Per lo meno adesso

L’inferno esiste, tutti i demoni sono qui (Shakespeare – La Tempesta).

Di nuovo, ancora una volta, ci risiamo.
Un assalto: la madre non riesce a slacciare la cintura di sicurezza del bambino che rimane appeso fuori dalla portiera. I ladri partono a tutta velocità trascinando il povero piccolo. Il corpo del bambino viene ritrovato sette chilometri dopo ancora appeso alla macchina, sfigurato, dilaniato. La violenza e la brutalità dei fatti di cronaca di questi giorni sembrano impregnare la nostra società, il nostro vivere insieme fin dentro i concetti fondamentali, la sacralità della vita.
Ricomiciano le sterili analisi su come è possibile che una città, una società, un popolo, un paese intero arrivino a questo punto, calarsi nel bartatro della barbarie e far finta che tutto vada bene.
Alle critiche giuste (ma facili a farsi) rispondiamo col nostro desiderio. Sì: desiderio e basta. Non desiderio di qualcosa. Desiderio allo stato puro: l’essenza della nostra gente.
Le righe che seguono sono state scritte a botta calda, senza pensarci troppo, tra piogge tropicali, allagamenti, allegra spontaneità, forzata allegria, musica dappertutto: Carnevale!

La povertà piace solo agli intellettuali
(Joãozinho Trinta – "carnavalesco", organizzatore e animatore delle sfilate del carevale di Rio. Leggenda viva della città, amato e rispettato dal paese intero. Sebbene colpito da ictus, ogni anno continua a dare il suo contributo per la buona riuscita della festa, sfila in seggiola a rotelle tra le ovazioni di due ali di folla emozionata e riconoscente. La frase in questione si riferisce alle solite polemiche riguardo agli enormi investimenti – umani e monetari – per una celebrazione effimera come – secondo i polemisti di turno – la sfilata delle scuole di samba).

Si racconta che sulle navi portoghesi che salpavano dirette alle indie occidentali, la paradisiaca Terra Brasilis, all’oltrapassare la linea dell’equatore veniva decretato "o mundo as avessas" il mondo alla rovescia. E così i marinai comiciavano a comandare i secondi che a loro volta umiliavano i capitani in un grande carnevale fino al giorno seguente quando, dopo alcune punizioni esemplari, ritornava a regnare l’ordine stabilito. Nonostate le frustate e le esecuzioni sommarie, nelle stive, tra i semplici marinai, si respirava un forte senso soddisfazione, una specie di catarsi libertaria: "ne era valsa la pena".
L’ironia di Joaozinho Trinta ci mette faccia a faccia con le nostre contraddizioni: essere povero non significa vivere al di sotto della linea immaginaria di ciò che viene definito come povertà, un reddito pro capite calcolato in dollari: essere poveri è avere un livello di sviluppo sociale, ambientale, culturale e individuale insufficiente per svolgere determinate funzioni e fruire dei loro effetti. E che non mi si chieda quali sono queste funzioni e quali i loro effetti: invito chiunque ne abbia voglia a passeggiare con me per il centro della città o in una periferia qualunque. La nostra distanza dalla semplice idea di un vivere comune e di un bene collettivo, ci ha reso impermeabili ad ogni progetto di cambiamento: distanti dalla politica, prigionieri nella trama della noia di una vita quotidiana tediosa e improduttiva, siamo duri come pietre, feroci come belve. La nostra penuria morale ci ha trasformati in carnefici di noi stessi. Quante volte saremo chiamati a rendere conto al mondo per non avere affrontato le politiche bestiali, le polizie animalesche, la cultura di massa e la dittatura della morte che ci hanno imposto? Per la maggioranza di noi non rimane più niente: il mondo ci ha abbandonato a noi stessi, al nostro atavismo letargico, al nostro fatalismo. Il darwinismo sociale imperante, saccheggia, opprime, perseguita e assassina la nostra gente inerme sotto gli occhi del mondo che permette, o meglio, collabora affiché tutto succeda in modo sempre più rapido ed efficace.
Ma oi nois aqui ‘tra veiz (letteralmente: "gurada noi qui un’altra volta". È la prima frase di una canzoncina tipica di carnevale, le parole si pronunciano storpiate così come le canterebbero nei paesini di provincia, ndt.) ancora una volta. Siamo di nuovo qui, più puntuali del Big-Ben, rispondiamo alla chiamata ancestrale accendendo la macchina, l’ingranaggio che sappiamo far funzionare meglio di qualsiasi altro, quello mosso a sguardi e sentimento, quello che in questo periodo dell’anno ci fa pensare che sì, “nonostante la” nostra evanescenza, nostra invisibilità, nostra poca – o nulla – importanza: il nostro vivere esiste lo stesso.
Ma ben lontano dal raggiungere una concretezza, una consistenza che ci sostenga davanti alle nazioni, il nostro vivere, è così fugace ed ingannevole, che dura pochi giorni e nello spazio di un respiro torneremo ad essere i cannibali di sempre.
Il fatto è che noi, tutto questo, lo amiamo molto: “tutto questo” siamo noi. Quanto più sprovvisto e sprovveduto si trovi a vivere un essere umano, tanto più il superfluo diventa necessario; quanto più l’illusione entra a far parte di lui stesso, in maggior misura la speranza nel sogno e del sogno si concretizza nella sua stessa illusione.
E che il mondo adesso si fermi, guardi, guardi e veda di cosa – “nonostate la” – siamo capaci.
E che il mondo si contorca di invidia davanti alla nostra bellezza di un giorno.
E che il mondo venga pure qui a scimmiottare la nostra genuina alegria.
E che i mondo capisca che "ne è valsa la pena".
E che il mondo taccia e ci ascolti, per lo meno adesso.

Edith Moniz e Paolo D’Aprile

Pelo menos agora

O inferno existe, todos os demônios estão aqui (Shakespeare – A Tempestade)

De novo, mais uma vez.
Um assalto: a mãe não consegue soltar o cinto de segurança da criança que fica pendurada do lado de fora da porta. Os ladrões partem em alta velocidade arrastando o pobre menino. O corpo da criança é encontrado sete quilômetros depois, ainda amarrado ao cinto, desfigurado, esquartejado. A violência e a brutalidade dos fatos de crônica destes dias parecem impregnar a nossa sociedade, o nosso viver junto até no âmago dos conceito fundamentais, da sacralidade da vida. Recomeçam as estéreis análises sobre como seja possível que uma cidade, um povo, um inteiro país possa chegar neste ponto, descer no báratro da barbárie e fazer de conta que tudo esteja indo muito bem. Às críticas justas (mas fáceis de fazer) respondemos com o nosso desejo. É: desejo e só. Não desejo de alguma coisa. Desejo puro: a essência da nossa gente.
As linhas que seguem foram escritas na lata sem pensar muito, entre chuvas tropicais, alagamentos, alegre espontaneidade, forçada alegria, música em toda parte: Carnaval!  

Quem gosta de pobreza é intelectual (Joãozinho Trinta)

Conta-se que nos navios portugueses diretos às Indias Ocidentais, à paradisiaca Terra Brasilis, ao cruzar a linha do equador, decretava-se "o mundo as avessas". E assim os marujos podiam mandar nos mestres que, por sua vez, zombavam dos capitães num grande carnaval até o dia seguinte quando, depois de algumas punições exemplares, voltava a reinar a ordem estabelecida. Apesar das chicotadas e das execuções sumárias, nos porões, entre os simples marinheiros respirava-se um forte sentimento de satisfação, uma espécie de catársi libertária: "tudo valeu a pena".
A ironia de Joãozinho Trinta nos põe frente às nossas contradições: ser pobre não significa viver abaixo da linha imaginária daquilo que é definido como pobreza, um rendimento per capita calculado em dólar; ser pobre é ter um nível de desenvolvimento social, ambiental, cultural e individual insuficiente para desenvolver determinadas funções básicas e gozar dos benefícios inerentes.  E que não me perguntem quais são estas funções e quais os benefícios inerentes: convido quem quiser a passear comigo pelo centro da cidade ou nas periferias da vida. A nossa distância da simples idéia de um viver comunitário, um bem de todos, nos tornou impermeáveis a qualquer projeto de mudança: distantes da política, presos no emaranhado dum dia-a-dia enfadonho, somos duros como pedra, ferozes como bichos. A nossa penúria moral, nos transformou em verdugos de nós mesmos. Quantas vezes seremos cobrados pelo mundo por não ter enfrentado as políticas bestiais, as polícias animalescas, a cultura de massa e a ditadura da morte que nos impuseram? Para a maioria de nós nada resta: o mundo nos abandonou a nós mesmos, ao nosso atavismo letárgico, ao nosso fatalismo. O darwinismo social que impera espólia, oprime, persegue e assassina o nosso povo inerme sob olhar do mundo que deixa, ou melhor, colabora para que isso aconteça de forma cada vez mais rápida e eficaz.
Mas oi nois aqui ‘tra veiz, de novo. Estamos aqui de novo, mais pontuais que o Big-bem, respondemos à chamada ancestral ligando a máquina, a engrenagem que mais sabemos fazer funcionar, aquela movida a olhares e sentimento, aquele que nesta época nos faz pensar que, sim, "apesar da" nossa evanescença, nossa invisibilidade, nossa pouca – ou nula – importância: o nosso viver, existe de fato. Mas longe de alcançar uma concretude, uma consistência que nos ampare perante as nações, o nosso viver, é tão fugaz e enganador, que dura poucos dias e no espaço de um respiro voltaremos a ser os canibais de sempre. O fato é que nós amamos muito tudo isto: isto aqui somos nós. Quanto mais desprovido se encontra um ser humano, mais o supérfluo se torna necessário, mais a ilusão entra a fazer parte dele mesmo, mais a esperança no sonho e do sonho se concretiza na sua própria ilusão.
E que o mundo agora pare, olhe, olhe e veja de que "apesar de" somos capazes.
E que o mundo fique se contorcendo de inveja perante a nossa beleza de um dia.
E que o mundo venha para cá para macaquear a nossa genuína alegria.
E que o mundo entenda que "tudo valeu a pena".
E que o mundo cale e nos escute, pelo menos agora.

Edith Moniz e Paolo D’Aprile