Porte e Bandiere

Essere nel posto giusto al momento giusto. Nel posto giusto ma nel momento sbagliato. Nel posto sbagliato al momento giusto. Nel posto… ecc .. ecc. Principio di contraddizione; ragione e motivo delle cose; coscienza del dovere compiuto; impotenza davanti all’ineluttabile; esaurimento delle forze; energia vitale. Questi i sentimenti che insieme a migliaia di altri accompagnano i miei passi sotto i ponti di questa città infame, la mia città. La creatura dagli occhi spenti dorme tra lo schifo dello sporco e il rumore dei lavori di sostituzione del mastro: la riformulazione, la riorganizzazione urbanistica del centro esige che i simboli nazionali siano dovutamente riveriti e protetti: sarà la più grande bandiera del Brasile della città, dello stato, del mondo, la più grande bandiera del Brasile sotto cui dormono, vivono e muoiono come cani, i suoi figli.
Un padre-bambino poco più che adolescente, si prende cura della creatura dagli occhi spenti con tenerezza e dedicazione da quando le è morta la moglie, madre-bambina, assassinata a coltellate da un balordo a causa di quattro soldi. Morta assassinata a coltellate davanti agli occhi della figlia. La mia proposta è semplice: iscrivere la bambina nella scuola del quartiere. Il padre accetta e trova subito un luogo fisso dove abitare in modo che l’autobus scolastico possa venire a prendere la bambina alla stessa ora e nello stesso posto: un cortiço (abitazione collettiva in un palazzo abbandonato prima, invaso da senza tetto poi, ndt.) tra ladri, spacciatori, droga, topi, senza acqua né luce. La scuola a tempo pieno toglierà la bambina da questo ambiente per otto ore. Credo che sia forse l’unica possibilità che ha per poter ricostruire la sua vita. Provvedo ai documenti per finalizzare l’iscrizione, le lezioni cominceranno presto, la scuola del comune fornirà l’uniforme (tutti gli studenti, dall’asilo al liceo sono tenuti ad indossare l’uniforme scolastica. Ndt.), la merenda, il trasporto, una sana convivenza con i coetanei, insomma, farà la sua parte così come io sento di aver compiuto la mia. Per la bambina dagli occhi spenti si apre una grande porta. Spero. Credo. Voglio.
Sto camminando ad un metro da terra, finalmente qualcosa comincia a funzionare. Sono così felice che questi viadotti miserabili mi sembrano i ponti di Parigi. Anche qui abbiamo i nostri – certo, molto meno poetici – clochards. Guarda, eccoli là in fila davanti ad una porta chiusa. È un "albergo", una casa di accoglienza, proprio sotto il ponte, un "albergo" dello stesso comune che ha accettato l’iscrizione a scuola della bambina. Gli uomini di strada passano uno alla volta per la porta che, entrato l’ultimo, si chiude così rapidamente come si è aperta. Una ambulanza – di quella medesima amministrazione pubblica, quella della gigantesca bandiera,dell’iscrizione della bambina e delle case di accoglienza sotto i ponti – si ferma davanti alla porta chiusa. Ne scende a tentoni un uomo ferito. Sono appena uscito dall’ospedale, racconta, e là non posso più rimanere. Si siede per terra, dice che non ce la fa più, il taglio nella pancia duole parecchio. Accoltellato, è riuscito a trascinarsi fino all’ospedale dove lo hanno ricucito e restituito alla strada. Hanno fatto la "gentilezza" di lasciarlo davanti ad un "albergo" che, teoricamente, dovrebbe accoglierlo. Adesso che si arrangi. Aiutami per favore, mi chiede. Busso alla porta chiusa dell’ "albergo". Qui non può restare, rispondono, è ferito. Telefono alla più importante casa di accoglienza della città: Qui no. Prendo un taxi, torniamo all’ospedale che lo ha appena scaricato. Niente. Dicono che non ci sono letti e che deve rivolgersi alle case di accoglienza della città. Gli "alberghi" non vogliono accettare una persona ferita, dicono che non hanno la struttura adatta e che il suo posto è all’ospedale. Non so più che cosa fare, ho girato i taxi per mezza città con un uomo ferito che  Nessuno vuole. Ritorno al primo "albergo",  sotto il ponte, quello che ho confuso con i ponti della Ile de France. È lui stesso che mi dice di mantenere la calma e non preoccuparmi, ci penserà il Signore, dice.
Me ne vado pensando al futuro della bambina e al futuro di questo uomo, alle porte che per alcuni si aprono e per altri si chiudono, me ne vado pensando alla bandiera nazionale più grande del mondo, pensando a me e a come tutto questo non ha senso. Me ne vado maledicendo gli uomini. Me ne vado chiedendo a Dio, per quegli stessi uomini, la benedizione più grande che possa dare.

Edith Moniz


Portas e Bandeiras

Estar no lugar certo no momento certo. No lugar certo no momento errado. No lugar errado no momento certo. No lugar… etc… etc… . Princípio  de contradição; razão e motivo das coisas; consciência do dever cumprido; impotência frente ao inelutável; forças esgotadas; energia vital. Estes sentimentos junto a milhares de outros acompanham os meus passos debaixo dos viadutos desta cidade infame, a minha cidade. A criança de olhos apagados dorme entre o nojo da sujeira e o barulho da obra de substituição do mastro: a reformulação, a reorganização urbanística do centro exige que os símbolos nacionais sejam devidamente resguardados, protegidos e homenageados: será a maior bandeira do Brasil, da cidade, do estado, do mundo, a maior bandeira do Brasil  sob a qual dormem, vivem e morrem como cães, os seus filhos.
 Um pai-menino pouco mais que adolescente, cuida da criança de olhos apagados com carinho e dedicação desde a morte da mulher, mãe-menina morta assassinada a facadas pelos traficantes por causa de uns trocados. Morta assassinada a facadas na frente dos olhos da filha. A minha proposta é simples: matricular a menina na escola do bairro. O pai aceita e logo arruma um lugar fixo para morar, necessário para que a perua escolar possa encontrar a menina na mesma hora e no mesmo local: um cortiço entre ladrões, traficantes, droga, ratos, sem água nem luz. A escola em tempo integral tirará a menina deste ambiente por oito horas. Acredito que esta seja talvez a única chance dela para reconstruir a sua vida. Providencio a papelada para finalizar a inscrição, as aulas começarão em breve, a escola da prefeitura fornecerá o uniforme, a merenda, o transporte, um convívio sadio, enfim, fará a sua parte assim como eu sinto de ter cumprido a minha. Para a menina dos olhos apagados abre-se uma grande porta. Acredito. Creio. Quero.
Estou caminhando a um metro do chão, finalmente alguma coisa está dando certo. Estou tão feliz que estes viadutos miseráveis parecem até as pontes de Paris. Aqui também temos os nossos – menos, muito menos poéticos – clochards. Olha eles ali, na fila em frente da porta fechada. É um albergue, bem em baixo da ponte, um albergue da mesma prefeitura que aceitou a matrícula da menina. Os homens de rua entram, um por um, pela porta que, passado o último, fecha tão rapidamente quanto abriu. Uma ambulância – daquela mesma administração pública de sempre, aquela da bandeira gigante, da matrícula da menina, e dos albergue sob as pontes – pára em frente da porta fechada. Desce cambaleando um homem ferido. Acabo de sair do hospital, conta, lá não posso ficar. Senta no chão, diz que não tem força, o corte na barriga doe muito. Esfaqueado, conseguiu se arrastar até o hospital onde o costuraram e o devolveram a rua. Fizeram a "gentileza" de deixá-lo na porta de um albergue que, teoricamente, deveria acolhê-lo. Agora que se vire. Ajude-me moça, pede. Bato na porta fechada do albergue. Aqui não pode ficar, respondem, está ferido. Ligo para a maior casa de acolhida da cidade: aqui não. Pego um táxi, vamos para o hospital que acabou de descarregá-lo. Nada feito. Dizem que não há vaga e ele deve se virar sozinho nos albergues da cidade. Os albergues não querem aceitar uma pessoa ferida, dizem que não possuem a estrutura adequada e precisa que volte ao hospital. Não sei mais o que fazer, rodei de táxi meia cidade com um homem ferido que ninguém quer. Volto ao primeiro albergue, o que está debaixo da ponte, aquele que confundi com os da Ile de France. É ele mesmo que me diz de ficar calma e não me preocupar, Deus vai dar um jeito, diz.
Vou embora, pensando no futuro da menina e no futuro deste homem, nas portas que para uns abrem e para outros fecham, vou embora pensando na grande bandeira nacional maior do mundo, pensando em mim e na falta de sentido de tudo isto. Vou embora amaldiçoando os homens. Vou embora pedindo para estes mesmos homens, a maior benção que Deus possa dar.
 
Edith Moniz