Mais uma vez, ancora una volta

Oggi il presidente Lula ha dichiarato di accettare la richiesta del governatore dello Stato di Rio de Janeiro di inviare una forza militare di sicurezza nazionale per combattere la criminalità. Non è la prima volta che i soldati vengono invocati dalle autorità locali. Non è la prima volta che i soldati vengono inviati dalle autorità nazionali con propositi che non rietrano in nessuna prerogativa costituzionale. Ormai la Costituzione è stata violata infinite volte: una più, una meno… Rio de Janeiro è l'immagine del Brasile nel mondo, la situazione è catastrofica e bisogna prendere provvedimenti drastici e urgenti. Il governatore, sulla cui storia di vita politica stendiamo un velo pietoso, ha appoggiato il presidente Lula nella sua vittoriosa campagna elettorale. È ora di ricambiare il favore. Vedremo, mais uma vez, carri armati e soldati ad armi spianate occupare le vie di accesso alle favelas, assisteremo, mais uma vez, ad inaudite arbitrarietà contro una popolazione emarginata, colpevole e responsabile della sua stessa povertà. Applaudiremo alla tragedia del nostro popolo orfano della sua stessa Patria i cui figli, giovani soldati, punteranno le armi contro i loro coetanei, loro fratelli, fratelli di sangue e di storia di vita. Mais uma vez si userà la forza bruta a discapito di una convivenza civile costruita sul rispetto di un patto sociale che esige il diritto alle pari opportunità.
Il giornale Folha de São Paulo pubblica un articolo a cura di Marcelo Daher e Paulo Cesar Pinheiro, tra i massimi esperti in materia e coordinatori del Nucleo di Studio sulla Violenza dell'USP, l'Università di San Paolo. Nel sito internet www.nevusp.org è possibile avere accesso a dati e considerazioni fondamentali per chi voglia capire a fondo e penetrare nella problematica del nostro paese: il rapporto tra disuguagliaza sociale, investimenti pubblici, aumento dell'indice di violenza, sistema penale e carcerario, bambini e adolescenti cosiddetti "infrattori" responsabili di delitti, il cui trattamento è previsto dall'ECA – lo statuto del bambino e dell'adolescente. Le parole dell'autorevole studioso, sono molto simili a quelle scritte e riscritte decine di volte dalla Tia Edith e da me. Come le nostre, cadranno nel vuoto. Viviamo giorni ombrosi, avvolti da una cappa di piombo impenetrabile. Le nostre strade trasformate in campi di battaglia, rigurgitano di morti ammazzati. Il narcotraffico domina i quartieri periferici dove forma veri e propri enclave impenetrabili. L'opinione pubblica clama per vendetta e sangue, i mezzi di comunicazione non fanno altro che fomentare sentimenti e atteggiamenti di vendetta sommaria. La polizia dal grilletto facile crea isole felici iper protette e antri impraticabili dove vige la legge della giungla. Milizie private armate fino ai denti, finanziate da attività illecite e composte da militari in libera uscita, disputano il territorio con i narcotrafficanti a suon di fucilate. I politici prendono la palla al balzo per blaterare proposte assassine di pena di morte e tortura legalizzata, come se in pratica ambedue non fossero applicate diariamente nei sotterranei di qualunque comissariato.
Anche questa settimana siamo stati chiamati, mais uma vez, a partecipare a interminabili riunioni promosse dal Consiglio Municipale di Pubblica Sicurezza, utili solo a ricordarci di quanto sia (e lo è davvero) pericolosa certa gente e di quanto potere abbia (e lo ha davvero) sulle realtà locali. L'argomento da discutere è quello di sempre, i delitti commessi dai meninos de rua, che stanno tornando in massa per le strade del centro. La forza pubblica afferma di avere le mani legate dall'ECA, il famigerato statuto: non possiamo né trattarli duramente, né ammanetarli, né portarli via, dicono, lo statuto li protegge e loro se ne approfittano (basterebbe parlare con un menino, preso a casaccio, e chiedergli se è proprio così). La confederazione dei commercianti inveisce contro le associazioni che si occupano dei meninos de rua. Afferma infatti che li coccolano, li nascondono e li assecondano, proteggendo così la pratica di delitti, primo fra tutti quello di sporcare la strada davanti alle vetrine. Unica soluzione proposta e fattibile che risolverebbe tutti i problemi: diminuire l'età imputabile, responsabilizzare il giovane "infrattore" e infliggere pene più dure. San Paolo non è come Rio, bofonchiano battendosi il petto orgogliosamente. Alludono di certo al fatto che nello Stato carioca il numero di omicidi nei primi tre mesi dell'anno sia stato di 1500. Se questa è la visione della causa del problema e la sua soluzione proposta dai notabili, è facile capire come qualunque tentativo di analisi, qualunque intervento sul campo che non sia la forza bruta, venga reso praticamente impossibile. Tra le tante, esiste anche una voce costruttiva, una proposta alternativa che, incredibile a dirsi, viene annunciata in plenario: è un metodo usato con grande successo in Cina! Un noto industriale (si va be', si fa per dire, sarebbe meglio dire un tipico imprenditore di mezza tacca, uno di quelli che ha scoperto un filone lucrativo e ha approfittato le occasioni usufruendo di amicizie e appoggi alla camera municipale, insomma, uno dei soliti) fa richiesta pubblica alla Tia Edith di creare un canale con la Febem – il carcere minorile – "per poter dare una occupazione ai ragazzi reclusi". Spiega infatti che l’ozio in cui vivono la maggior parte del tempo non è affatto produttivo né per loro, né per la collettività che, badi bene, li mantiene. Continua affermando che loro, i ragazzi, vivono gratis a spese del governo e sarebbe giusto che retribuissero in qualche modo. Lui il modo lo ha scoperto e vuole comunicarlo a tutti, soprattutto alla Tia Edith. Potrebbero, loro, i ragazzi, lavorare per lui per la sua fabbrica di gnocchi! Dal carcere, non dovrebbero neanche uscire. Invierebbe il materiale e loro, i ragazzi, preparerebbero saporiti gnocchi che lui, noto industrialotto, venderebbe sul mercato. C'è da risaltare che le sue vendite vanno a gonfie vele. Infatti è riuscito ad avere il monopolio di vendita dei i suoi prodotti surgelati a tutte i centri di accoglienza della città frequentati da uomini di strada e meninos de rua. Bellissimo: i ragazzi del carcere a lavorare per lui per far mangiare gli uomini di strada. Naturalmente sarebbero pagati: mezzo salario minimo. Quella stessa Costituzione di cui si parlava poc’anzi stabilisce espressamente che nessun lavoratore può essere pagato meno di quanto stipuli il salario minimo: lo dice la parola stessa: salario minimo. Tia Edith, che ormai ne ha sentite di tutti i colori, non ce la fa più, risponde per le rime all'industrialotto, ma senza perdere il suo splendido sorriso. Il tipo non demorde, correrà in municipio e farà la proposta ufficialmente a qualche consigliere municipale che la inoltrerà al sindaco, al governatore, al presidente della repubblica. È così convinto della bontà, della umanità e della utilità pubblica dell’idea che è disposto ad andare fino in fondo. Chi vivrà, vedrà.
Sì, viviamo un grande delirio collettivo, una sorta di incesto cannibalesco in cui la società divora se stessa e la vittima, mais uma vez, ancora una volta, viene trasformata in colpevole. Mentre i notabili dalla soluzione istantanea continuano ad approfittarsene della muta complicità del mondo per discutere, proporre e promulgare leggi che ci fanno ripiombare indietro di secoli, nelle nostre strade si continua a morire per una dose di droga o per una pallottola vagante. Mais uma vez, ancora una volta ci chiediamo fino a quando. Così, semplicemente, senza punto interrogativo: fino a quando…

Quando la barbarie esce dal ghetto
La confusione creatasi a rispetto della necessità di una diminuzione dell'età imputabile e della revisione del trattamento riservato agli adolescenti "infrattori", in Brasile non è una novità.
La ricerca di una soluzione magica sotto forma di legge e del discorso duro che chiede giustizia, è diventata la regola dei dibattiti che si succedono ai crimini più barbari, specialmente quelli commessi al di fuori del ghetto.
Basta vedere il Datafolha (sondaggio di opinione, ndt) di domenica scorsa in cui si nota un aumento dell'appoggio alla pena di morte: 55% della popolazione favorevole. La maggior percentuale (64%) si trova tra coloro che hanno una reddito superiore a dieci "salari minimi" al mese (Il salario minimo oggi è equivalente a poco più di 100 euro, ndt).
E ciò nonostante, è nei ghetti – falvelas e quartieri periferici delle metropoli dove sono segregati gli afro-discendenti e i poveri – in cui si verifica la maggior parte dei crimini violenti e in cui prevalgono i maggiori indici del mondo di omicidi di adolescenti e giovani. Quasi sempre questa violenza trova il silenzio e la indifferenza come risposta.
Però quando la barbarie si abbatte su una vittima al di fuori del ghetto, lo schok della realtà segue una implacabile routine. Dopo un unisono di ripudio al crimine, i governanti ostentano la loro indignazione e la loro solidarietà alle famiglie della vittime, i legislatori minacciano di votare progetti di legge a raffica, cortei inneggiano alla pace. Tanto rumore per nulla. Con il passar del tempo, il tema "sicurezza" torna ad essere dimenticato. Nelle settimane successive al crimine barbaro, molti massacri, qualche pallottola vagante proveniente da pistole della polizia, colpiscono a caso un abitante del ghetto. Nessuno se ne accorge: compassione e clamore solamente per le vittime al di fuori del ghetto.
Il dibattito approfondito sulla prevenzione della violenza, di fronte alla tragedia è troppo noioso. Invece la retorica del sangue è agile e fa un tutt'uno con la sete di vendetta. In questo carnevale delle risposte facili, la scuola della mano pesante fa nuovi seguaci tra gli intellettuali che, pure loro, sbavano sangue. Vogliono pene di detenzione più lunghe per bambini e adolescenti "infrattori", condannandoli allegramente alle sevizie e agli stupri che avvengono nelle istituzioni carcerarie.
Dimenticano che il diritto penale è la vertente più discriminante del diritto stesso poiché si abbatte quasi esclusivamente sugli abitanti del ghetto. La voglia furiosa favorevole ad un indurirsi della severità penale aggrava la discriminazione razziale e sociale senza neanche scalfire la scalata della criminalità. I più di due decenni della consolidazione della democrazia in Brasile, sono stati accompagnati da una esplosione della violenza senza precedenti. La perversa associazione tra l'aumento dell'insicurezza e lo stabilirsi di uno Stato democratico è utilizzata nell'attacco ai supposti difensori dei "diritti dei criminali".
Parlare di prevenzione della violenza e di riforma della polizia (una struttura intoccata fin dai tempi della dittatura), investigare adeguatamente crimini commessi dagli agenti dello Stato, assicurare pienamente l'accesso alla Giustizia, dimostrare efficienza e trasparenza nel divulgare informazioni sulla criminalità e l'azione di polizia, la protezione delle vittime ecc, è un lavoro oneroso e non contemplato dagli indici di gradimento. Per quale ragione ricordare (come fanno le 500 pagine, Stato per Stato, della 3° Relazione Nazionale sui Diritti Umani, pubblicata dal Nucleo di Studi sulla Violenza della USP, Università di São Paulo) che in Brasile la maggioranza degli omicidi non è investigata e che il facile accesso alle armi da fuoco (approvato con l'appoggio della scuola della mano pesante) ha un ruolo determinante nella carneficina? Perché riconoscere che la grande maggioranza dei crimini commessi da adolescenti non sono delitti violenti, che la maggioranza degli adolescenti e degli adulti detenuti non sono sottomessi a processo nel periodo di tempo determinato dalla legge? Perché ricordare che le prigioni obbligano alla convivenza criminali pericolosi e ladri di polli?
Nel ritmo contagiante dell'inasprirsi delle pene, assistiamo al sempre ritardato spettacolo della crescita economica, compensato dall'incomparabile e spettacolare crescita della popolazione carceraria. Tra il 2000 e il 2006, abbiamo aumentato il numero totale di detenuti del 72%. Abbiamo, in numeri assoluti e proporzionali, la più grande quantità di carcerati dell'America Latina. Senza una diminuzione della criminalità.
Ridurre l'età della responsabilità penale e garantire permanenze prolungate nel sistema di detenzione per bambini e adolescenti, contribuirà per enfatizzare ancora di più il ciclo della comprovata incompetenza nel proteggere la popolazione. Occupare manu militari il ghetto, lasciando liberi i capi del crimine, saziare la sete di vendetta, torturare i sospetti e sbattere in carcere il maggior numero di gente, non porterà la pace. Al contrario, aumenterà ancora di più l'insicurezza, beffando la popolazione fino alla prossima stagione di guerra (moscia e incompetente) al crimine

São Paulo 10/4/2007

PAULO SÉRGIO PINHEIRO, è consigliere del segretario generale dell'ONU sulla violenza contro l'infanzia. Há pubblicato nel 2006 la Relazione Mondiale sulla Violenza ai Bambini. Ha occupato la carica di Segretario di Stato per i Diritti Umani del governo Cardoso.. MARCELO DAHER, è specialista in Diritti Umani dall'Alto Commissariato dell'ONU