Posse, Botox e qualcosa di sinistra

"…É a evolução da especie humana […] quem é mais de esquerda vai ficando social-democrata e as coisas vão fluindo de acordo com a quantidade de cabelos brancos que você vai tendo. Se você conhecer uma pessoa muito idosa esquerdista, é porque ela tem problemas.
"…È l’evoluzione della specie umana […] chi è più di sinistra diventa socialdemocratico e le cose fluiscono a seconda della quantità di capelli bianchi che porti. Se conosci una persona molto anziana di sinistra vuol dire che ha dei problemi".

Questa profonda riflessione bio-antropologico-psichico-politica è stata proferita in un discorso ufficiale durante un grande congresso di imprenditori brasiliani, l’undici dicembre scorso, niente meno che da…

Quattro anni fa, preso da un attacco repentino di megalomania e da una voglia di protagonismo grafomane incontrollabile, scrissi una lunga lettera all’appena eletto Presidente Lula. Raccontandone la storia ne tessevo lodi apologetiche così come un ammiratore farebbe con Elvis Presley. Mandai una copia a tutti gli amici, alcuni dei quali mi risposero commossi. Oggi, appena terminata la cerimonia di insediamento, la voglio rileggere, ve la ripropongo e ci penso un po’ su. A proposito, la cerimonia in questione si chiama Posse, letteralmente significa "possesso" (dal verbo possedere).

"Bisogna mangiare tre volte al giorno"; "La speranza ha vinto la paura"; "Ricordati di Jango".
Con queste tre frasi si può sintetizare l’elezione storica di Luís Inácio Lula da Silva alla Presidenza della Repubblica. Nessun’altro presidente, appena ricevuto il risultato ufficiale, ha mai detto che è neccessario mangiare. Sembra un’ovvietà, ma solo chi sa cos’è il gusto amaro della fame, chi lo ha provato sulla sua pelle può permettersi di dirlo con l’autorità di chi ha dietro di sè più di cinquanta milioni di voti.
Luís Inácio era ancora piccolo quando con la madre e i fratelli abbandona "por causa de fome e sede" (a causa della fame e della sete) il suo "sertão": la zona semi arida del nord-est brasiliano, chiamata anche il triangolo della fame e su "o pau de arara" (il trespolo del pappagallo) ossia un camion merci scoperto, parte per San Paolo. Entra in fabbrica giovanissimo, si ferisce in una pressa, perde il dito mignolo della mano sinistra.
Negli anni settanta la dittatura militare è all’apice della repressione. Esiliati gli oppositori, sterminati i guerriglieri, torturati a migliaia gli studenti che osavano ribellarsi, gli operai di San Bernardo, il più grande centro industriale alla periferia di San Paolo, trovano in Lula il loro lider naturale. Cominciano gli scioperi per rivendicare diritti che oggi sono "sacri" ma che in un Paese sotto il giogo militare rappresentavano una minaccia alla sicurezza nazionale. E così fu. Lula arrestato, in prigione, accussato di sovversione. Per le strade, centinaia di migliaia di operai come non si era mai visto. Arrivano gli anni ottanta e con questi l’apertura politica. Ritornano dopo vent’anni di esilio lider politici e oppositori storici. Lula, la sua base operaia, molti intellettuali di rilievo con l’appoggio di settori della "Chiesa progressista", fondano il PT, Partido dos Trabalhadores, il Partito dei Lavoratori.
Sono anni difficili di recessione economica e iper inflazione che portano il Paese sull’orlo del caos. Lula e Collor nel 1989 disputano la prima elezione presidenziale diretta dopo trent’anni. Collor vince usando una fantastica macchina di corruzione che coinvolge dalle grandi reti televisive ai più importanti industriali brasiliani. Il miraggio di trasformare il Brasile in paese di "primeiro mundo" svanisce in pochi mesi. Collor viene deposto sotto il peso degli scandali. Per altre due volte Lula tenta eleggersi presidente. Ma questi sono anni di globalizzazione, di internet, di illusione di ricchezza facile creata dal mercato speculativo di capitali che trova nella Borsa di San Paolo terreno fertile per prosperare. Ancora un volta la maggioranza della popolazione decide di auto ingannarsi eleggendo e rieleggendo un Presidente che, pur avendo migliorato molto il paese sotto l’aspetto della democrazia, ha praticamente abdicato di quel minimo di tutela dell’economia per salvaguardare i più deboli, quelle masse di diseredati che tutti gli organismi internazionali indicano come la vergogna più grande del Brasile. Risultato: più di trenta milioni di persone vivono con meno di cento dollari al mese; venti milioni di analfabeti totali, cioè che non sono in grado di scrivere il loro nome; dodici milioni di disoccupati; un indice di omicidi tra i più alti del mondo; un debito estero di trecento miliardi di dollari. E pensare che durante la campagna elettorale, il candidato ufficiale (ex ministro della sanità) ha tentato di tutto: ha comiciato col dire che Lula non era preparato, non aveva studiato, non aveva un diploma, per cui non poteva dirigere il Paese. Ripeteva gli stessi slogan usati a suo tempo da Collor: "Lula trasformerà la bandiera giallo-verde del Brasile in bandiera rossa". Un’attrice famosa tutti i giorni appariva alla tv: "Io ho paura…" Certo! La paura che hanno da sempre le oligarchie di sempre, la paura di dover mescolarsi con l’odore del popolo! Ecco il perché della frase "La speranza ha vinto la paura" pronunciata a botta calda da un Lula esausto, emozionato e vincitore. Lula Presidente, Lula-là, come dice lo slogan di tutte le campagne: un figlio del popolo finalmente a dirigere la più grande nazione dell’emisfero sud. Non potrà farlo da solo, bisognerà articolare alleanze, scendere a compromessi, calmare il mercato nazionale e i banchieri internazionali, pagare regolarmente l’FMI… e la frase "Ricordati di Jango" detta da Leonel Brizola (lider storico della sinistra, costretto all’esilio dal regime militare) esprime una paura oggi anacronistica, ma purtroppo con basi concrete: "Jango" era il Presidente nel 1964 all’epoca del golpe. E quando cominciò le riforme strutturali come la riforma agraria, chiamando al tavolo dei negoziati (per la prima volta nella Storia!) le "leghe contadine", viene falciato dall’esercito con l’appoggio della grande maggioranza della popolazione indottrinata dalla campagna "anticomunista". Erano altri tempi, il mondo diviso in blocchi ideologici. Oggi è diverso… no, non è vero: la miseria di oggi è uguale a quella di ieri e di sempre, e il terribile avvertimento di Brizola non è la voce di una Cassandra fuori moda: è la parola di chi ne sa qualcosa, di chi avvisa Lula della voracità e della virulenza caratteristica di quelli che hanno governato il Paese per secoli.
La grande stampa, abituale voce ufficiale del potere oligarchico, si prepara al bombardamento massiccio. Ogni parola, ogni gesto, ogni movimento di Lula sarà monitorato, soppesato e valutato secondo l’ottica conosciuta della ragione del Mercato, secondo il pensiero di chi in tutti questi anni si è arricchito a dismisura con la speculazione finanziaria, aumentando ancora di più il divario tra i ricchi e i poveri. Ma oggi Lula è là, con più di cinquanta milioni di voti e quasi cento deputati a sostenerlo. Cambiamenti, Riforme, Giustizia, Lavoro, Prosperità, Pace: è questo che ci aspettiamo! E da oggi un "da Silva" qualunque, uno di noi, finalmente ci rappresenta, finalmente ci darà voce, la voce di milioni di uomini e donne che adesso all’unisono dicono senza paura:  Viva a Floresta Amazzonica, Viva o Cristo Redentor, Viva o Brasil, Viva Luís Inacio Lula da Silva!
Buon lavoro, Lula.

Urcu can che lettera, ragazzi! Chissà cosa gli scriverei oggi. Chissà se sarei capace di tale trasporto emotivo… Come si cambia idea in poco tempo, eh? Da sostenitore a spada tratta che ero, mi sono trasformato in un critico feroce. Ditemi voi, come faccio a dimenticare mesi e mesi di blà blà blà inutile e offensivo al buon senso: tutti gli uomini del Presidente complici in corruzione e malaffare, lui imperterrito ad affermare, senza fare nomi, che è stato tradito. Tutti gli uomini del Presidente, dimessi, cacciati, indagati, presi con i milioni nelle mutande (non è un eufemismo, è successo davvero, a suo tempo ne abbiamo scritto in articoli precedenti); parenti e parentacci, oggi in prima fila durante il discorso di Posse, che nel giro di pochi di anni sono diventati milionari da jet-set godendo di sovvenzioni statali e ogni sorta di facilitazione. Lo Stato trasfigurato in distributore di illusioni agli affamati-elettori e di guadagni stratosferici agli speculatori. Abbiamo appena assistito alla cermonia di Posse. Quanta differenza col trionfo di quattro anni fa. Con una breve ricerca in internet si ha accesso alle immagini di ieri e quelle di oggi. Il confronto non regge, semideserta la piazza, quando invece traboccava di osanna. Anche in parlamento si notavano molti posti vuoti: onorevoli senatori e onorevoli deputati hanno preferito restarsene in vacanza e non scomodarsi per andare fino a Brasilia ad assistere alla pantomima di un presidente che si auto incorona come Napoleone, indossando la fascia presidenziale senza il tradizionale passaggio dal presidente uscente a colui che lo sostituisce. Che tristezza vedere il palco d’onore vuoto, neanche un capo di stato straniero presente, neanche quel fanfarone di Chavez, quel moribondo di Fidel, neppure quel casinista di Evo Morales, nessuno, solo ambasciatori e delegazioni secondarie di ministrucoli di mezza tacca; abbiamo intravisto pure il nostro D’Alemino dal baffetto impeccabile (sarà forse venuto per imparare a dire qualcosa di sinistra? O sarà d’accordo con la profonda riflessione bio-antropologico-psichico-politica di cui sopra?). Cosa scriverei oggi a Lula? Che i nostri meninos de rua continuano come e peggio di prima? Che nonostante gli "aiuti" ufficiali e i vari "bolsa escola", "bolsa família" e "fome zero", le nostre favelas continuano favelas miserabili? Cosa scriverei a Lula? Che forse era più bello prima di farsi le iniezioni di Botox per lisciarsi le rughe della fronte? Che la deve smettere di sentirsi il padre dei poveri e che non vogliamo più essere trattati da cretini?
Non lo so cosa gli scriverei. Ma mi dispiace molto vedere un gigante della storia del nostro Paese ridotto a caricatura, mi dispiace vederlo chiamare per motivi di opportunità, di alleanze politiche, di magna-tu-che-magno-io, "companheiro" certa gente, la stessa gente che lo ha messo in galera tanti anni fa e che oggi continua a governare con lui.
Finita la festa… gabbato lo santo – dice il proverbio popolare, e adesso che le feste sono finite per davvero, non ci resta che tornare a lavorare. E che stavolta si faccia sul serio. Buon anno e buon lavoro a tutti, anche al Presidente Lula.