Orchestre, computer e Protettori

Plagio, manipolazione, uso strumentale. Si dovrebbe consultare il dizionario dei sinonimi per trovare altri aggettivi che descrivano la situazione. Il fatto è che si è utilizzata una ottima idea per altri scopi, si è proseguito con la manipolazione della buona fede ed infine, per concludere il tutto, ci si è nascosti dietro il lavoro serio di gente per bene per conseguire i propri fini (loschi?).

La favela è parte integrante della realtà urbana, in tutto il paese vi ci abitano milioni di persone. Una città nella città, molto spesso non più ai margini ma perfettamente integrata alla vita produttiva e culturale del municipio. Basta pensare, ad esempio, a quanto influiscano le scuole di samba nell’immaginario collettivo e nella pratica del lavoro quotidiano. Non si può più considerare la favela solamente in termini di emarginazione, soprattutto quando raggiunge dimensioni tali da ospitare, cinquanta, centomila persone. Non si tratta quindi di comunità isolate dal contesto sociale: sono loro il contesto! Fino a una ventina d’anni fa, quando si parlava di favela, si pensava subito alla rimozione dei suoi abitanti. Si costruivano dal niente enormi complessi residenziali popolari dove venivano trasferite, in modo più o meno obbligatorio migliaia di famiglie. Erano allontanate da quell’ambiente in cui vivevano da anni, e al quale erano legate da vincoli specifici come, ad esempio, la vicinanza al luogo di lavoro o il lavoro stesso: è comune che sulla porta della casupola si organizzi un piccolo negozietto, un bar, perfino un esercizio come il parrucchiere o il sarto. In pochi mesi i nuovi quartieri periferici, costruiti per l’occasione, si trasformavano in nuovi ghetti, cento volte peggiori delle favelas di baracche che autoritariamente volevano sostituire.
Oggi invece, vista la mole di gente e di problemi connessi, nessuno più si azzarda a parlare di rimozione, trasferimento, anzi, i programmi sociali dei vari governi puntano alla urbanizzazione della favela: trasformarla in un quartiere a tutti gli effetti. Fornirla dei servizi pubblici: asfalto, acqua, luce, gas, scuole, pronto soccorso, linee di autobus, agenzie delle poste, banche.
Spesso chi viene a visistarci visita storce il naso. Le aspettative di trovarsi davanti a enormi distese di baracche di cartone vengono deluse dalla presenza di veri quartieri, poveri sì, ma non molto diversi da qualunque periferia povera, primo mondo compreso.  
A Rio e San Paolo esistono favelas che fanno ormai parte del circuito turistico internazionale. E non importa la presenza massiccia del traffico di droga. Questo lo si può trovare anche in piena Avenida Paulista. E come l’Avenida Paulista la nostra favela più famosa possiede tutto quello che la città può offrire: corsi di danza, lingua inglese, informatica. Perfino una bellissima e importante orchestra sinfonica, con sede propria e diretta da un maestro di fama internazionale. Ottimo. Lungi da me ogni critica. La gente, chiunque e dovunque sia, ha il sacrosanto diritto al tempo libero, alla cultura, all’arte, non importa se al Teatro Municipal o alla favela.
La cosa cambia sostanzialmente quando si percepisce che sono poche le iniziative nate dai reali desideri della gente e che in verità esse vengono pianificate e realizzate altrove per poi, successivamente, essere esportate alla favela con la finalità di…. E qui mi fermo perché mi accorgo di non essere capace a dire come si deve quello che ho in mente. Non vorrei essere frainteso, non vorrei che si dicesse che io disprezzo la povera gente che ha il diritto di divertirsi…; non vorrei che si dicesse che disprezzo ogni iniziativa venuta da fuori e che ha la finalità di aiutare a sviluppare il senso civico ecc ecc (per non parlare degli interventi caritatevoli delle pie donne della parrocchietta che portano vestiti usati e giocattoli semi rotti ai bambini poveri). E qui mi fermo. Anzi, no.

Un lavoro svolto all’interno di una favela – una favela piccola piccola, dimenticata da Dio e dagli uomini, ferma nel tempo, sottosviluppata, senza luce elettrica diretta né fogne e neppure una misera orchestrina di pifferi, con tante baracche di legno e cartone – da un gruppo di mamme volontarie di bambini disabili con l’aiuto di una equipe tecnica invitata a lavorare sul campo, e chiamata apposta, in alcuni anni è riuscito a interferire sulla realtà locale, mobilitantando le attenzioni e l’intervento delle istituzioni del quartiere e del municipio. L’equipe tecnica apparteneva ad una importante struttura privata che, in convenzione con il comune, lavora nel campo della riabilitazione.
Il nostro paese purtroppo vive un momento in cui la corruzione e il malcostume politico hanno imbevuto il vivere civile contaminandone le sue dinamiche, i suoi rapporti intimi.
Il successo del lavoro delle mamme volontarie, attraverso la collaborazione dell’equipe tecnica, chiamò l’attenzione dei grandi protettori dell’importante struttura privata a cui essa aparteneva. Quando parlo di “grandi protettori” alludo proprio a quelli lì, i dirigenti politici comunali, deputati, consiglieri municipali o candidati a cariche pubbliche di ogni tipo, sottosegretari e portaborse, che in combutta con i detentori dei fondi determinano le azioni di tutta la catena di lavoro: dai dirigenti, ai tecnici, dai collaboratori alla semplice mano d’opera non qualificata, arrivando via via fino alle inconsapevoli e ignare mamme volontarie. Attenzione: un piao di righe fa ho detto “i dirigenti politici in combutta…”. Chi ha vissuto e lavorato nelle strutture pubbliche della Roma degli anni ottanta, sa di cosa parlo. Intrallazzi, influenze, boicottaggio degli uni e favoreggiamento degli altri, ritardo di pagamenti, sospensione unilaterale di contratti, ricatti professionali, concorsi manipolati ecc, ecc. Al di là degli anni e dell’oceano, la storia si ripete. Ecco dunque che nella più importante (per la sua dimensione) favela della città (quella dell’orchestra sinfonica) (e che oltre all’orchestra ospita le attività di decine e decine di Ong nazionali e straniere, con un giro di finanziamenti interni ed esterni di milioni di dollari) (visitata da turisti stranieri) (esempio di organizzazione popolare) (nella quale imprenditori nostrani investono in “progetti sociali” che poi vincono importanti premi internazionali di pubblica benemerenza) (potrei citarne nome e cognome) (poi però si direbbe che non mi piace niente, che critico tutto, che parlo male di chi lavora bene e per il bene degli altri), quella stessa equipe tecnica viene mandata per ordine diretto del “protettore” a costruire dal nulla un “progetto” tale e quale quello nato tanti anni prima in una favela piccola piccola e sottosviluppata, dai bisogni delle mamme volontarie.
Passo indietro. Le mamme volontarie ci misero anni per capire quali fossero le reali necessità dei loro figli disabili, ci misero anni per capire che il vero diritto era, ed è, il diritto ai diritti, il diritto alla conoscenza del tuo ruolo da cui nasce il diritto di rivendicare, a cui fa riscontro il dovere di partecipare. Ripeto, ci misero anni: un percorso lungo, fruttoso sí, ma lungo e penoso. Benissimo. Con il trasferimento dell’equipe tecnica nessuno toglie loro le conoscenze aquisite, le capacità conquistate, i benefici consolidati, per cui non ho niente da ridire. Si tratterà di continuare da sole, senza equipe, va bene, ma con tanta voglia di non perdere ciò che si è conquistato.
Quando l’equipe tecnica arrivò alla favela famosa e importante – forse sarebbe meglio dire: quando sorse, si materializzò, apparve…- la gente, gli abitanti, così abituati alla presenza di innumerevoli progetti e Ong, non se ne interessò minimamente. In poco tempo il lavoro – che l’equipe tecnica voleva simile a quello delle mamme volontarie – si riassumeva a stilare lunghi elenchi di chi avrebbe ricevuto la seggiola a rotelle o le scarpe ortopediche donate dal Protettore. I professionisti che formavano l’equipe tecnica, oltre ad essere persone serie, erano, e continuano ad essere, preparatissimi per il lavoro sul campo, sia clinico che organizzativo. Il Protettore non voleva  saperne neanche lontanamente del “diritto ai diritti”, del “diritto alla conoscenza del tuo ruolo da cui nasce il diritto di rivendicare e a cui fa riscontro il dovere di partecipare”. Il Protettore vuole distribuire seggiole a rotelle ai paralitici e scarpe ortopediche agli storpi. Voleva, e vuole tutt’oggi, che il suo nome sia così famoso come quello di colui che si è “inventato” l’orchestra sinfonica per i poveracci. E il Protettore è signore e padrone anche del posto di lavoro di persone serie e professionisti preparati a cui, per non umiliarsi ulteriormente, non rimane che chiedere trasferimento ad altre funzioni, perché a partire da oggi le liste da stilare per benino sono tre: seggiola a rotelle, scarpe ortopediche e … cesta basica ché si deve pur mangiare!
E che adesso non mi si rimproveri di pessimismo, disfattismo o, addirittura, di essermi inventato storie. Anche in questo caso potrei dare nome cognome e indirizzo di tutti i coinvolti.
Vent’anni fa si pensava alla rimozione dalla favela, si trasferiva la gente nei centri di abitazioni popolari a trenta chilometri di distanza e costruiti con materiali di seconda categoria da imprese che appartenevano al sindaco o al governatore di turno. Oggi invece le istituzioni, le Ong, vanno in favela con orchestra, seggiole a rotelle e computer. La gente è felice, può finalmente usufruire di tutto quello che la città offre: cultura, tecnologia, servizi sociali.
La gente è contenta, il Protettore pure. Baciolemani.