La regina della strada e il suo veleno

Oggi è il 20 gennaio e a Rio è festa grande. Non perché è sabato e nemmeno perché è il primo giorno di sole di questo nuovo anno, nemmeno perchè ci sono i preparativi al carnevale ma soprattutto perché si ricorda il santo patrono: San Sebastiano, quello che viene raffigurato legato al palo e trafitto dalle frecce. Quello che nel 1501 è stato invocato per aiutare i soldati portoghesi a sconfiggere gli indios abitanti di queste terre e poter cosi colonizzare la Baia di Guanabara. Come ricordano i bassorilievi della cattedrale.
E’ un mese che a Rio de Janeiro piove. Non è normale. Anche qui il tempo sta mutando i suoi ritmi secolari. In questa stagione sarebbe lecito aspettarsi un caldo bestiale durante il giorno e acquazzoni torrenziali la sera. Invece la pioggia è stata continua e il tempo sempre nuvoloso cosi il caldo è meno caldo e l’estate meno estate. Ci sono stati alluvioni e smottamenti, 20 morti, strade interrotte, ponti crollati.


Cambiamento di strategia

Tutta questa pioggia ha inciso anche nell’attività di abbordaggio ai bambini di strada sostenuta dalla nostra associazione.
L’associazione non dispone ancora di una casa per svolgere le attività educative con questi ragazzi e giovani. Perciò, come punto di incontro quotidiano con loro, essa ha scelto un parco pubblico; un luogo quest’ultimo dove le regole sono dettate dagli educatori. Regola numero uno: non ci si può portare la droga. Ma in questi giorni di maltempo i ragazzi non arrivavano al parco. Allora gli educatori hanno pensato a un cambiamento di strategia è hanno deciso di andare loro stessi direttamente nella "casa" dei ragazzi a quasi un chilometro di distanza, dove loro dormono e vivono.
Nell’equipe dell’abbordaggio lavorano anche educatori che per alcuni anni sono stati essi stessi bambini di strada e quindi sanno come vanno le cose in quel mondo. Ora vivono in favela e conoscono bene cosa significhi vivere in un clima di violenza permanente. Inoltre da 20 anni a oggi la vita sulla strada è cambiata, la violenza e la pericolosità sono cresciute, ma per noi italiani, volontari o amici di passaggio, è un mondo sconosciuto.
Nell’attività di abbordaggio ai bambini di strada di solito noi italiani accompagniamo l’equipe e andiamo con loro nella piazza pubblica. I ragazzi che vengono all’incontro pur non potendo portare con sé la droga puzzano di solvente. Giocano, parlano ed essendo fuori dal loro ambiente sono chiamati a comportarsi secondo le regole stabilite dagli educatori. Con gli educatori si sentono protetti. Ma fuori da questo luogo per così dire ‘protetto’ si possono fare scoperte drammatiche.

Martina è una volontaria italiana che da alcuni mesi accompagna l’equipe di abbordaggio. Questo il suo racconto.


La "casa" dei bambini

«Da alcuni giorni con l’equipe stiamo andando nella "casa" dei nostri "meninos de rua". Sembra strano chiamarla casa visto che non ha pareti e per entrare non serve bussare alla porta, visto che la porta non c’è. Come pavimento c’è la terra, a volte bagnaticcia. Come soffitto, un trafficato viadotto. I confini della casa sono un enorme canale maleodorante in cui scorrono le fogne della città, una strada e alcune bancarelle di venditori ambulanti. I rami degli alberi sono gli stendini dove appendere i vestiti ad asciugare. I cartoni sono i letti, le mani i piatti, il pavimento le sedie e le tavole.
L’unica vettovaglia sempre presente sono le bottigliette di plastica trasparente. Quasi tutti ne hanno una. Particolare interessante è che non è mai piena, quasi sempre sono solo un paio di dita di liquido trasparente come l’acqua, ma che brucia al tatto e lascia storditi se annusata. È un solvente, loro lo chiamano "tinner". Ogni ragazza, ragazzo, bambino, ha la sua fidata bottiglietta di tinner. Ci appoggiano la bocca e aspirano. Hanno un pezzo di pane in bocca, non fanno in tempo ad ingoiarlo che di nuovo appoggiano la bocca sulla bottiglietta. Alle volte imbevono di tinner un panno che tengono in mano e poi lo mettono in bocca. Persino quando sono a letto, la bottiglia non sparisce, al contrario diventa un’amica ancora più fedele.»


"Qui tutti abbiamo ucciso"

«Arriviamo verso le 10 di mattina. La scena è quella vista e rivista. Qualcuno è sveglio, la maggior parte sono solo delle sagome sotto a coperte luride e scolorite.
Quando ci avviciniamo cominciamo a salutare quelli già svegli, ed ecco che come un fulmine ci cade addosso una notizia
-Zia, sai cos’è successo? Ieri Jefferson ha ucciso a sassate la sua ragazza- Rimango sconvolta.
Non tanto dalla notizia, ma da come mi viene riferita.
Alla stessa maniera avrebbe potuto dire :-Esco a comprare il pane. Ci vediamo domani. Serve qualcosa?-
Parole pronunciate sempre con lo stesso tono, tranquillo, quasi impersonale, distaccato.
Sono allibita.
Uccidere una persona a sassate… Per di più la propria ragazza ! mica uno sconosciuto!
Chiedo -Uccisa perché?-
-Per tredici reais-
O meglio: una bottiglietta di solvente da mezzo litro che costa dieci reais più 3 reais di sigarette.
Il messaggero che ci ha portato la notizia cambia discorso e ci chiede il pane per la colazione, ha fame.»

«O m i c i d i o? penso dentro di me.
Sarà che vedo questi ragazzi ogni giorno, sarà che mi portano rispetto perché faccio parte dell’equipe, ma loro con me sono sempre stati gentili, dolci, educati. A volte litigano tra loro, capita che vogliono tirarsi qualche sassata, qualche bastonata, sono sempre tesi. Ma non è mai successo niente di grave. A volte si minaccino "sta attento che ti uccido", ma mai prima d’ora avevo pensato che l’omicidio entrasse davvero nella loro vita. È una cosa cosi lontana… l’idea che persone che stanno al mio fianco possano uccidere qualcuno è distante da me. Ho sempre preso quella minaccia come un avvertimento che mai si sarebbe realizzato.
E invece ecco che quello stesso giorno scopro che tra le persone che conosco, c’è uno che ha commesso un assassinio.
Sono a "casa loro", e forse per questo loro sono più aperti nel parlare con me, sembra quasi che mi accolgano non più come "educatore", ovvero la persona che bisogna rispettare e a cui è meglio non raccontare solo alcune cose, ma come una persona che comunque non può fare nulla contro di loro, quindi le si può raccontare tutto.
Chiedo a uno dei ragazzi se è la prima volta che si uccidono tra di loro.
Cala il silenzio, un silenzio che in realtà non è teso, è un silenzio di quelli che precedono le grandi risate. Mi guarda sorridendo, negli occhi si legge un misto di tenerezza e pietà nei miei confronti.
"Zia, è normale! Io ne ho uccisi due e per poco la settimana scorsa non uccidevo un altro bambino". Lo guardo in silenzio, incredula per quanto sto sentendo. Non riesco a collegare questo volto gentile e sempre sorridente a un volto di un assassino. Dato che io non dico niente lui continua il suo discorso.
"A uno gli ho sparato, mentre l’altro l’ho preso a sassate. Devi sapere che io cerco di tirare via i bambini dalla strada, dico loro di non drogarsi, ma ce ne sono certi che passano tutto il tempo a combinare casini. Uno la settimana scorsa ha rubato un cellulare proprio qui davanti, e quando succedono queste cose la polizia arriva e trova sempre una ragione per picchiarci tutti. Così abbiamo preso quel bambino, l’abbiamo riempito di botte e lo stavamo buttando nelle fogne ma la polizia è arrivata e abbiamo lasciato stare".
Il mio silenzio continua, il suo racconto pure.
– Anche questa volta mi hanno aiutato lui e lui- e mi indica altri due ragazzi. Uno dei due, vedendosi indicato si alza e viene a chiederci di cosa stiamo parlando.
– Sto raccontando alla zia di quando abbiamo ucciso quel tipo a sassate –
– Si ma io ti ho solo aiutato, non l’ho ucciso –
– Mi hai aiutato e quindi sei un "matador" anche tu!- …il ragazzo prende e se torna con gli altri…»

«Il mio silenzio diventa sempre più profondo.
– Zia, qui tutti uccidono. Anche i ragazzini. Vedi quello li?-
Quello lì è un ragazzino di 14 anni. Non ci ho mai parlato molto, ma di vista lo conosco, anche perché lui è difficile da dimenticare. Gli manca il braccio destro. Il braccio sinistro c’è, ma solo fino al gomito. La gamba destra è tutta bruciata e sembra atrofizzata. Nonostante questo gioca a calcio benissimo.
– Vedi, lui ne ha uccisi tre o quattro fino ad ora-
– Cosaaaaaaaaa?? – questa volta non posso continuare a stare zitta e pensierosa – come?? ma se è senza braccia! Ma se per muoversi va avanti saltellando? Ma se ha solo 14 anni?-
– Zia, zia, si vede che non lo conosci. Lui è il più cattivo di tutti, picchia senza ragione, picchia tutti, non c’è donna che gli scappi. Manda a uccidere o è lui stesso che uccide. Vedi quel viadotto li?– e mi indica il ponte che passa sopra le nostre teste -era li sopra e ha buttato giù un tipo-
L’omicidio mi è incomprensibile e l’idea che l’assassino sia un ragazzino senza braccia mi lascia stordita.
– Zia, qui tutti abbiamo ucciso- e si allontana.»


Interventi ferocemente educativi.

«Cominciamo a distribuire il pane e il succo. Continuo a chiedermi se sono gli stessi ragazzi di sempre, mi chiedo se devo cominciare a stare attenta a come mi comporto con loro, se potrò ancora scherzarci, riderci, prenderli in giro e litigarci senza il timore di una pistolata o sassata, se posso volergli bene come prima.
Stiamo ancora distribuendo la colazione quando ecco che uno di loro si leva in piedi e comincia a gridare qualcosa. Tutti si alzano e corrono a prendere le loro cose: materassini, coperte lerce, vestiti, bottiglie: trasloco rapido.
Carichi di roba corrono lontano. Per terra rimangono solo una coperta, un materassino, qualche straccio.
Mi guardo intorno, ma non riesco a capire il perché di questo fermento. Loro guardano terrorizzati verso il grande pilastro che regge la strada sopraelevata, io non vedo nulla. All’improvviso appare un camion con la striscia arancione e la scritta Prefettura. E’ il camion del comune di Rio per la raccolta della spazzatura. Con lui arriva anche un furgoncino bianco con tre persone a bordo e una macchina della polizia con quattro poliziotti. Arrivano e scendono tutti.
Poliziotti con mitra in mano che guardano in giro e sembrano proteggere il furgone della spazzatura mentre i due spazzini raccolgono quel poco che i ragazzi hanno lasciato e lo buttano nel camion. Gli educatori di fronte a questa scena decidono di rimanere calmi, in disparte, in attesa di capire. Poco dopo i ragazzi si avvicinano a noi, consapevoli che la nostra vicinanza è una sicurezza. In nostra presenza non verranno picchiati, non verranno portati via a forza, non succederà nulla. Gli assistenti sociali che erano nel furgoncino bianco non ci vengono nemmeno a parlare. E non parlano nemmeno con i ragazzi.»


Polvere esplosiva

«I ragazzi, forti della nostra presenza, cominciano a prendere coraggio e a deridere i poliziotti. Li prendono in giro con toni sempre più pesanti, fino a quando il tutto esplode nelle accuse di uno dei giovani, uno dei più vecchi, circa 28 anni, che di solito è uno dei più tranquilli. Inizia a urlare ai poliziotti che anche loro sono degli assassini, che sniffano droga e dovrebbero morire tutti. I poliziotti si avvicinano. Il mitra passa da una posizione verticale a una orizzontale. Le accuse del ragazzo continuano, mentre gli altri cercano di calmarlo, consapevoli che la polizia tornerà a vendicarsi. Uno dei poliziotti, che poi verremo a sapere essere il più crudele, si avvicina al ragazzo che resta impassibile e gli dice "attento ti verrò a prendere". I due si fissano per alcuni istanti. Sembra un duello. Il poliziotto si gira e con i suoi compagni torna alla macchina. Il camion della spazzatura se ne va e a seguire anche il furgoncino e la polizia.
I ragazzi si mettono intorno a noi e quasi stanno per picchiare quello che ha affrontato in modo così sfrontato i poliziotti. Cosa gli sarà saltato in mente! che rabbia si sarà liberata dentro di lui?
Ci raccontano poi che di notte anche i venditori ambulanti arrivano e li picchiano con bastoni di legno in cui sono stati conficcati dei chiodi per fare più male. A volte danno fuoco al materasso con loro sopra. I poliziotti sono molto peggio di loro.»

«Avevo sempre sentito raccontare queste cose, ma assistere alla scena dove un poliziotto fa promessa di morte, mi ha fatta tremare dentro.
Capisco che gli equilibri sono molto fragili, che loro sono davvero sempre esposti alle angherie di tutti. Non serve che facciano qualcosa, il solo fatto di esistere e di essere visti come una minaccia è già un motivo sufficiente per picchiarli.»

«Sono tornata a casa con un grande senso di impotenza verso tutto. Vivo ogni giorno con la speranza di rivedere di nuovo tutti i ragazzi il giorno seguente, sperando che nessuno venga ucciso, picchiato, bruciato durante la notte. Spero che quel poco di barlume umano che c’era nell’occhio colmo d’odio del poliziotto sia maggiore della sete di vendetta. Spero che i "miei" ragazzi non ricambino la violenza, che non uccidano, picchino o brucino nessuno, perché anche in loro la sete di vendetta contro questa società che li maltratta è molto alta. Mi par di capire che la violenza è la vera regina, signora della strada. Quella con cui devi assolutamente fare i conti e che ti offre il veleno della vendetta, della ritorsione, del colpisci per primo per non morire. Prima o dopo ti divorerà con l’aiuto indispensabile di quel terribile anestetico che è il solvente. La violenza subita in famiglia e che crea una voragine di sofferenza, ha scaraventato questi bambini sulla strada. Sulla strada trovano di nuovo violenza, ma più feroce, addolcita dal senso di libertà e di un’apparente capacità di decidere. Non c’è pietà per nessuno. Non ci sono diritti umani, né sistemi di difesa sulla strada. Non ci sono tutele, solo la legge del più cattivo. Uno dei ragazzi mi ripeteva:
-Zia, sulla strada non ci sono amici, tra di noi ci chiamiamo colleghi-. »

«Dopo due giorni ho saputo che quella notte il poliziotto è tornato con altri compagni per uccidere il ragazzo che l’aveva sbeffeggiato. Per fortuna in quel momento non c’era ma hanno picchiato tutti gli altri nel tentativo di farsi dire dove si trovasse. Col gruppo di ragazzi vivevano anche tre cani. Sempre i ragazzi di strada sono accompagnati dai loro amici randagi. Tra randagi ci si intende. I poliziotti per scaricare la rabbia e per affermare il loro potere di uccidere in qualunque momento, hanno sparato con la pistola sui cani uccidendoli. Il segnale è forte.»


Finito il racconto di Martina mi ricordo che proprio in questi giorni in associazione abbiamo commentato che questi mesi futuri saranno molto difficili per i ragazzi di strada. A maggio si svolgeranno qui a Rio i giochi Olimpici Pan Americani ed è già iniziata l’"Operazione Pulizia". I ragazzi di strada vengono catturati a forza e portati lontano o in qualche casa di accoglienza e saranno liberati dopo i giochi. La città deve essere pulita per mostrare che tutto è bello. Sono cose già viste per altri eventi precedenti. Altra rabbia sarà accumulata e altre giustificazioni saranno addotte per generare altra violenza.