Sia vittima sia carnefice

di Alberto Camata 

Nell’Agosto 2006, durante il seminario estivo di Macondo, ho trovato nella tavola che esponeva oltre ai vari libri pubblicati da Macondo anche un libro di un’autrice dell’est europeo: Sandra Kalniete. Affermo tutta l’ignoranza verso questa persona, sul cui nome mi imbattei per la prima volta in quel momento. Mi incuriosiva solo il nome e la foto di copertina che riportava una donna indaffarata con una coperta stesa al sole su un contorno di case in legno tipicamente russe. La letteratura russa, per quanto l’avessi letta grazie a Tolstoj, Dostoevskij l’ho sempre trovata terribilmente prolissa e noiosa. Acquistai il libro solo per investigare se un’autrice moderna dell’Est europeo riusciva ad appassionarmi. Ho acquistato quel libro dal titolo “Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia” unicamente per questo motivo. Solo a conclusione del libro, letto in questi primi giorni di gennaio 2007, lessi la terza di copertina dove la presentava come un affermato politico lettone: ministro degli esteri, ambasciatrice, membro della commissione europea presieduta nei primi anni del 2000 da Prodi… insomma una figura importante nel panorama europeo.

Il titolo mi suggeriva (e mi pento per questo pensiero) una storia leggera, di una ragazzina che si affacciava alla vita… una storia semplice, di maturazione. E invece già dalle prime pagine non solo mi ha appassionato, ma mi ha turbato raccontamdomi storie che non ho mai letto ma che so accadute: storie di gulag e di deportazione.
Avevo tra le mani le parole di questa donna che mi ha raccontato le terribili vicissitudini della sua famiglia sotto il regime comunista. Le purghe di Stalin, le sofferenze, le famiglie frantumate, mutilate in nome di una presunta rivincita del proletariato, della costruzione di un mondo migliore, in realtà erano solo lo status quo, la repressione e la violenza per mantenere il benessere ai pochi potenti e ai loro lacchè. Ho rivissuto le stesse emozioni, rabbie, indignazioni che vissi a quindici anni quando mi capitò tra le mani “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Libro che mi fece fare una scelta di campo per il resto della vita: stare dalla parte degli oppressi.

Conclusa la lettura mi è rimasta la voglia di abbracciare questa donna, quasi ad abbracciare l’intera Lettonia, paese lontano vagamente ricordato come un paese filonazista, chissà come, chissà perché, tanto forti sono da debellare le false notizie della propaganda di qualsiasi tempo. E invece i Lettoni hanno subito sofferenze sia dai nazisti tedeschi come dai comunisti russi. Un Paese che ha pagato molto, agnello sacrificale su entrambi gli altari nazista e comunista.

E alla fine del libro mi sono tornati gli stessi pensieri che mi tormentavano durante la guerra che vide la Jugoslavia distruggere le vite che la componevano aiutate dai bombardamenti umanitari che partivano da casa nostra: anch’io come la Kalniete potrei in qualsiasi momento trovarmi vittima, animale sacrificato in nome di un qualsiasi fine superiore? Ma peggio ancora, anch’io potrei diventare, in quasiasi momento, l’aguzzino della Kalniete di turno?
Credo che gli oppressori, così come gli oppressi, non fossero diversi da me: provavano sentimenti, avevano sogni, avevano paure, desideravano amore, tendevano a migliorare la loro condizione di vita. Da dove nasce tanta brutalità? Gli orrori che ci raccontano i sopravvissuti del lager, i sopravvissuti del gulag, i sopravvissuti di ogni guerra e dittatura dall’Italia, all’America Latina, dal Vietnam, all’Angola… sono azioni di persone tanto diverse da me? Non sono forse anche i carnefici esseri umani? E perché si asseconda questo processo di disumanizzazione?

Leggendo le pagine della Kalniete dove narra l’obbedienza alle direttive che giungevano dall’alto da parte dei membri della Céka, senza discutere, anzi giustificandole, mi hanno fatto venire in mente il comportamento di molti quadri e dirigenti che ho conosciuto nel mio lavoro, pronti ad eseguire le direttive senza contestarle o criticarle. Magari lo facevano in cuor loro, ma non si sono mai permessi di disobbedire o di rendere pubblico il loro dissenso, ne valeva della loro posizione. Credo che l’aguzzino non si comporti diversamente, se riesce a distaccarsi, ad imparare la lezione insegnata dal Nazismo di considerare la persona che hai davanti e su cui devi accanirti, un semplice Stück, pezzo, allora superi l’ostacolo e non intacchi la tua coscienza, la tua umanità; con i pezzi, gli oggetti, puoi fare qualunque cosa: soffre un oggetto? No.

Se una cosa mi ha lasciato questo libro è proprio il monito a vigilare, a non dare per scontato che quel che è stato non riaccadrà, a pensare che scivolare nel male in nome di una giusta causa è sempre possibile. L’unico antidoto è ancora da ritrovare nelle parole che ci ha lasciato il figlio di un falegname: amare gli altri come fossero noi stessi, perseguire la via del bene, accogliere piuttosto che allontanare, rinunciare piuttosto che ferire.