Natale all'”inferno”

In questi giorni il mio animo è in subbuglio.
Imprigionato tra sbarre.
Avvilito dal ricordo di teste rasate rivolte al suolo e braccia dietro la schiena.
Tristezza e un senso di morte mi si ripresentano.
La vita mi sembra di un altro colore, in contrasto con le feste di fine anno.  Perché mi sento così?  
Tutto ha avuto inizio la vigilia di Natale, quando sono entrato nella prigione minorile di Rio de Janeiro, per la celebrazione della messa. Da allora  è come se il mio animo fosse rimasto dietro le sbarre, assieme a quei giovani, ferito e umiliato assieme a loro.
Mi sono posto come ogni anno, la stessa domanda che i credenti si fanno, "dove può nascere oggi il figlio di Dio?". Lo celebriamo tra pranzi e feste di famiglia. Qui a Rio, con i fiumi di birra che accompagnano ogni festa e il caldo di questa estate. Non sono mai riuscito a rispondere in modo convincente. Ho sempre avuto la sensazione che Dio nasca fuori della nostra cerchia, oltre. Dove nessuno immagina o lo sta attendendo. Sempre imprevedibile e diverso per ciascuno. Forse questa è la sconvolgente bellezza di un Dio che continuamente ci spiazza.
Per me quest’anno Gesù è nato all’"inferno"

I.P.S. (istituto Padre Severino)

Ho accolto l’invito di Roberto, educatore della Associazione Amar, di accompagnarlo nella celebrazione del Natale all’I.P.S., casa di passaggio per minori che hanno infranto la legge, comunemente chiamata l’"inferno". Da tempo Roberto mi invita a conoscere questa realtà dove lui va regolarmente, una volta alla settimana, per il progetto della diocesi di Rio di assistenza religiosa ai giovani in carcere.
L’istituto Padre Severino è un centro di "smistamento" dove gli adolescenti che hanno infranto la legge compiono quella che viene chiamata "misura socio educativa provvisoria", ma praticamente è la privazione della libertà che in teoria dovrebbe essere per un massimo di 45 giorni. Dopo questo periodo i minorenni dovrebbero essere indirizzati ai luoghi educativi a seconda del reato commesso. Questo centro è sotto la responsabilità del DEGASE ( dipartimento generale azioni socio educative) gestito dalla Polizia. Nell’ intenzione originaria questa istituzione dovrebbe aiutare il giovane infrattore della legge a reintegrarsi nella società come buon cittadino. Di questo Istituto ne avevo sentito parlare mille volte in tutti gli incontri in cui si parla di diritti dei minori come un luogo in cui vengono continuamente violati i diritti umani e come una scuola del crimine.
Nel 2004 un giudice aveva autorizzato alcuni genitori della classe ricca di Rio a far visitare questo "inferno" ai loro figli che si stavano incamminando sulla "cattiva strada" come deterrente perché non arrivassero a compiere azioni punibili dalla legge. "Questo è il luogo dove finirete se infrangerete la legge" venne detto loro. I ragazzi ne uscirono pieni di orrore.

Perquisizione intima

Quando sono arrivato, Roberto era già dentro per preparare la messa. E’ venuto al portone e mi ha fatto entrare. Nessuna guardia mi ha fatto domande, né perquisito. Avevo paura che mi palpassero dappertutto, che trovassero qualcosa di sbagliato. So che alle donne che vanno a visitare i propri familiari viene fatta una perquisizione intima. Devono spogliarsi,  accovacciarsi e saltare per far cadere eventuali oggetti nascosti nelle parti intime. Una cosa assurda. Roberto, alcuni giorni prima,  mi aveva mostrato le cartoline da inviare ai deputati per protestare contro questo tipo di perquisizione umiliante che è di prassi in tutte le carceri del Brasile.

La paura di una ribellione

Dopo aver passato vari cancelli, sono giunto nel capannone dove si sarebbe celebrata  la messa. Non sono entrato molte volte in carcere e dentro di me avevo paura. Le immagini televisive delle ribellioni continue nelle carceri brasiliane, con persone tenute in ostaggio, popolavano la mia mente. Pensavo: "E se adesso si ribellano e mi prendono come ostaggio, come reagisco?". Subire violenza è una cosa che  mi fa impazzire, non resisterei. Poi mi sono tranquillizzato, mi sono detto che sono in mezzo ad amici e c’è anche il prete che fa assistenza religiosa.

L’arrivo dei "pericolosi banditi"

Il capannone ha il tetto di lamiere e il suolo asfaltato. Odore di vecchio e di sporco.  Le guardie che si aggirano sono circa 15, omoni robusti, vestiti senza divisa, quasi trascurati. Quello che mi sembra il più cattivo indossa guanti con il pugno di ferro. Alle pareti disegni natalizi, quelli prestampati, che bisogna solo colorare. Firmati " "Jefferson 376" "Matheus 720" "210"..nomi e numero. Qui i ragazzi sono solo un numero, quello di entrata. Succede pure che in forma dispregiativa vengano chiamati  con il numero del codice penale che hanno infranto: 155 (furto), 157 (assalto a mano armata), 121 (omicidio).


Ad un ordine delle guardie, arrivano i "terribili minori", in gruppetti a seconda dell’ubicazione delle celle. Si siedono per terra davanti all’altare in file verticali, appiccicati uno dietro l’altro. Testa bassa e rasata, mani dietro la schiena. Pantaloncini consumati azzurri, maglietta bianca con scritto I.P.S. Ciabattine nere. Alla fine ho davanti a me circa 130 minori.

Quando chiedono qualcosa o parlano devono rispondere " Si Signore"
Al centro, una fila di circa 8 ragazzini: sono i più piccoli. Chiedo loro l’età: hanno 12 anni. Quello all’inizio della fila, che sembra il più piccolino,  piange durante la messa, gioca con lo sporco per terra, forse con le formiche e con il proprio sputo.  Dalle statistiche che ho letto in varie relazioni ricordo che quasi l’80% di questi minori è qui a causa di  furti o rapine (mano armata), un 10% per uso di droga.  Meno dell’1% è qui per omicidio. Li guardo in faccia, il colore della pelle è per il 5%  bianca, i restanti sono mulatti e neri.

Il giudice amico dei minori

Presente alla messa c’è il giudice che da anni difende i minori e collabora anche con l’associazione Amar. Adesso è passato di grado e non è più giudice dei minori, però si fa presente a tutte le manifestazioni sui diritti dei minori e sta portando avanti iniziative a titolo personale. Saluta i ragazzi e tutti vorrebbero parlargli, ma in questa circostanza non è possibile. Lui mi dice: «vedi ? questa è la vera chiesa, qui è il vero Natale».
Io sto zitto e  ascolto.

La Predica.

Il prete che celebra la messa è un giovane conosciuto da molti perchè vive in favela e lui conosce tutti i banditi, va nei luoghi dove si vende la droga e parla di fede. Sta fondando un ordine religioso per il recupero dei giovani che hanno commesso crimini. Tutti lo rispettano. E’ vestito con la tonaca nera e ha al seguito 4 giovani con un saio marrone scuro.  
La messa è quella del foglietto, ma lui la rende solenne cantando tutto il cantabile. Non adatta la messa al luogo, né alla persona, è la stessa messa che si celebra in qualsiasi parrocchia. La predica non è nulla di spettacolare. Solo parole forti e chiare. Chiede : «Quanti di voi hanno fatto cose sbagliate e vogliono migliorare la loro vita?» Tutti alzano la mano. «Dio aspetta il nostro cambiamento. L’amore di Dio è maggiore di tutte le difficoltà e di tutto il male. La fede salva. Permettete alla luce di entrare nel vostro cuore e vincere le tenebre. La vita a partire da oggi sarà differente».
La messa è animata da canti che i ragazzi accompagnano e alla fine sempre battono le mani. Tre ragazzi fanno la comunione. Prima, Roberto li aveva istruiti a rispondere "corpo di Cristo" quando l’avrebbero ricevuta.
A quelli che hanno fatto la comunione e hanno letto con molta difficoltà le letture, Roberto regala un minuscolo Gesù bambino di plastica scatenando il desiderio di tutti, che si rivolgono a me e mi pregano di intercedere per averlo anche loro. Mi sembrano tutti dei bambinetti che mi implorano. Dove non si può niente, la più piccola cosa fa la differenza.

Il pranzo.

Sempre in fila, mano sulla spalla dell’altro a gruppi, a mezzogiorno si spostano nel refettorio. Due tavoli lunghi di cemento e anche le  panchine, tutto in cemento, così non si può usare nulla per far del male. Il braccio destro sopra la tavola e la spalla sinistra dietro al braccio destro del compagno che hanno alla loro  sinistra:  praticamente sono incastrati tra di loro. Davanti, un piatto di alluminio con cibo già preparato, un cucchiaio e un bicchiere di plastica,  un’arancia. Ogni 4 o 5 una spugna per pulire il tavolo. Solo 15 minuti per mangiare in assoluto silenzio.
A un certo punto uno dei secondini urla "braccioooo". Tutti allora abbassano la testa sul tavolo e mettono la mano sinistra sulla loro spalla sinistra. Passa un ragazzo con il dentifricio e ne schizza un po’ sul dorso della mano di ognuno : in cella si laveranno i denti. Dopo questa operazione i ragazzi mettono la mano sinistra con il dentifricio sotto al tavolo, il braccio destro sopra la tavola e ci appoggiano la testa. Poi si inizia a uscire dal refettorio. Le guardie chiamano «Tutti i numeri 7» ed ecco che escono quelli che hanno il numero che comincia per sette. «Tutti i numeri 5», e così via. Le mani sempre dietro la schiena. Prima di uscire tutti alzano la maglia per fare vedere che non hanno nascosto il cucchiaio di plastica azzurra.

Bibita ben gelata

Quando escono dal refettorio in fila, io e altri due volontari ci mettiamo prima dell’entrata delle celle e distribuiamo un bicchiere di bibita fresca.
I ragazzi a testa bassa ringraziano e augurano buon natale, poi corrono in cella. Io li guardo in faccia. Nei miei confronti hanno lo stesso sguardo di assoluta sottomissione che hanno verso le guardie. Quegli stessi ragazzi che in favela o in strada  sarebbero dei leader, giocosi o violenti, che farebbero successo con le ragazzine, adesso sono tutti sotto lo stesso giogo e con me si devono comportare come con tutti i "superiori".


"La gabbia delle bestie feroci".

Sono avanzate delle bottiglie di bibita e ci viene permesso di consegnarle agli stessi ragazzi, già in cella. Le  consegno attraverso la porta e vedo l’interno delle celle: letti a castello di cemento, non ci sono materassi, qualche coperta, il pavimento bagnato, odore di vecchio e sporco, sò che all’angolo c’è un buco per i propri bisogni, la puzza si fa sentire, di lato una doccia. Vedo gli stessi ragazzi, prima zitti e a testa bassa, saltare e urlare come scimmie in gabbia. Questo è il loro spazio, quello con le loro regole. Fuori dalla cella sono le guardie a dettare il comportamento a suon di botte.  «In gabbia puoi anche ammazzarti, fuori obbedisci a noi. Non ci devi creare problemi di ordine» viene detto loro.
Questa la regola educativa: «se stai zitto e buono non ti succede nulla».


Educare al rispetto dell’altro e delle regole sociali.

Questo Istituto dovrebbe servire per aiutare un ragazzo ad elaborare il proprio errore (l’infrazione della legge, se c’è stata), per capire il dolore, la sofferenza che ha provocato. Ma questo luogo che dovrebbe fornire gli strumenti per cambiare vita (se sia possibile) diventa il luogo della punizione, della condanna eterna, un "inferno".
Il luogo dove si dovrebbe recuperare l’umanità di un adolescente, nella maggioranza dei casi diventa il luogo dove la si perde definitivamente. Il compito di recuperare un "piccolo bandito" è affidato ai carcerieri, altrettanto poveri in umanità come i propri carcerati. I ragazzi dicono: «Aqui somos muitos esculachados (qui siamo molto maltrattati). Nos somos Lixo, feito bicho ( siamo trattati come immondizia, come degli animali)».
I ragazzi  escono da questi posti con tanta rabbia, sete di vendetta, voglia di restituire la bestialità subita. Un altro girone di quel circolo vizioso che ha come destino finale la morte.
Più di qualche giovane ha detto: «So che ci ritornerò».  
Qui si percepisce che la società non ha nessun interesse e neanche voglia di "recuperare" questi minori.
«Per me potrebbero anche morire, meglio se si ammazzano tra di loro». Questa frase l’ho sentita tante volte detta sottovoce, tanti lo pensano. Non si educa al rispetto dell’altro maltrattando. Maltrattare vuol dire solo restituire il male. Hanno ragione a definire questo luogo l’ "inferno".
Ho pensato che quello che noi chiamiamo ‘inferno’ non è una creazione di Dio per punire gli uomini malvagi. L’inferno è una creazione degli uomini. Per Dio c’è solo la vita. Sono gli uomini che hanno creato luoghi di sofferenza che assomigliano al dolore che portano dentro e alla sete di vendetta per il male subito. Tu hai fatto male a me e io lo faccio a te moltiplicandolo. Dio ha creato la vita bella, fa piovere sui buoni e sui cattivi.  Chi la rende brutta è l’uomo. L’uomo crea la morte dentro e attorno di sè e replica il dolore: lo riproduce e lo infligge.
Il tempo che un minore passa all’IPS, anche se breve,  è un percorso di annullamento, di vuoto, di violenza, di sopravvivenza animale, di violenza anche sessuale. Bravo chi ne esce vivo, senza più nulla da perdere, assetato di vendetta, ma vivo.

Nella  società della "gente per bene".

Esco dal carcere.  L’inferno che ho visto va contro i diritti umani ma anche  contro la legge brasiliana che  nello Statuto dei diritti dei minori afferma la dignità e il rispetto per bambini e adolescenti in quanto soggetti di diritto e persone in una situazione di crescita. Dentro sento il mio cuore piangere. Ho la sensazione di essere stato dentro un film, dove ci sono attori che recitano. Il buono e il cattivo. I carcerieri che diventano aguzzini e i bambini che diventano animali.  
Non può essere vero.
Ma la sofferenza è reale e allora mi dico che questa gente non sa cosa sta facendo. Tutti sono moltiplicatori del male e non sanno quello che fanno o che hanno fatto. Nè il ragazzino che ruba o ammazza, nè l’aguzzino che deve controllare che non scappino e per questo li deve trattare come bestie.
Baby-banditi e maturi carcerieri. Stare da un lato o dall’ altro dipende dalle possibilità concrete che la vita ha offerto, non è una scelta, né quella del bandito, né quella del carceriere, se fosse una scelta dovrebbero essere considerati come malati mentali. Tutti giustificano il loro ruolo con la necessità di mangiare: il bambino ruba per mangiare, l’aguzzino mantiene l’ordine per sfamare la sua famiglia. Nessuno se potesse starebbe in questo posto, ma nessuno lo lascia. Mi ripeto :"Perdonaci perchè non sappiamo cosa stiamo facendo".



Libertà, cosa sei?

Fuori all’aria aperta respiro a pieni polmoni.
Una sensazione di libertà , ma non solo quella che dipende dal fatto di non essere in carcere, di dover abbassare la testa e dire "Si,Signore", ma quella di poter scegliere di non fare il male, di avere dentro la forza per non riprodurre la violenza.
Ma non è tutto. C’è anche un dolore profondo. Non posso aver visitato l’"inferno" ed essere quello di prima.  I.P.S. è un prodotto della nostra società. Quell’inferno è dentro di me. Accettare o giustificare questo "inferno" sarebbe la perversione del cuore, l’anticamera della morte, la negazione pratica della fede.

Mauro.