O Sol Nascerá

Dedicato al mio amico Chaim, dalle dite gialle di nicotina, grande bevitore, fervoroso amante di belle donne e nottate di poker. Polacco, ebreo, sfuggito alla deportazione, sopravvissuto, emigrato miserabile in Brasile e che quando mi raccontava la sua storia piangeva.  

A sorrir
Eu pretendo levar a vida
Pois chorando
Eu vi a mocidade perdida.
Finda a tempestade
O sol nascerá
Finda esta saudade
Hei de ter outro alguém para amar.
A sorrir
Eu pretendo levar a vida
Pois chorando
Eu vi a mocidade perdida.

Sorridendo
Io voglio continuare a vivere
Perché nel pianto
Ho visto la gioventù perduta.
Terminata la tempesta
Il sole nascerà
Terminata questa nostalgia
Avrò sempre un’altra persona da amare.
Sorridendo
Io voglio continuare a vivere
Perché nel pianto
Ho visto la gioventù perduta.
(Agenor de Oliveira)

Sono parole sante, scritte e cantate da uno dei più grandi sambisti della Storia. Fondatore della scuola di samba Estação Primeira de Mangueira, compositore finissimo, riuscì a registrare il suo primo disco all’età di 65 anni quando era già una leggenda vivente della musica brasiliana. Nacque nel 1908 e morì nel 1980. Visse la vita come una avventura e ci regalò una manciata canzoni, veri e propri inni alla fatica e alla gioia di vivere. Si chiama Agenor de Oliveira, lo conosciamo tutti col nome di Cartola.
E meno male che esiste Cartola. La poesia della sua musica la semplicità dei suoi samba cantati da intere generazioni mi riconciliano con il mondo, con la vita, con me stesso. Anch’io come lui voglio continuare a vivere sorridendo. Per lo meno vorrei esserne capace. Giuro che ci provo.
Ho pensato e ripensato sul come scrivere ciò che segue. Col solito metodo del racconto di una ennesima avventura del Grande Lombardo? Con lo stratagemma del dialogo ironico tra due amici?
I vari tentativi non hanno dato frutto, non ne sono stato capace. E probabilmente non ne sarò capace nemmeno adesso. È una storia tenebrosa. Una storia di terrore, sangue, orrore. Chiedo scusa se non saprò rendere i miei sentimenti e neppure se non riuscirò a descrivere eventi, personaggi e situazioni.

Questa foto è famosissima e con un po’ di pazienza la si trova facilmente in internet. È il quartiere Morumbì. Ville principesce e palazzi da sultani convivono muro a muro con favelas senza fine. Il nome Morumbì, deriva dall’espressione indigena Mará Obí, battaglia sotterranea, battaglia nascosta, guerra silenziosa. Oggi, niente più è silenzionso al Morumbì: strade trafficate, shopping center, lo stadio dei centomila, la sede del governo dello Stato… e non esiste al mondo urlo così feroce come quello espresso da questa foto.
Rabbia, rabbia e ancora rabbia.
Mia figlia quando mi vedeva stanco o preoccupato inventava barzellette bislacche e rideva da sola perché ridessi con lei, per allontanare la mia tristezza. Quando imparava ad andare in bicicletta e ogni tanto cadeva, si rialzava in silenzio e, con la bocca a mestolo, trattenendo in qualche modo il pianto, si rimetteva ai pedali. Quando le giuravo che gli orchi delle favole non esistono. Sono immagini che porto sempre con me, come le canzoni di Cartola che con la loro melodia mi salvano dalla mia rabbia, dallo sgomento, dal mio sconforto, dalla mia paura e dalle mani che mi tremano e dal silenzio vigliacco che si impadronisce di tutto il mio essere dandomi un aspetto ebete, catatonico, incapace di reagire.
Entrare in quel palazzo (a dir la verità, non proprio quello della foto ma uno uguale, lì di fianco) è più difficile di entrare alla Casa Bianca, in portineria mi fotografano e mi chiedono i documenti, annotano la targa della macchina. Guardie armate senza occhi e senza sorriso proteggono la proprietà privata inviolabile. Senza occhi perché nascosti da lenti nere, senza sorriso perché chi ne ha voglia di sorridere?
Mi chiamano, vado. Storie di malattie e sofferenze, ma anche di riabilitazione e allegria. In tanti anni di lavoro ho conosciuto il mondo attraverso l’intimità fisica con i pazienti, il contatto con membri amputati, gambe paralizzate, tubi d’ossigeno, letti di agonia, timidi passi insicuri, movimenti lenti ma decisi, gradini saliti senza appoggiarsi allo scorrimano, tremori controllati, movimenti riacquistati, sensibilità superficiali e profonde che ritornano… ma anche piaghe e catarro, lacrime e morte. È il mio lavoro, vado.
Salgo ai piani alti. L’odore acre di disinfettante satura l’ambiente, ne fa parte come un dogma di fede. Un signore vecchissimo deformato da ulcere aperte su tutto il corpo. La sofferenza impone rispetto. Un tumore sta dilaniando la vita di quest’uomo ricchissimo. Alle piaghe ci è abituato, fanno parte di lui come il pus che impregna il cuscino. Si alza, cammina a stento. Il corpo è puro appendice delle ferite e della pelle a squame. È, ancora oggi, più alto di me. Non vuole che l’aiuti, cammina da solo. Non mi piace che si occupino di me, io mi sono fatto da solo e da solo ho continuato fino ad oggi.
Per me va bene, ognuno vive come gli pare. Educatamente gli ricordo che mi ha chiamato lui, ed è per questo, unicamente per questo che oggi sono lì.
Ci pensa un po’ su. Tra lembi di carne viva, abbozza un sorriso. Cominciamo a parlare del più e del meno, prima di iniziare a lavorare insieme mi vuole conoscere. Le solite domande, di dove sei, da quanto tempo sei qui, quanti anni hai, dove hai studiato. Domanda a raffica come a certificarsi di qualcosa o come se mi stesse interrogando. L’esperienza mi ha fornito tatto sufficiente per capire che la sofferenza fisica si trasforma spesso in sofferenza interiore, il dolore del corpo in malessere esistenziale. Mi può fare tutte le domande che vuole, nel modo che vuole.
Dopo qualche giorno un lieve conforto prende il sopravvento sui dolori. Il paziente risponde al trattamento in modo soddisfacente. Ma alla tregua del corpo corrisponde la guerra dell’anima. Come a tutte le persone anziane anche a lui piace raccontare. Ogni tanto confonde tempi e luoghi. Mi domanda in che reparto fossi durante la guerra. Il divario del tempo viene oltrepassato con facilità, a quell’età un anno ne vale dieci. Non riesce a credere che quando venni al mondo la guerra era già finita da diciassette anni e che io non ho fatto nemmeno il servizio militare. La guerra.
Avrei potuto cambiare discorso, avrei potuto parlare di calcio, di macchine, di donne. Ora non starei qui a scrivere né a cercare un nesso forzato tra mia figlia piccola, Cartola, la fotografia del Morumbì e questo signore vecchissimo che parla di guerra. Avrei potuto parlare di calcio, donne e motori. Ho preferito lasciar perdere. La guerra.
Anch’io ho fatto la guerra, dice come se fossimo vecchi commilitoni, ma non al fronte. L’ho fatta qui, in Brasile. Una conclusione affrettata mi fa pensare che abbia lavorato al ministero, in qualche ufficio di appoggio logistico ai soldati brasiliani che combattevano insieme alle truppe alleate in territorio italiano. È lui che si anticipa alla mia curiosità. Io ero una spia. Una spia tedesca… ; nota il mio smarrimento, indica la finestra, come se mi invitasse a guardare fuori.
Il suo racconto non segue l’ordine cronologico degli eventi; storia personale e storia ufficiale si confondono in un tutt’uno, a prima vista caotico poi via via sempre più crudo, vero, duro come solo le parole sanno esserlo. Inviava informazioni al Reich sulle rotte di navi in arrivo e in partenza dai porti brasiliani attraverso apparecchi di trasmissione che seguivano una lunga e complicata rete di radio clandestine presente in tutto il territorio. Capto ogni parola, ogni sillaba, ogni sospiro, ogni rantolo di quest’uomo ridotto a teschio parlante. Dalla bocca-ulcera escono rivelazioni di un odio antico e mai dimenticato, sempre corroborato dalla realtà attuale, confermato nei fatti: guarda e dimmi cosa vedi dalla finestra.
 La sua discendenza tedesca, legittimava l’uomo teschio alla sua presa di posizione e, secondo lui, alla sua attività di spia. Il mio silenzio vigliacco, intimorito dalla malattia, dalla sofferenza di un vecchio, sembra dargli animo sembra rinvigorirgli le forze. Dalla finestra sempre chiusa anche coi trenta gradi tropicali, indica la miseria sottostante. Lo vedi il perché? Lo capisci? Guarda che razza di animali, guarda come vivono, bastardi, vagabondi, approfittatori, bestie.
Gli insulti razziali animano il teschio morto-vivo, che più ne dice, più si compiace.
Per me andrebbe bene così. Avrei già ricevuto la mia dose quotidiana. Arrivederci e grazie. Mi sarei confrontato faccia a faccia con la mia pusillanimità, mi sarei riscoperto mentecatto quanto basta. Arrivederci e grazie. Gli vorrei dire di smetterla, di tornare a letto, di fare silenzio. Invece muto, attonito, zitto, ebete, vigliacco io. Neanche arrivederi e grazie: muto, attonito, zitto, ebete, vigliacco io, incapace di sbozzare un gesto, un colpo di tosse liberatorio. Niente.
Le confidenze proseguono e con esse una intimità che l’uomo-teschio usa come se mi stesse insegnando a stare al mondo, come un vecchio nonno saggio che prende per mano il nipotino per insegnargli i segreti della vita: i miei camerieri, guardali bene in faccia… è mai possibile che con tutti i soldi che ho, con il potere che ho non riesca a farmi servire da uno come noi, uguale a noi? È possibile che io debba sopportare il sorriso viscido di questa gente orribile che se ne approfitta e mi ruba dietro le spalle?
Vorrei che fosse tutto falso, mi piacerebbe che il delirio della demenza senile avesse devastato il suo cervello-secrezione e che ciò che dice sia frutto di visioni e deliri. No, il suo non è un delirio di un vecchio ammalato, è l’impostazione di tutta una vita, il muro di cinta alla cui costruzione ha collaborato da quando è nato. Quelli come noi e il resto, la scoria.
Apre l’armadio. Apre il cassetto. Apre una cartella. Appoggia vecchie carte sul tavolo. Cerca qualcosa. Una foto. Me la porge. La prendo. Un uomo in divisa. Quell’uomo. Quella divisa.Vorrei tagliarmi la mano, vorrei essere castigato, vorrei che non fosse vero, vorrei tornare indietro nel tempo ad una decina d’anni fa, quando insegnavo a mia figlia ad andare in bicicletta o all’estate scorsa, quando facevamo il bagno nella cascata. Vorrei tornare a Belém, a Salvador. Vorrei non sapere. La dedica è in tedesco. Ci sarà scritto qualcosa come “al mio grande amico”, “con affetto e stima”, “Deutschland Über Alles”. L’uomo della foto, in divisa, quella divisa, quell’uomo. L’autografo, bastano le iniziali: A.H.

Non tornerò mai più a curare le ferite di un teschio morto-vivo e vedere dalla finestra l’esistenza dell’oggetto del suo odio, e guardare lui che lo contempla per caricare ancora di più la sua rabbia che gli dà la forza per confermare le idee sulle quali ha fondato la sua vita: “animali, vagabondi, miserabili”. Non tornerò mai più.
A sorrir eu pretendo levar a vida… O sol nascerá… Scusa figlia mia, mi sono sbagliato, avevi ragione tu, gli orchi ci sono ancora…  adesso ridi, ridi forte… raccontami le tue barzellette, abbracciami, caricami sulla bicicletta e portami a casa.