Persone vere

Lá no meu interior
tem uma coisa que não tem nome,
e quando eu dou nome à coisa
a coisa some.
 – Menino que coisa é essa?
E ele me respondeu:
É fome!

(Là dentro di me c’è una cosa che non ha un nome, e quando io le do un nome, la cosa scompare.
Bambino che cos’è questa cosa? E lui mi ha risposto: è la fame! – dalla canzone Quebradeira de Coco, di Roque Ferreira cantata da Mariene de Castro)

Anderson. Lo chiamano leão marinho (leone marino) forse per i lunghi e folti capelli biondi che risaltano il viso scuro, mulatto di nascita e di sole. Si avvicina al tavolo con occhi a palla, schiocca la lingua ogni tre parole: un tic nervoso. Parole che sono richieste di soldi e comida (mangiare). La cameriera gentile cerca di allontanarlo da me come se mi desse fastidio, come se interferisse nel profumo di questa moqueca bollente che mi ha appena messo davanti. Ancora una volta mi trovo a Salvador, Bahia, in pieno centro. Moqueca di pesce. Non la descrivo, bisogna provarla. Moqueca e birra gelata in sera calda e ventosa. Oggi è il dia da consciência negra, il giorno della coscienza negra. Il Pelourinho, centro di Bahia e del mondo, è sede ufficiale dei festeggiamenti. Ieri conferenze e dibattiti; oggi manifestazioni, cortei; stasera, adesso, la festa. Anche questa non la descrivo, come la moqueca di pesce bisogna provarla.
Spiego alla cameriera gentile che Anderson non mi dà nessun fastidio. Capisco però che il suo schioccare di lingua, i suoi occhi a palla, il suo chiedere insistente disturba gli altri clienti. La cameriera racconta che non bisogna mai dare neanche un centesimo, né ad Anderson né a nessuno degli altri bambini della zona. È il crack. Comprano il crack immediatamente. Come a San Paolo, è arrivato anche qui, Salvador, Bahia, Pelourinho. Ma Anderson come tutti gli altri bambini della zona non chiede solamente soldi. Dice che ha fame. I turisti accanto a me gli fanno impacchettare i resti della loro cena. La cameriera gentile li sconsiglia: dice che esiste un mercato nero di marmitex di cibo di ristorante imballato in contenitori di carta stagnola. Se vogliono mangiare, continua, che mangino qui davanti a voi, altrimenti vendono il marmitex e comprano il crack. Andreson sparisce dentro un vicolo alzando come un trofeo il contenitore di cibo ormai freddo composto dai resti della cena dei turisti del tavolo accanto.

Cleiton. Conosciuto come capoeira. È così piccolo che ci puoi inciampare addosso, non ti molla un attimo, quando decide che sei tu il turista giusto ti segue per ore, ti si attacca al braccio, sa che prima o poi cederai e gli darai la moneta che chiede. Lui ti ricompensa con capriole e salti mortali da capoeira, appunto, la lotta trasformata in danza o la danza che si può trasformare in lotta marziale. Stavolta sono due turisti spagnoli che gli lanciano i cinquanta centesimi. Lui, piccolo che ci puoi inciampare addosso, improvvisa una piroetta acrobatica. Perde l’equilibrio, cade malamente nelle pietre irregolari del lastricato. Il ditone gli si apre tra fiotti di sangue tagliato in due. I turisti proseguono il loro cammino turistico tra cattedrali barocche e negozietti di falso artigianato: lo spettacolo è finito, hanno pagato, possono andare. Ci si ferma poco più avanti, artisti da strada improvvisano uno spettacolo di capoeira per ingorde cineprese tedesche, italiane, americane.
Cleiton si stupisce quando gli dico di no e lo fermo, non voglio che mi faccia le acrobazie davanti.  Mi guarda un po’ male, in fondo gli impedisco di lavorare, di guadagnare onestamente la sua moneta. Poi però sorride quando gli chiedo come sta il ditone che la mattina si era tagliato sulle pietre del Pelourinho. Me lo fa vedere. Come la moqueca, la festa, la capoeira,  non lo descrivo. Mi guarda sparire tra la moltitudine, non mi chiede più niente, fa ciao con la manina.

Zuleide. Sul momento non mi riconosce. Come posso pretenderlo? Le sfilano davanti migliaia di persone al giorno. Io sono uno dei tanti. E poi sono passati tre mesi. Zuleide è ancora lì, come me, del resto. Salvador, Bahia, Pelourinho. “Non posso crederci” le dico quando mi appare davanti con l’espressione di sofferenza e la consueta voce lagnosa. Mi guarda, mi osserva, ha capito che la conosco ma non si ricorda, però finge di sapere chi sono: “Sì, ti riconosco, ieri mi hai pagato da mangiare e mi hai detto di andare a lavorare”…. troppo facile! Ripete lo stereotipo che avrà ascoltato decine di volte. Le dico una parola (che, come la moqueca, la festa, ecc, non riferirò), una sola. Adesso sì mi riconosce, mi abbraccia e si fa abbracciare. Non ha più il pancione che aveva in luglio. Racconta che i due gemelli sono morti appena nati. Sta male Zuleide, molto male, molto peggio di tre mesi fa e quando si vive nell’angoscia e nella sofferenza, il tempo non è quello dell’orologio, ma è quello accumulato nelle viscere e contato dal cuore. Le gambe gonfie, tumefatte, con ulcere aperte (che come la moqueca ecc) pus e infezioni. È sporca, puzza, i vestiti laceri, scalza. Racconta della morte dei due gemelli e del primo figlio seppellito proprio oggi. Vorrebbe andarsene ma non può allontanarsi da lì. Ha un grosso debito coi trafficanti che deve pagare assolutamente. Se ne va sorridendo, non mi chiederà più niente, solo un abbraccio. Rapidamente riassume la sua espressione piagnucolante, passa un gruppo di tedeschi, o forse italiani. L’ultimo giorno prima di ripartire l’ho cercata, è sempre in piazza, oggi no. Addio Zuleide, a chorona: la piagnona.

Ivanildo o bigode. Ivanildo il baffetto. In questo momento è all’ospedale gravissimo con quasi il 90% del corpo bruciato. Gli hanno dato fuoco questa notte mentre dormiva. A due passi da casa. Dico, a due passi da casa mia, davanti alla stazione della metropolitana. Era il classico morador de rua che preferiva la libertà della vita in strada all’assoggettarsi alle regole di convivenza della case di accoglienza notturna. Non so se sopravviverà. Ci conosciamo da dieci anni, non ha mai avuto bisogno di me ma come di abitudine mi ha sempre chiamato doutor, dottore. Era posteggiatore abusivo, da quando è nato. Magro come un chiodo, baffetto impeccabile, galante e gentile con le signore, sbruffone con i compagni, considerava il suo lavoro come una professione vera e propria. Una volta si stupì di vedermi arrivare in macchina, proprio io cha abitavo a due passi. Andavo all’ospedale lì di fianco a visitare un paziente e dovevo trasportare una sedia a rotelle. Tutto spiegato. Aprì la porta, pacca sulla spalla e non si preoccupi, dottore, che quando torna l’aiuto a manovrare. Gli hanno dato fuoco, probabilmente per vecchie liti o nuove minacce. Il suo luogo di lavoro è molto conteso, passa molta gente, zona centrale, l’ospedale a pochi passi, la stazione della metropolitana: conquistarselo e conservarlo è molto difficile, a volte costa la vita.
Mentre scrivo ricevo la notizia: Ivanildo è morto. Se nessuno farà richiesta del corpo, sarà sepolto come indigente nel cimitero di Vila Formosa.

Oggi è stato divulgato il documento dell’Onu che misura l’ IDH (Human Development Index) il grado di sviluppo umano, suddiviso in tre categorie: alto, medio e basso. Un complesso calcolo tra il reddito annuale pro capite, l’indice di alfabetizzazione e la longevità della popolazione, determina la posizione di ogni paese nella classifica generale. Il campionato lo vince l’Islanda, seguita dalla Norvegia e dall’Australia. Nelle ultime tre posizioni, rispettivamente al centosettantacinquesimo, centosettantaseiesimo e centosettantasettesimo, troviamo la Guinea Bissau, il Burkina Fasu e la Sierra Leone. La lista finale segna il Brasile in una onestissima 70º posizione, ultimo tra i paesi con un grado di sviluppo definito alto. Il giornale di oggi in prima pagina scrive: il Brasile entra nel gruppo dei paesi con alto IDH.
Nel complicato calcolo statistico tra reddito annuo pro capite, indice di alfabetizzazione e longevità, Anderson, Cleiton, Zuleide e Ivanildo, persone vere, certamente non sono stati contemplati. Chissà che posizione occuperebbero.