Momenti

Momenti
I meninos de rua non perdonano. La loro irriverenza è proverbiale, basta un niente che ti appioppano un soprannome, un nomignolo di cui non te ne liberi più. A me, ad esempio, molti mi chiamano Caubói, Cow-boy. Mi hanno visto una volta in giacca e cravatta e mi hanno marchiato a fuoco: caubói, persona elegante, che vuole fare bella figura. Le guardie, nere, vestite di nero, manganello nero, sono chiamete con un nome che la dice lunga: urubù, avvoltoi.

Un paio di mesi fa il nuovo sindaco sudaticcio, Gilberto Kassab, promulga la legge "città pulita". Si vogliono regolarizzare le insegne pubblicitarie degli stabilimenti commerciali. È ora di finirla con questi neon, con la pubblicità irregolare, con le scritte murali e gli enormi pannelli che coprono le facciate dei palazzi, è ora di finirla. Da domani la città la voglio vedere bella e ripulita, tutto a posto, tutto nuovo, come dico io. Capito? Insorgono i commercianti. Perderemo milioni, la gente non saprà più dove trovare i nostri negozi, andremo in fallimento. Gilbertone non molla. Bisogna ripulire la città. Le insegne cominciano a cadere una ad una rendendo visibili muri fatiscenti, strutture decadenti, ringhiere arrugginite e balaustre pericolanti, lasciando la città più sporca di prima.

La "garoa" è la tipica pioggerellina invernale, fredda e bagnatissima che penetra nelle ossa accompagnata da un vento polare, penetra sotto l'ombrello e si infila dove non deve. La giornata è atipica, la più fredda dell'anno, dieci gradi. Ieri trenta, oggi dieci. C'è da diventar matti, e congelati. Il Santo Padre ricevuto da un Lula pimpante, primi discorsi ufficiali. Fila dei saluti: cardinali, vescovi, autorità civili. Governatore dello Stato e Consorte, ottimo. Presidente del Senato e Consorte, e va bene. Presidente della Camera dei Deputati e Consorte, e va benissimo. Presidente della Repubblica e Consorte, ok, niente da ridire. Bella foto.

Traffico congestionato, tutto fermo. In ritardo, guardo l'orologio. L'autobus non si muove. L'avenida Paulista cuore pulsante dell'economia brasiliana è completamente bloccata. Un tipo inveisce contro la visita del Papa: "cosa ci viene a fare in Brasile?" Come se questa strada e tutte le altre non fossero sempre così. Salgono due boliviani con chitarrino e zufolo. La loro musica stridente e pallosissima intrattiene i presenti. Ai limiti della sopportazione, scendo, andrò a piedi. Attraverso la galleria commerciale del "Conjunto Nacional", faccio prima.

Nel gennaio scorso il neo parlamento, appena eletto, cerca di promulgare la sua prima legge. Cerca, nel senso di "tenta". Il clamore popolare si oppone. Oggetto di tanta discussione è l'aumento del novanta per cento dello stipendio, il loro, è chiaro. Si ribella l'opinione pubblica: è una vergogna, la gente muore di fame e loro lì ad aumentarsi lo stipendio, bisogna smetterla, ci vorrebbe uno che mettesse tutti al muro, quando c'era lui, caro lei…

L'enorme statua di cartapesta riciclabile del "catador" che occupava la galleria commerciale del "Conjunto Nacional", non c'è più, l'hanno smontata. Era un omaggio alla figura del "catador", appunto, colui che tira un carretto e girovaga per la città in cerca di rifiuti riciclabili: carta, cartone, ferro, lattine. Sono centinaia. Hanno dedicato loro una enorme statua in piena avenida Paulista. Bisognava fare spazio alla "campanha do agasalho". Ogni anno all'inizio dell'inverno, lo Stato, attraverso la Consorte del governatore (che occupa la carica istituzionale di "primeira dama") lancia una nobile campagna umanitaria di raccolta e distribuzione di "agasalhos". Coperte, maglie, maglioni di lana, giubbotti, pantaloni. Tutto ciò che possa servire a sopportare il rigore del freddo. Si organizzano collette nei quartieri e nei posti di lavoro. Il sabato, giovani volontari passano con i camion, tanta allegria, musica e spirito di abnegazione ad invitare i cittadini a disfarsi del superfluo per aiutare i meno fortunati. Dalle finestre le massaie lanciano quello che hanno trovato nel fondo dell'armadio, qualche maglia bucata, una vecchia coperta. Lo Stato, attraverso la Consorte del governatore, avvisa che non ha i mezzi né per lavare, né per aggiustare, rammendare e ripulire le donazioni. Lo Stato e la Consorte distribuiranno "os agasalhos" alle varie associazioni di beneficenza e le innumerevoli Ong regolarmente iscritte nel programma.

È il giorno dell'inaugurazione di un ospedale. Gilberto, sudaticcio sindaco, in maniche di camicia, taglia il nastro. In maniche di camicia. È una abitudine nostrana, i politici in maniche di camicia significa che lavorano, agiscono, sudano. Un commerciante della zona, solitario, protesta contro la legge "citta pulita". Dice a gran voce che vuole essere risarcito delle perdite subite. Il protocollo è definitivamente infranto. Il povero commerciante viene malmenato e preso a spintoni dal sudaticcio sindaco Gilberto che infuriato urla: come ti permetti, "vagabundo". (Vagabundo, significa fannullone,  sfaccendato, vagabondo).
 
Le alte cariche dello Stato salutano il Papa. Lasciano al parlamento, a Brasilia, l'incarico di continuare le sedute come se niente fosse. Deputati e senatori votano normalmente. La legge viene approvata. Non più novanta per cento. Trenta. Trenta per cento di aumento e basta. Nessun telegiornale ne ha dato notizia. La visita del Santo Padre è troppo importante. Passerà in Papamobile proprio a due passi da casa mia, quasi quasi scendo, pioggia e vento e vado. Non è mica tutti i giorni che ti passa il Papa sotto casa.

È raro, ma poi neanche tanto. Meninos de rua all'avenida Paulista. Quando passano si fa il vuoto intorno. Le signore eleganti si aggrappano alla borsetta, gli uomini d'affari mettono le mani in tasca per controllare portafoglio e telefonino, non si sa mai. Lo scatolone della "campanha do agasalho" è già pieno di indumenti usati che "grazie alla grande sensibilità della popolazione", come ha detto la Consorte, saranno donati ai nostri fratelli poveracci, iscritti nel programma di assistenza delle varie associazioni di beneficenza e le innumerevoli Ong, a loro volta dovutamente regolarizzate. Come la Ong a cui apparteneva il "catador" che era servito da modello per la statua di cartapesta, ora smontata, per lasciare spazio allo scatolone degli indumenti, uffa. Piove, i meninos entrano nella galleria, in mano il sacchetto di colla da sniffare.

Lula, anche se non fosse presidente, avrebbe tutti i numeri per stare a tu per tu con qualunque autorità internazionale, Papa compreso. Il mondo intero conosce la sua incredibile traiettoria di vita.
Dall'aeroporto internazionale, il Santo Padre, in elicottero, si sposta verso il centro della città. Lì, un sudaticcio Gilberto (proprio lui – subentrato alla carica quando l'attuale governatore lasciò il mandato di primo cittadino per concorrere alle elezioni – che tra un paio d'anni verrà dimenticato per sempre) nervoso e orgogliosissimo, dona al Pontefice le chiavi della città. Nella foto, accanto al Papa, la cui effige resterà nei secoli a venire sui muri della basilica di San Paolo Fuori le Mura, il nostro Gilberto, sudaticcio e grassoccio. Vagabundo!

Il sacerdote responsabile della pastorale per "o povo da rua", gli uomini di strada, si trova anche lui sotto la finestra del Papa. Esibisce un lungo striscione in tedesco che il Pontefice non riuscirà a leggere: Santo Padre, aiutaci, gli uomini di strada sono trattati come animali, li hanno espulsi dal centro, non li fanno lavorare, hanno sequestrato i carretti ai "catadores".

I meninos gironzolano, sgattaiolano, entrano nella galleria commerciale. Meninos e scatolone. Meninos e indumenti faccia a faccia. Oggi è un freddo cane. Piove. Meninos in braghette e a piedi nudi. Mani leste, mani sporche, mani lunghe. Un paio di maglioni indossati in tutta fretta. Risate. Galleria commerciale. Avenida Paulista. Arrivano gli avvoltoi. Nere guardie vestite di nero, manganelli neri si abbattono su due meninos de rua infreddoliti, ladri di maglioni usati. Il grande lombardo in ritardo, sceso dall'autobus, di passaggio, si intromette (ormai lo conosciamo, è sempre lui: posto sbagliato, momento sbagliato, reazione impulsiva). Avvoltoi neri manganelli neri insultano e minacciano il lombardo. Vagabundo, urla una guardia, frustrata per non essere riuscita a bastonare il menino ladro di maglioni usati da destinare alla carità. Filho da puta, mormora tra i denti un avvoltoio nero, vestito di nero e dal manganello nero. Dopo un reciproco scambio di edificanti complimenti, la scena sfuma così rapidamente come è cominciata.  (Filho, significa figlio. Puta, puttana).

Esco dal metrò, stanco. Ancora due passi e sono a casa. Sera, imbrunire. Alzo gli occhi: incrocio lo sguardo con gli occhi del Papa che lentamente mi passa davanti. Penso ai meninos del Conjunto Nacional e all'insulto della guardia. Ciao Papa, grazie per essere venuto e torna sempre a trovarci.

In ascensore, un vicino – uno di quelli che tutti gli anni si impegna con entusiasmo nella raccolta di indumenti promossa dalla Consorte – dice: "È mai possibile che un Papa deve bloccare una città intera?". Sto per prenderlo a pugni spintoni e calci. Penso al Papa e dico: buonasera.

È passato un anno esatto dagli attacchi della fazione criminale alle forze di polizia ed alla società civile. Decine di poliziotti assassinati. Più di quattrocento morti tra la popolazione, vittime della vendetta delle forze dell’ordine. Trenta desaparecidos. Civili innocenti prelevati dalle loro case, assassinati e fatti scomparire per sempre. I nove delitti risolti, solamente nove – nessuna vittima civile – esclusivamente poliziotti. Un anno. Un momento.

Che male c'è farsi un giretto sullo yacht di Vincent Bolloré? È mio amico, lo conosco da una vita, mi ha pure finanziato la campagna elettorale! Non rompetemi i coglioni, avrò pure diritto io a farmi un paio di settimane di ferie, no? Risponde il presidente francese appena eletto. E chìssene se 'sto Bolloré è un super milionario, e chèmmene se dicono che, forse, la promiscuità tra il grande capitale e la presidenza della repubblica è incompatibile con la sobrietà che la medesima presidenza esige, e chèttene se la dignità in questione non viene neanche presa in considerazione. È tutta una questione di marcheting, di immagine, apparire efficienti, in manche di camicia, magari sudaticci ma fotogenici. Ha imparato da me, dice il berlusca. Trapianto di capelli e bandana, yacht e milionari. E poi, ma a noi, alla fine, chèccene?