (o il meglio in assoluto come vorrebbe Francis Fukuyama)? Fino a che punto accettare la globalizzazione e approfittare delle molte opportunità che offre? Fino a che punto resisterle?

Non c’è dubbio che ci troviamo in una realtà contradittoria, perché in downtown di Manaus ci sono i centri della Tim con schiere di giovani, ma in periferia c’è abbandono.

Non è vero – come vorrebbe Bill Gates – che oggi non ci sia più una classe operaia sfruttata. Anzi, tutti i lavoratori sono sfruttati e fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Il fatto che oggi sia stato praticamente rimosso dal vocabolario e dalle coscienze dei ricchi la parola “giustizia”, non vuol dire che non esistano ingiustizie da denunciare. La stessa parola “solidarietà”, tanto usata, è abusata, poiché sappiamo che essa ha valore solo come corollario della giustizia, della lotta per la giustizia.

Inoltre, a determinare violenza, droga e terrorismo non sono solo la fame e la miseria, ma anche la banalità di una vita impostata nel divertimento e l’arrivismo basato su falsi valori.

Strana civiltà la nostra: Bill Gates è diventato il maggior benefattore della storia – donando centinaia di milioni di dollari all’istruzione, alla lotta alla miseria e alla malaria nel terzo mondo – grazie ad una ricchezza smisurata accumulata come uomo d’affari crudele che compra o distrugge i concorrenti puntando al monopolio virtuale.

Diciamo che Lula stesso convinceva più ieri: la sua attuale faccia socialmente sensibile è quella di un politico che per arrivare al potere ha fatto (inevitabilmente?) ricorso ad alleanze spurie e non è libero da sotterfugi.

Quindi… e adesso che fare, povero missionario?

Teoricamente è facile: il missionario deve comportarsi come Gesù. Ma la domanda rimane: Gesù di Nazareth, missionario del Padre per la costruzione del Regno, cosa farebbe oggi a Manaus? Quali scelte, quale strategia e metodo?

Bisognerà che ci rifletta e preghi molto. Bisognerà che risponda quotidianamente facendo del bene agli ultimi.