Salvador de Bahia de Todos os Santos

Qusto scritto risale al 2002, ma i volti e le cose sono ancora vive…

 

 

Andei, por andar, andei…

Il Mare oggi parla baixinho, sottovoce, come dicono qui, e mi dice tante cose. Mi dice di fare attenzione e di non distrarmi, mi dice anche di non avere fretta, di adattarmi alla cadenza lenta del batuque, il battito del tamburo che lento rimane anche quando il samba si fa scatenato; mi dice che Yemanjá, la Signora delle Acque o Nossa Senhora, la Madonna nel sincretismo della religione afro-brasileira, è sempre presente anche quando la roda de capoeira si fa in una piazzetta di una favela… quante cose mi dice il mare di Salvador, Salvador de Bahia de Todos os Santos, la Roma Negra. E allora capisco che importante non è Vedere ma Ascoltare.

Siamo alloggiati all’estrema periferia, a due passi dal Mare, località Itapuã, che poeti e musicisti famosi hanno immortalato in decine di versi e melodie, tutte ad inneggiarne la bellezza del cielo, del vento e del Mare. La casa è bella, Casa Encantada, sulla strada che porta alle immense dune di sabbia tra cui si nasconde il magnifico lago Abaeté. Una giovane coppia italiana del Mlal, Movimento Laici per l’America Latina, cura l’andamento della casa dove il lavoro consiste nel ricevere e accompagnare le persone interessate al “turismo responsabile” ossia, interessate a conoscere il luogo secondo un’ottica di sobrietà e rispetto agli usi e costumi locali, interssate a conoscere i progetti di sviluppo nati sul posto, fatti dalla gente per la gente, progetti che funzionano, progetti che dimostrano, nonostante quel che se ne dica in giro, che questo per Magnifico Paese tem jeito sim, c’è una soluzione, una alternativa. E l’ambiente è calmo, in mezzo ad un grande giardino di piante tropicali, ci si piò dondolare sopra as redes, le amache, forse la più bella invenzione degli indios. Bellissimo.

Salvador, dal Mare se ne ha una visione spettacolare, la città bassa, ormai deturpata dai grattacieli di vetro, grandi banche e uffici, non riesce a nascondere la magnifica opulenza della cidade alta. I muri delle case, i palazzi, os casarões,subito mi avvisano, prima uno alla volta, poi in un coro confuso a mille voci ed infine all’unisono, mi avvisano di non lasciarmi ingannare dal loro aspetto restaurato e coloritissimo, anzi, quello che ascolto provenire dai muri è un vero e proprio grido di indignazione: “Non siamo mai stati così, colorati in questo modo, con questa pittura industriale lucida che ferisce gli occhi a guardarla, noi eravamo dipinti con colori dal pigmento naturale, secondo le antiche tradizioni africane, perchè in noi batte un cuore negro, anche se i portoghesi hanno tentato di farlo a pezzi in tutti i modi, lo abbiamo mantenuto. Noi eravamo abitati dai figli di Xangô e di Oxum, dal popolo di Yemanjá, dai figli di Zumbi e Oxossi. Non badare a questi colori lucidi e neanche alle centinaia di bar e negozi di artigianato fasullo, artigianato da aereoporto internazionale, non badarci. Ascolta além disso, oltre a ciò che vedi, ascolta quello che hanno cercato di nascondere. Tu che vuoi essere un “turista responsabile” non farti ingannare, ascolta il lamento sorridente del mio popolo arrivare da dietro di noi, da fuori di questo quadrilatero del centro dove ti hanno convogliato per farti sentire l’ebrezza dell’esotismo. Ascolta…” Ed è quello che faccio.

Voglio scendere per una viuzza in discesa, una ladeira che poi risale fino al Convento di São Francisco. Voglio passarci perchè è bella, i muri diroccati delle antiche case, gente sulla soglia seduta sui gradini, sorrisi di ragazze alle finestre, due bambini in fondo a prendere a calci un pallone. Non è bella, è magnifica: un colore uniforme, grigio, sporco, colore terra, colore umidità secolare, avvolge la viuzza in discesa, arbusti e piante tropicali si liberano dalla morsa dei muri diroccati. È una viuzza modesta perpendicolare a questa grande dove mi trovo, piena di negozi e autobus. Tre passi ed ecco una vettura della Polizia fermarsi dietro di me: Não, Não, Não, gridano con un tono tra l’amichevole e il minaccioso. Mi dicono che la viuzza è pericolosissima e certamente non ne sarei uscito vivo. Duecento metri, mi avrebbero derubato e ucciso in duecento metri.

Noi ti abbiamo avvisato e non venirci a chiamare dopo, è così che mi dicono. Devo per forza seguire il cammino suggerito dalla Polizia e dall’amministrazione municipale che obbliga a passare nelle strade tra i muri restaurati a colori industrializzati “lattex”, negozietti di artigianato e decine di bar con disponibilità di accesso internet pieni di tedeschi e americani. Capisco tutto. Un quadrilatero di pochi isolati restaurato ad uso e consumo delle masse internazionali armate di camera di video e macchina fotografica, fonte di reddito. Il resto della città abbandonato all’incuria e alla miseria dei cortiços, le abitazioni collettive. Ho mia figlia per mano, seguo il consiglio, cambio percorso.

La magnifica opulenza del barocco brasiliano riempie le Chiese di ornamenti d’oro, la presenza negra è palese nei simboli africani sugli altari: sangue negro ha costruito queste cattedrali e ne ha voluto lasciare il segno camuffando quando e dove poteva i simboli e la forza della sua religione: tra santi e croci noto lune e soli. Scendo una scala nascosta tra le arcate di un chiostro, una discesa nel tempo e nello spazio fino alla senzala, la dimora degli schiavi, sotto l’altare principale. Un alto portico di terra serviva da casa per centinaia di uomini, donne e bambini che edificavano altari per la gloria di Dio e di Ogum. Mi racconta una vecchina che da lì, proprio da sotto i nostri piedi, parte un tunnel che collega tutte le chiese di Salvador e sbocca nel Mare. Una via di fuga. Scoperta dai signori e interrata. Con gli schiavi dentro. Una interminabile storia di sangue che continua fino ad oggi quella dei massacri di innocenti, l’uomo non impara. La vecchina mi chiede se posso farle una foto, non ne ha mai avuta una, mi fa promettere di mandargliela. Come recapito mi dà l’indirizzo della sanzala: è lì che abita, sulla nuda terra della senzala, sotto l’altare maggiore.

Tornare a Itapuã per riposare mi dispiace un po’. Anche se è bellissima, vorreri restare qui, in centro.

L’autobus parte a razzo, si fa fatica anche a stare seduti, qui si guida così. E per me va bene. Una frenata brusca: sale un soldato della Polizia Militare col mitra spianato e urla Abordagem, perquisizione. Tutti gli uomini scendono e vengono spinti faccia al muro con le mani alzate. La Polizia Militare urla e minaccia con le armi alla mano, la perquisizione avviene senza tanti complimenti. Un gigante, mi spinge con il calcio del mitra verso il muro, mi giro e dico No, esigo di parlare col comandante. È proprio con lui che devo parlare, è il comandante, gigante armato, nervoso. Mi accusa di resistenza a pubblico ufficiale mi vuole portar via… mia figlia piange spaventata… dico che non possono mettermi le mani addosso in quel modo e che esigo la presenza del Console… il comandante si infuria, è deciso a venire ai ferri corti, vuole caricare in macchina anche mia figlia che continua a piangere e mia moglie che cerca di calmare gli animi… io sono calmissimo ma deciso… il comandante urla, mi offende… i passeggeri mi gridano insulti… il bigliettaio vuole che lo paghi per poter continuare il viaggio… mi vogliono portar via… convinco, non so come, a controllarmi i documenti e lasciarmi andare… il gigante scrive il mio nome su un pezzo di carta… un soldato mi prende per un braccio e mi dice che mi è andata bene perchè siamo in centro, fossimo in periferia mi avrebbero portato via per insegnarmi l’educazione… sull’autobus affronto l’ira dei passeggeri che mi sfottono… uno o due invece mi si avvicinano cortesi e mi spiegano che queste perquisizioni sono normalissime e servono per proteggere la gente dagli assalti armati che tutti i giorni avvengono sugli autobus…

È così che la Polizia Militare ostenta efficenza: trattando i cittadini da delinquenti. Ed è così che i cittadini si sentono protetti dalla Polizia Militare, venendo perquisiti e umiliati. Nell’immaginario collettivo “sicurezza” vuol dire “truculenza”, “severità” vuol dire “morte al delinquente”. Le norme procedurali di controllo d’identità, verifica, accertamenti, sono inutili lungaggini…

…Triste Bahia, canta Dorival Caymmi.

La comune frase: il tempo passa, a Savador non vale. Non è il tempo che passa, a Salvador il tempo è immobile, siano noi che passiamo attraverso di lui. E il tempo si lascia attraversare dolcemente, con delicatezza. Ma il tempo è superbo, orgoglioso, provocante come la bellezza e il sorriso delle ragazze che camminano sul lastricato o che danzano sinuose al suono del Batuque. Il battitto del tamburo, marca il Tempo, la bellezza del Tempo a concretizzarsi, nel rimbombo del profondo delle mie viscere . Ogni angolo di strada, dalla periferia al centro, dalla spiaggia ai vicoletti ne è pervaso. Centinaia di Blocos di musica axé provano giorno e notte in una eterna attesa del Carnevale, catarsi di un popolo intero. E il Carnevale è rivissuto ogni volta che il tamburo suona. Nessuno né rimane indifferente, né i turisti che si fermano a guardare, né la gente del posto che affolla vicoli e piazze al martedi sera, noite de benção, notte di benedizione. È così che si chiama il passaggio delle bande de afoxé, solo tamburi, nessuno strumento armonico, decine di tamburi e un cantante ad intonare inni. Centinaia di persone danzano, non è Carnevale, è martedi sera, notte di benção. Da ragazzo pensavo di saper suonare le percussioni. Ora sono cosciente di quanto fosse ridicola la mia convinzione. Il suono del Tempo che si materializza nel sussulto dei presenti e anche in me. Io scimmiottavo in un garage i complessi rock. La vecchina della senzala, il mitra della polizia, il sorriso di questa stupenda ragazza di fianco a me, il Mare, Salvador. Qui vorrei viverci.

La scena che mi si presenta è quella comune a tutte le periferie del Brasile, favelas, baracche, case di mattoni senza intonaco, gente per strada, clima festivo, saluti a pacche sulle spalle. Entriamo in una stanzetta di lamiera e mattoni. Quattro percussionisti, il batterista, il cantante, la corista, il bassista, il chitarrista, il tastierista, il tecnico del suono, si stringono per farci posto. Lo spazio è esiguo ma funzionale. La musica per vincere l’emarginazione, la musica come mezzo di riscatto personale e sociale, la musica per impedire la caduta di tanti ragazzi nel giro della droga o della delinquenza, la musica come mezzo di aggregazione. Ed ecco allora che un pugno di bambini che suonavano bidoni e barattoli, facendo bagunça, confusione, per i vicoli, cominciano a venir notati e ad attirare l’attenzione di persone che vedono in loro un esempio, un modello che può stimolare anche altri ragazzi ad imitarli. Trovano una sede, una saletta che con l’aiuto della vicinanza e con gli anni si trasforma in un vero e proprio centro sociale. Tutta la comunità ne è coinvolta, dal parroco ai vicini, dai consiglieri comunali ai professori. Si trova una sede fissa e le attività si moltiplicano: corsi di alfabetizzazione, di informatica, artigianato, musica, cominciano a sorgere anche con l’aiuto di volontari giunti dall’estero. Il nome di questo progetto nasce naturalmente: bagunçaço, che letteralmente vuol dire “gran casino”. Passano dieci anni e quei bambini che suonavano bidoni sono diventati musicisti professionisti conosciuti in patria e all’estero. E oggi, suonano per me e un piccolo gruppo di italiani anche loro ospiti nella Casa Encantada. La stanzetta di lamiera nella favela dos alagados, è in festa. Noi, italiani, una musica così non l’abbiamo mai sentita, i ragazzi si divertono, simpatici, cordiali, facciamo amicizia, suonano per me, per noi, per tutti i ragazzi di Salvador, esprimono la voglia di cambiamento, non c’è la rabbia né il rancore, né la rassegianzione che tante e tante volte in tutti i miei anni di Brasile, ho notato nelle parole e negli atteggiamenti dei poveri, al contrario, loro esprimono allegria e speranza, ma non una speranza vana, questa è una speranza reale della quale loro stessi sono la prova viva.

Bahia Terra da felicidade…

Ed è sorridendo che Valerio, il ragazzo che ci ha fatto da autista, ci viene a prende la sera. Ma oggi sarà diverso, non ci accompagnerà in qualche spiaggia da sogno fuori città, oggi non sta lavorando, oggi ci è venuto a prendere come amico, siamo suoi ospiti per la grande festa che hanno preparato noi, lui e i suoi amici. Arriviamo in una piazzetta, un quartiere di periferia, tra case povere e bar fatiscenti. Molta gente in piazza ad aspettare. Ci offre da bere un bicchierino di O Capeta, il diavolo… e il perché di questo nome lo si può immaginare. Arrivano gli amici di Valerio, ce li presenta uno ad uno. Ragazzi grandi, tutti vestiti di bianco, è l’ Abadá, la divisa per la Capoeira.Una danza, un’arte marziale, un gioco, un rito ancestrale, una acrobazia… cos’è la Capoeira? La gente si dispone in circolo… strumenti a percussione cominciano a tenere un ritmo lento ma complicato, una voce intona un canto, un coro risponde, due jogadores si accucciano uno davanti all’altro, si guardano, concentrati aspettano l’ordine che viene dal cielo, dagli Orixás (un rito?), improvvisamente entrano nel circolo, i presenti battono le mani a ritmo, e i due cominciano ad affrontarsi con movimenti sinuosi (una danza?) di tutto il corpo. Le gambe si allungano sopra le teste, un salto mortale schiva un colpo rapidissimo che sarebbe fatale (un’arte marziale?). Nel circolo i Jogadores si susseguono ogni volta più bravi, più rapidi, più coraggiosi. Improvisamente tutto si ferma. È arrivato Mestre Barriga, un uomo di due metri, elegantemente vestito, quando tutti sono in abadá, la tuta appropriata, lui ha perfino il cappello in testa. Tutti lo salutano con rispetto, si fermano i tamburi, i berimbaus, gli atabaques. Mestre Barriga è uno dei pochi maestri riconosciuti, è colui che ha divulgato la capoeira nella periferia di Salvador, è un gigante. Ecco che anche lui, entra nel circolo… joga, gioca con l’altro grande maestro, Mestre Boca… si muovono strisciando per terra senza mai appogiarvisi, un dito o la punta del piede è sufficiente per sostenere il peso del gigante… si guardano, si studiano, si affrontano… le gambe e le braccia ruotano in aria… si schivano… sempre più veloci… il canto e il ritmo… le voci in coro… Chora Capoeira, Chora Maculelê… È tutto una specie di allegoria della vita e della storia di un popolo, la capoeira è l’insieme di antiche danze che servivano agli schiavi come rito religioso ma anche come lotta micidiale per sfuggire agli aguzzini: non per niente la pratica e la divulgazione è stata proibita per legge fino agli anni sessanta. La pena prevista era il confino in un carcere speciale su un’isola in mezzo all’oceano… Paraná uê camará… Anche Valerio, il nostro amico autista è un jogador, non ancora Mestre ma già Professor dimostra coraggio, abilità e destrezza, suona e canta. Un jogador deve saper fare di tutto, suonare, cantare, jogar, aggiustare il berimbau quando si rompe. Berimbau, non è traducibile… è una specie di arco a cui viene fissata all’estremità inferiore una cabaça, una sorta di zucca, vuota, con una grande foro che il suonatore appoggia sull’addome. Si percuote la corda di ferro dell’arco con una bacchetta di legno e con l’altra mano, mentre si equilibria l’arco in verticale, si deve modulare il suono della corda con un sasso arrotondato… È difficile spiegare, ma immaginiamo un suono simile a quello dello scacciapensieri siciliano… È un’orchestra di Berimbau, Valerio ha il suo, fatto da lui e suona benissimo.

Il ritmo è ora molto rapido, nel cerchio si alternano tanti ragazzi… osservo mia moglie e le nostre amiche italiane che a loro volta guardano i jogadores, atleti, i corpi perfetti, stupendi, grandi sculture d’ebano, i muscoli tesi nello sforzo, una patina di gocce sudate di cristallo… sorridono, mia moglie e le nostre amiche, li guardano… noi, italiani, mingherlini, bianchicci, naso rosso dal sole, pancetta… da domani andrò in palestra. Assorto nei miei pensieri, tra ammirazione ed un pizzico di gelosia, ecco che Valerio mi chiama al centro del cerchio. Davanti a me un Mestre inginocchiato ad aspettare la chiamata degli Orixás, gli dei. Lo imito e mi ritrovo al centro, a ruotare su me stesso, alzare le gambe come non avevo mai fatto in vita mia, strisciando come un gatto cacciatore, saltando per evitare i colpi mortali del mio Mestre… Me la sono cavata, tante pacche sulle spalle, tanti abbracci, sorrisi e anche mia moglie riprende a guardarmi senza più fare paragoni spiacevoli. Tutti noi, un piccolo gruppetto di italini, uno ad uno abbiamo partecipato alla capoeira, mogli comprese. Abbiamo condiviso con amici sconosciuti un momento importante, sappiamo di aver preso parte ad una specie di rito di iniziazione. Grazie Valerio. Ma non è finita, il nostro accompagnatore ci porta a casa sua, dove ci aspetta la moglie e la figlia, gente semplice, onesta, bellissima. Beviamo qualcosa, abbiamo tutti le lacrime agli occhi.

Il Tempo di Bahia è come il Mare, docile e gentile da lasciarsi attraversare o crudele e spietato da farti perdere il senso di direzione. Le sensazioni si susseguono ora placide ora intense, io, educato nel e al pragmatismo, mi accorgo che esistono milioni di modi per affrontare la vita e risolverla, milioni di modi per viverne i momenti, e i miei amici bahiani mi spiegano che qui a Bahia si vive il paradosso di un eterno ritorno in divenire… Já ando louco de saudade, sono già pazzo di nostalgia.

Ed è con lo spirito di apprendista che visito un altro progetto sociale interessantissimo.

Non si pensa più in termini di assistenza, si è capito che è un errore, si è capito che all’uomo bisogna dare le condizioni di pescare il proprio pesce da solo. Ed è così che funziona questo progetto chiamato OAF (Organizzazione di Ausilio Fraterno). Padre Clodoveo Piazza ne è l’anima. Questo prete italiano, da molti anni in Brasile, ha creato una struttura capace di accogliere bambini di strada o in situazioni di rischio con la dignità dovuta. Case famiglia in cui un padre e una madre si occupano di un piccolo gruppo di “figli” in modo da crear loro intorno quell’atmosfera di amore e affetto fondamentale per lo sviluppo. Ma il Progetto non finisce qui. Un centro di educazione professionale, prepara ragazzi e ragazze della periferia al mondo del lavoro; corsi di artigianato, meccanica, elettronica, operatore video, sartoria e chissà quanti altri che adesso dimentico, danno la possibilità di inserimento sociale a chi altrimenti vivrebbe una vita precaria. Una grande fabbrica produce e vende materiale di vario tipo, da mobili e seggiole, a vestiti e magliette in modo da assicurare entrate per finanziare la casa famiglia e il centro di educazione professionale. Una struttuta enorme, forse uno dei più grandi progetti di sviluppo del Brasile. Un prete italiano e tanti amici brasiliani dimostrano come la cooperazione tra Stati e istituzioni, tra governi di nazioni differenti, in realtà deve e può cominciare dalla gente, da persone singole, da me, da te, da tutti noi.

… e todo o caminho deu no mar, e tutte le strade portano al mare. I versi della canzone dicono il vero, Salvador è città di Mare e di spiagge tropicali. Ma al di là della facile oleografia possiamo notare che anche qui l’animale Uomo cerca di distruggere l’ambiente il più rapidamente possibile. Molti luoghi che si vorrebbero incontaminati sono diventati presa facile del turismo predatorio, dell’invasione della speculazione edilizia, della presenza delle industrie inquinanti. Ma una luce che può illuminare il cammino della coscientizzazione, viene dal Progetto Tamar, che ha coinvolto le comunità locali in un grande programma di preservazione ambientale. Le tartarughe giganti che abitano queste spiagge, da sempre vittime di caccia predatoria, vengono ora protette attraverso un lavoro di collaborazione tra biologi e pescatori in modo da tutelarne il processo riproduttivo che avviene in questo litorale. La visita alla sede del Progetto è interessantissima, enormi vasche ospitano pesci esotici e al visitatore è permesso toccarli, essi, abituati, si avvicinano e si lasciano accarezzare. Incredibile. I nidi delle tartarughe vengono recintati in modo da salvaguardarne la nascita. Guide informate e schermi tv, illustrano tutto il funzionamento del Progetto. Davanti a noi scogli, piscine naturali di un’acqua trasparente e calda, dietro, la foresta di palme e una spiaggia senza fine. Babbo, sembra un paradiso, dice mia figlia.

Ormai è l’ultima sera, domani devo tornare a casa, devo andare a lavorare. Guardo la luna piena che illumina a giorno le dune di sabbia. La Croce del Sud.

Una macchina si ferma davanti al portone. È Valerio, mi viene incontro con un pacchettino. Per la bambina, mi dice. Mia figlia lo apre, è un abadá, il vestito della capoeira… Anche gli altri italiani del gruppo ne ricevono uno per ciascuno… Non faccio in tempo a ringraziare, a dire due parole, che mi ritrovo tra le mani una delle cose più belle che ho visto in vita mia… adesso me lo ha dato, dice che è per non dimenticarmi mai di lui né di quella sera bellissima della capoeira in piazza, è un berimbau, il suo berimbau quello che stringo tra le mani tremando di emozione. Proverò a suonarlo finchè non lo avrò imparato, lo prometto. Grazie Valerio, amico mio.

Dall’alto, dall’aereo, concentrato tra mille ricordi, guardo dall’oblò e ascolto il Mare. Lo stesso Mare solcato dalle navi negriere dell’infame commercio, ma è anche lo stesso Mare che idealmente unisce le coste europee africane e brasiliane, lo stesso Mare che ha permesso la nascita di questo popolo, di questa gente povera, miserabile, semplice, umile, piena di vita, orgogliosa, di mille colori, traboccante di energia e allegria, sorridente, maravilhosa. Questo è il popolo di Yemanjá, questa è la gente che va in processione davanti alla basilica di Nosso Senhor do Bomfim, e prima di entrare per la Messa, invoca gli Orixas, gli dei del Candomblé.

E il rumore delle turbine non ce la fa. Non lo copre il batuque del tamburo, dell’atabaque, non ce la fa a coprire il canto della capoeira né le risate dei bambini accolti nella Casa faimiglia di Padre Piazza. Il rumore delle turbine si affievolisce, è il suono degli abbracci che ho ricevuto nella Casa Encantada, il sorriso di Loris e Maria che hanno lavorato tanto, gli urletti di Noemi, la loro figlia, quello che ascolto adesso.

E vedo l’azzurro e del Mare.

È il Mare di Salvador,

Salvador de Bahia de Todos os Santos.

Muito Obrigado.