Schienale, cellulare, Mozart, water

Le fogne sono la coscienza della città
(Victor Hugo – I Miserabili)

A volte mentre passeggio perdigiorno tra boulevard, piazze, belvedere e delirio, mi piace vaneggiare e pormi domande fondamentali. Le risposte faticano ad arrivare, devo sforzarmi a pensare un po’. Per esempio: quando comincia la civiltà? Quando l’uomo sublima se stesso attraverso l’arte, o quando riesce a modificare con le sue mani le avversità della natura? E camminando, vero e proprio flâneur d’altri tempi, vado oltre, come un Socrate in braghette dalla mente obnubilata, mi domando quale sia l’oggetto, l’artefatto umano, il manufatto che rappresenta la civiltà? La ruota, le statue, il libro, la radio, il telefono? Seduto al caffè osservo il mondo, scuoto la testa, arriccio il naso: puzzetta, forse?
"Inaugurata dal sindaco Gilberto Kassab, Piazza della Repubblica, presenta una nuova pavimentazione e una nuova sistemazione dei giardini; i "moradores de rua" adesso dormono per terra." Queste le parole testuali tratte dalla didascalia della foto in prima pagina: un barbone adagiato tra il muretto e la panchina. Finalmente una delle piazze più importanti della città, dopo mesi di lavori, è riaperta al pubblico. La gente però si lamenta, la questione fondamentale persiste, i moradores de rua continuano lì e, quando prima si sdraiavano dietro o sul muretto di cinta, adesso invece dormono per terra. Il restauro, la "riqualificazione urbana" della piazza (certo, bisogna riqualificarne uso e consumo, così com’è è un vero schifo – dicevano gli architetti responsabili e i commercianti della zona ingrossando il codazzo degli indignati) prevedeva la soppressione di muretti e affini in modo da eliminare il problema alla radice: non avendo più dove sdraiarsi, i moradores de rua se ne sarebbero andati alla svelta. Rimaneva però il "problema panchine". Nel primo mondo, dicevano, la gente va in piazza e si siede sulla panchina. Ma se mettiamo le panchine ci vanno a sdraiarsi i moradores… È presto fatto: si è brevettata per l’occasione la panchina anti-moradores o, come è chiamata ufficialmente, anti-mendigo (anti-mendicante): una specie di panca, senza schienale, sufficientemente grande per accomodare quattro persone, ognuna al suo posto. Lo spazio per ogni singolo individuo è delimitato da sbarre di ferro, come fosse una seggiola con l’appoggio per le braccia, una poltrona al cinema. Una panchina-isolamento, una panchina-lager. Mai più due innamorati potranno starsene vicini, il bracciolo garantirà la castità. Mai più una mamma e i suoi bambini potranno sedersi insieme: ognuno se ne starà buono e fermo al suo posto incastrato dentro, l’assenza dello schienale lo obbligherà a rimanere dritto come un fuso evitando così problemi alla schiena. La finalità è quella di non soffermarsi più di tanto: circolare gente, circolare! Senza più muretto, con le panchine a compartimenti stagni, si pensava che i moradores de rua sloggiassero rapidamente. Ed invece eccoli di nuovo qui, tutti per terra! Prima almeno per fare i loro bisogni si riparavano dietro la siepe. Oggi che la siepe l’hanno tolta (per motivi di sicurezza, affermavano guardinghi gli ideatori del progetto) i loro bisogni li fanno alla vista di tutti. Viva l’associazione dei commercianti che ha finanziato i lavori! Viva la mente perversa che ha progettato la panchina! Viva i moradores che la fanno a gambe all’aria e chiappe in su!
A pochi passi, in un bellissimo centro culturale, è possibile visitare una esposizione di Anish Kapoor. Artista originalissimo, è riuscito a manipolare "l’oggetto – scultura" in modo tale da renderlo impalpabile, evanescente, una illusione di se stesso. Con la sua ricerca, ha abolito le differenze tra la consistenza fisica dei materiali da scolpire, marmo, acciaio, vernice e lo spazio in cui l’oggetto stesso è inserito; tutto diventa forma pura in simbiosi permanente con il mondo circostante e gli occhi di chi osserva. La forma diventa spazio e lo spazio si trasforma in illusione di luce. La forma-luce. Michelangelo lottava col marmo, subiva la sua concretezza, lo martellava a morte e liberandolo dalle sue catene, soffriva pene inumane. E oggi il marmo trascende il Rinascimento e continua ad inquietarci. Anish Kapoor invece non vuole soffrire, anzi, decreta lo stato di felicità permanente, ne ha carpito il segreto, la forma è luce, lo spazio è vento: una altissima colonna di vapore viene risucchiata fino a dieci metri d’altezza da un meccanismo che crea un vortice d’aria e pur restando coi piedi per terra ci si sente sollevare senza peso verso l’infinito. A pochi passi dalla panchina-lager, piombata a terra dal peso dell’esclusione.
Nel dicembre scorso il ministro delle telecomunicazioni, affiancato da un paffutissimo presidente Lula, leggeva i dati ufficiali: sul territorio nazionale sono presenti cento milioni di telefoni cellulari, il Paese, per quello che concerne l’uso del telefonino, non ha niente da invidiare a nessuno, un’economia di mercato che si rispetti, la nostra, decima economia del mondo, può competere con qualunque altra allo stesso livello. Io, Socrate in braghette, sono l’unico tra tutte le persone che conosco a non averlo, il cellulare. Sono proprio un animale preistorico. Mi rifiuto, non lo sopporto. Un aggeggio piccolo come un accendino che non ci vedi i numerini, con la lucetta, che ti vibra in tasca e ti spernacchia la sinfonia n.40 di Mozart sull’autobus, non fa per me. Resterò l’ultimo uomo al mondo senza cellulare, come un mammuth andrò a finire imbalsamato in qualche museo.
La voce mi arriva confusa da un sottofondo di rumori indecifrabili. Maria cerca di raccontarmi la storia, si dilunga, non so se è il mio telefono di casa o quello da dove parla lei, capisco a malapena che mi chiede se oggi la vado a trovare, è urgente. Una baracca di legno e cartone. Il pavimento cementato garantisce l’asciutto anche quando piove. Ci si vive in cinque, tra due letti a castello, vestiti, puliti e sporchi, sparsi dappertutto, una seggiola, una cassettiera, un frigorifero, i fornelli, pentole piene di mangiare e mosche, la televisione, lo stereo, il dvd. Quattro bambini e la madre. Il piccolino piange, è caduto dalla bicicletta e il piedino è gonfio. Anche se mi conosce da quando è nato, oggi ha paura. Gli tolgo la fascia piano piano. Maria lo tiene fermo. Lussazione. Lo immobilizzo. Ospedale. "Maria, posso lavarmi le mani?". In fondo alla baracca una porta, il bagno. Un rubinetto, un pezzo di sapone. Un secchio per i bisogni, pieno. Ne avrei bisogno. Non mi piace l’idea di portarlo fuori e svuotarlo davanti alla porta o, peggio ancora, di farmelo svuotare da Maria o qualcuno dei suoi figli, perché non voglio usarlo in quello stato, pieno; neanche vuoto lo vorrei. Ricordo il dramma di Jean Valjean – eroe di Victor Hugo – nelle fogne di Parigi, in cerca di redenzione si trascinava col marciume fino al ginocchio sapendo che probabilmente sarebbe stato ucciso. Penso alla cloaca maxima di Roma, 2500 anni di funzionamento ininterrotto. Ricordo quando al Pincio, la sera, abbracciato all’innamorata, guardavo il sole tramontare dietro la santità del cupolone di San Pietro. Abbracciato all’innamorata, seduto sulla panchina, appoggiato allo schienale. Mi asciugo le mani in uno straccio. Maria è sulla porta, telefona alla sorella perché venga a tenerle i tre bambini mentre porta il piccolo al pronto soccorso. Mi chiede se posso aspettare un attimo la conferma, la sorella richiama in cinque minuti. Sinfonia n.40: è la conferma, possiamo andare. Maria, con un piede sul marciapiede e il figlioletto in braccio ammonisce severa chi rimane: "mi raccomando, il secchio".
Sparisce qui il dramma michelagiolesco del dominio della forma. Anish Kapoor e la comunione dell’uomo con l’etereo, affondano in un secchio di merda sollevato da un bambino e svuotato sulla porta di casa.
Posso rispondere al flâneur di cui sopra. Ora lo so il progresso, non sta nei cento milioni di cellulari. Il progresso non è il telefono, il libro, la ruota, l’arte. La civiltà non è la sinfonia n.40. La civiltà è una panchina con lo schienale. La civiltà è il water.