L’inferno sono gli altri

L’inferno sono gli altri
Prendo in prestito la frase titolo niente meno che da Jean Paul Sarte. Allegria! Ma quando ci vuole, ci vuole. Il fatto è che di cose da scrivere ce ne sarebbero tante. Ma in questo momento non riesco a pensare ad altro che ad una scena di follia urbana successa al sottoscritto. Due minuti o poco più. Rinuncio quindi alla descrizione dei fatti importanti, alle riflessioni profonde sui medesimi, al divulgare le nostre miserie macroscopiche che ormai si conoscono a memoria come fossero le tabelline e a cui ci si è assuefatti e passo a ritirarmi nel mio particulare, con la pretesa di trasformarlo in metafora del mondo-cane in cui viviamo, dove la lotta per la sopravvivenza quotidiana non lascia spazio a nient’altro. Bella pretesa, la mia: sottoporre gli amici lontani ai nostri lamenti; descrivere fatti e fattacci della nostra vita, non è una cosa facile: trasformarci in individui lamentosi, piagnoni, pessimisti, tristi, va al di là di quella che è la nostra reale personalità. Capisco però che il raccontare gli avvenimenti del nostro paese può aiutare a capire meglio la realtà in cui siamo inseriti. Quindi, ligio al dovere, informo in due parole che a Rio de Janeiro è avvenuto l’ennesimo massacro. La gestione dei punti di vendita di droga ha generato una ulteriore battaglia tra gruppi rivali. È intervenuta la polizia. I morti si contano a decine. Le sparatorie in piena città, a due passi dal centro, hanno seminato il panico tra la popolazione inerme, ostaggio dei delinquenti e della rappresaglia delle squadre speciali di polizia che, in una tipica azione di guerra, hanno chiuso tutti gli accessi della zona per creare un’area isolata in cui poter eseguire il loro “lavoro”. A battaglia finita le forze speciali scendevano dal “morro” (la montagna sulla quale  si trova la favela) caricando i morti a braccia: ripulire il luogo dell’azione da ogni prova di esecuzione sommaria. Si è deciso che è una guerra, una guerra sporca, senza prigionieri. Fine.
Dunque, dicevamo che ciò che voglio raccontare è durato due minuti o poco più. Sarò breve.
Sull’autobus siedo nei posti in coda e affondo la testa tra le pagine di un libro, è l’unico momento della giornata in cui posso riposare un po’. Improvvisamente, catarrale, orribile, cavernoso, un urlo di donna, “ti ammazzo”, e suoni di schiaffoni. Silenzio generale. Autobus semi pieno, silenzio generale. Poi un altro grido e un altro ancora. Il sottoscritto continuava con gli occhi sul libro, vigliacco, non voleva saperne. Urla, schiaffoni, pianti e lamenti di bambino. La donna a gridare e picchiare sempre più. Il bambino a piangere e più piangeva più le prendeva. Si fa il vuoto, alla fermata i passeggeri scendono in massa. La donna in piedi minaccia il bambino seduto, “ti ammazzo”, ripete esaltata. Capisco che sono “mãe e filho de rua”. Parentesi: spesso i meninos de rua vengono sfruttati da adulti, o semplicemente da ragazzi più vecchi, che fanno le veci dei “genitori”, in cambio di protezione li mandano a mendicare e se non tornano con un discreto malloppo vengono castigati esemplarmente. Chiusa parentesi. La “madre” infuriata sfoga la sua rabbia di una giornata di scarso profitto su un bambino piccolo così, dagli occhi spalancanti e i vestiti laceri. Scesa la gente, l’autobus parte. Decido di alzarmi e mi piazzo a dieci centimetri dalla donna che percepisce la mia presenza e sembra calmarsi. Una frazione di secondo. Alza la mano per picchiare ancora. La fermo, la immobilizzo. L’autobus apre la porta, il bambino sgaiattola tra me e la donna, scende e scappa. La donna si divincola, scende anche lei. Sale di nuovo, minaccia di uccidermi. L’autobus riparte. La donna salta dalla porta che si sta per chiudere e sparisce tra i passanti. I passeggeri finalmente si manifestano… contro il sottoscritto. Oltre agli insulti per aver “provocato” l’incidente, ed aver causato un rallentamento della corsa, mi sono impicciato di fatti che non mi riguardano e ho messo in pericolo le signore presenti.  Não se meta, são bandidos: non ti immischiare, sono delinquenti. La gente, pur di non coinvolgersi lasciava che il bambino venisse massacrato di botte. Non ho risolto ninete, non ho risolto la situazione del bambino e sono stato pure insultato dai presenti; mi sono comportato esattamente come un Grande Lombardo imbecille e so benissimo che quella donna, appena ritrova il menino sfogherà la sua rabbia su di lui con una furia cento volte più malefica. L’importante è che l’autobus possa riprendere la sua corsa senza disturbo alcuno. Che la donna e il menino de rua scompaiano il più lontano possibile dai nostri occhi. Non ti impicciare, sono delinquenti. Ognuno deve farsi i fatti suoi. E chissenefrega.