Stavolta

 Abituato a sentirlo blaterare stupidaggini di ogni tipo, stento a prenderlo sul serio poi però mi accorgo che oggi è sincero, cerca di nasconderlo ma palpita di emozione. Il suo racconto va avanti a spizzichi, in una confusione infernale tra informazioni di cronaca, politica, notizie di amici lontani che si sono rivisti, sensazioni, considerazioni sulla vita, sui massimi sistemi, ripensamenti, conclusioni affrettate, giudizi irrevocabili, dubbi, commenti superficiali, luoghi comuni, preconcetti stantii, razzismo latente. A volte si lascia prendere la mano, arriva perfino a citare come sue frasi ascoltate chissà dove o rubate a chissa chi e che assomigliano più a commenti da ascensore, da fila al supermercato che a riflessioni serie, degne dell’argomento che si vuole analizzare. In sostanza continua ad essere come è sempre stato, continua ad incarnare il suo personaggio, entusiasta, scontento, insoddisfatto, brontolone, ingenuo, contraddittorio, duro militante e farfallone amoroso: il mio amico è, e lo sarà fino alla fine, l’incorreggibile Grande Lombardo.
Le frasi con cui illustra il suo pensiero sono degne di nota, ascoltiamo:

 “…è difficilissimo distinguere l’età delle persone, non so se sia il calore e l’umidità dei tropici che fa marcire la pelle anzitempo, o se siano i miei occhi, oppure – e forse è l’ipotesi giusta – è questa porca vita miserabile che non mi fa riconoscere più nessuno. Porca vita miserabile la loro, perché la mia, così come la tua, va benone. Moglie, figlia, lavoro, viaggi, una vera bellezza. La loro è uno schifo. E non fare quella faccia, Paolo, è inutile che arricci il naso con espressione ipocrita. Lo sai benissimo anche tu che fanno una vita da schifo. Ci sei stato, lo hai visto, lo sai. Anche tu come me non distinguevi i loro volti, vedevi una massa amorfa, un tutt’uno col paesaggio, un grande piattume, un grande pattume, un piatto sporco nella pattumiera della periferia che più schifosa non c’è. In favela non ci andavo da anni, mi hanno quasi trascinato, non volevo, non volevo e non volevo. Anzi, avevo giurato che non ci avrei più messo piede. Quando per caso ci passavo davanti, giravo la faccia dall’altra parte per non vedere. Stavolta non ho potuto dire no.
Dico che l’ho fatto per lei, per la mia amica, ma in realtà, sotto sotto, ero molto emozionato che mi avesse invitato. Sì, non volevo essere maleducato e rifiutare l’invito, ma anch’io morivo dalla voglia di rivedere i vecchi amici. Sai quanti anni ci ho lavorato là dentro? Molti, molti. E di amici ne avevo tanti. Ma cosa c’entra il fatto che in tutto questo tempo di lontananza non mi abbiano telefonato neanche una volta, cosa c’entra? Se a me una semplice minaccia mi ha fatto fuggire come un ladro, immagina loro, i miei amici, che con quella gente ci dovevano convivere gomito a gomito. Cosa vuoi che sia una minaccia paragonata alla convivenza con criminali feroci che hanno potere di vita o morte su di te, i tuoi figli, i tuoi parenti…, cosa vuoi che sia quello che mi hanno detto. Niente. Qui c’è qualcuno a cui non piaci: ecco cosa mi dissero tanti anni fa, ed io via! Come un coniglio, a nascondermi, a piangere, a cagarmi addosso dalla paura e poi a cogliere allori e a pavoneggiarmi come un eroe, “o rei dos famintos” il re dei morti di fame: mi hanno minacciato, i trafficanti di droga, la banda dei pedofili, i poliziotti corrotti, cattivacci, mi hanno minacciato, mi vogliono ammazzare… E i miei amici a conviverci: nella baracca accanto alla tua ci preparano le bustine di cocaina e le dosi di crack. E tu che fai? Chiami la polizia? La stessa polizia che ha massacrato tuo figlio di botte o che entra sparando per far vedere chi comanda e che esige che i ragazzi del traffico gli paghino 500 reais di mancetta alla settimana? E allora taci, cerchi di sopravvivere, ti barcameni col lavoro nero che oggi c’è e domani ciao. Ed è facilissimo cadere in tentazione, portare un pacchettino dall’altra parte della strada… un pacchettino… e lo sai cosa c’è dentro, ma che ti importa, guadagni quanto guadagneresti in un mese di lavoro “onesto”. E allora vai, un pacchettino oggi, uno domani, e ci caschi dentro fino al collo, fin che ne sei parte integrante e ti va bene lo stesso, se non lo fai tu lo fa un altro e allora e meglio farlo e tirare avanti.
Ti dicevo che stavolta non sono stato capace di dire no. Mi sono convinto ad andare quando la mia amica mi ha assicurato che i trafficanti di una volta, quelli che mi cacciarono via con le minacce, non ci sono più. Scomparsi. Tutti morti? È probabile. Anche il gruppo dei miei ragazzi… si sono salvati in quattro, racconta la mia amica. Gli altri, o sono morti o sono in galera. Uno è stato condannato a otto anni. Ti rendi conto, otto anni. Immagina come si trasformerà, come diventerà in prigione: un ragazzino magro, timido, che ogni volta gli dovevo dire sempre di stare attento a non cadere dalla bicicletta, coinvolto nella droga, nelle rapine a mano armata. Otto anni.
E allora sono andato, insieme a lei, la mia straordinaria amica che a suo tempo dovette scappare, dovette abbandonare tutto e andarsene per causa mia, ma che adesso è tornata e può stare vicino finalmente alla sua famiglia, al marito malato, ai figli e pure al suo bis-nipote. Sì perché è già bisnonna, a cinquantanni. Distinguere l’età della gente, te l’ho detto, non è facile.
Arrivare sul piazzale della favela è stato come vedere la scritta “per me si va nella città dolente”. E non fare la faccia da cretino, Paolo, è così. La favela non cambia. Anzi, può cambiare tantissimo, puoi asfaltare i vicoletti, può arrivarci l’energia elettrica, ma sostanzialmente non cambia niente. La favela è uno stato di spirito. È inutile togliere la gente dalla favela se prima non si toglie la favela dalla testa della gente, o meglio, se prima questa stessa gente non si toglie da sola la favela dalla sua testa. Lo sai anche tu, lo pensi anche tu, caro Paolo, ma non lo dici perché ti vergogni di dirlo e quindi non fare la faccia scandalizzata. La realtà è molto diversa dalle tue teorie socio-politiche. Alla favela si nasce, si vive e si muore. La favela è la memoria ancestrale di un intero popolo dove la sconfitta è la regola e il successo è l’eccezzione che la conferma. Qui la gente continua a fare la fila dietro al camion della parrocchia o del Comune quando viene a distribuire la “cesta basica”, un pacco di riso, un altro di fagioli, zucchero e olio. Poi se li rivendono tra loro in una eterna fisiologia dell’inutile, una geometria dell’assurdo. Così pure il programma del governo “Bolsa Familia”: li hai letti i dati ufficiali pubblicati su tutti i giornali? Quarantacinque milioni di persone, un brasiliano su quattro, dipende dall’aiuto del governo per vivere. Novanta reais, trenta euro al mese di elemosina. La vera tragedia è che ne hanno bisogno davvero, che senza i novanta reais e la cesta basica morirebbero di fame ed è pure vero che è la prima volta nella storia del paese che un governo arriva  così vicino ai cittadini: mangiare, sopravvivere. Come si fa a non approvarlo? E allora ecco che il governo che si vanta: “il nostro programma sociale di distribuzione di reddito è il più grande del mondo…”, io mi vergognerei come un cane sapendo che nel mio paese ci sono quarantacinque milioni di persone che mangiano grazie ai novanta reais che gli regalo tutti i mesi, e che non hanno lavoro e che vivono in catapecchie senza fogne e che sono analfabeti, mi vergognerei come un cane…. Ma questo è un altro discorso. Non è vero. Ma non vedi che oggi, proprio oggi, la Corte Costituzionale ha aperto ufficialmente il processo per i fatti di due anni fa, quando tutti gli uomini del presidente furono coinvolti in quello scabroso episodio di corruzione, peculato e prevaricazione chiamato “Mensalão”. Ricordi? Il governo pagava, dico, pagava la base parlamentare di appoggio affinché gli fosse fedele nelle votazioni strategiche. Pagava con soldi pubblici, ovvio. E la Corte Costituzionale ha dicharato che le denunce sono attendibili. Silenzio, tutti gli uomini del presidente e lui silenzio. Facciam finta di niente, roba vecchia, due anni fa, zitti zitti, tanto diamo da mangiare ai poveracci e loro ci applaudono.
E poi le parole della mia amica mi hanno fatto subito star male… dio mio allora non è vero niente, pensavo, non è vero che è tutto cambiato. Ha detto: no, no, non parcheggiare qui è meglio di no, sai, vedi, forse… fermati lì dall’altra parte, qui no. Certo, i trafficanti di una volta sono tutti morti, ma sono stati sostituiti rapidamente. Indovina, caro Paolo, chi ha preso il loro posto? Sì, bravo, hai indovintato. Loro. Quei ragazzini che conoscevi pure tu. Sono loro adesso che comandano, sono loro che dettano le regole. A lei, la nostra amica, la rispettano come una madre, li ha visti crescere, erano bambini che giocavano coi suoi figli e che venivano in braccio anche a me per farsi portare in groppa, e io me li caricavo su e giù per il piazzale. Adesso sono i capoccia del traffico. Ma mi salutano tutti, mi abbracciano, mi baciano, mi danno la mano nello stesso modo di come ci si saluta tra uguali. Erano in braghette fino a ieri. Oggi caporioni.
Le ragazzine? Te le ricordi? Le hai conosciute anche tu, Paolo. Te le ricordi come erano belle? “Estão na vida”, fanno la vita, racconta la mia amica. E così non so più chi è e chi non è, non se ne distingue più l’età né il come né il perché: bambini senza denti come vecchi; donne di trent’anni con in braccio un bambinetto figlio della loro figlia quindicenne; vecchi balbuzienti come lattanti, un casino generale. E poi certe scene ti rimangono in testa e ti martellano il cervello come clave. José in mezzo ad un gruppo di ubriachi. Mi veniva da prenderlo e portarmelo a casa: ma come, tu, che ci fai qui, tu che eri uno dei ragazzi più attivi, adesso perdi le tue giornate a sbronzarti come un porco. Poi invece abbraccio pure la masnada di vagabondi a torso nudo che sono con  lui in quella sordida stanza.
Ma gli amici… che festa, Paolo, li abbracciavo uno ad uno e dovevi vedere loro come si emozionavano. Io trattenevo le lacrime, ingoiavo un magone grosso così, un melone che mi saliva e scendeva nell’esofago. Con alcuni di loro ci guardavamo in faccia senza dire niente e ci riabbracciavamo di nuovo perché non ci venivano le parole e ogni parola detta non sarebbe stata quella giusta. Ho dovuto rifiutare almeno dieci caffè, ogni baracca in cui entravo era una festa: ragazzi guardate chi c’è… e giù abbracci e ancora abbracci. Siediti, racconta, quanto tempo, vieni a vedere; E questo chi è, tuo figlio? No, mio nipote. E tuo figlio? Eccolo qui, non lo riconosci?  
Là dentro se non ci fosse la mia amica-Virgilio mi sarei perso completamente, nuove baracche, nuove case, nuovi vicoli. Da quattrocento famiglie di tanti anni, fa alle mille e duecento di oggi. Fai un po’ il conto di quanta gente ci abita. “Nunca, na historia deste país” Mai nella storia di questo paese… così comincia il presidente Lula i suoi discorsi. Mai nella storia di questo paese si è creato un piano di elemosina di massa come questo. Mai le grandi imprese e le banche hanno guadagnato così tanto come in questi anni. Mai i miserabili hanno appoggiato così tanto un governo mammone che ogni mese gli carezza la testa con novanta reais, per risbatterli nel fondo di favelas puzzolenti.
E smettila, Paolo, di fare quella faccia, lo sai anche tu come vive questa gente. Lo sai anche tu che abbiamo da anni una epidemia di dengue, la malattia trasmessa dalla zanzara che prolifera laddove ci siano pozze e recipienti che trattengano acqua stagnante. Guarda la favela, guarda i cassoni d’acqua sui tetti delle baracche, guarda quanti di questi sono aperti, senza coperchio, senza protezione e la gente si beve quell’acqua zozza e ti offrono pure il caffè. Guarda il rigagnolo dove giocano i bambini, guarda il tombino davanti alla casa di Maria. Lo sai cosa c’è in quel tombino e quanto è profondo. Lo sai cosa succede quando piove. Te lo ricordi? Vuoi che ti rinfreschi la memoria? Quanti anni sono passati? E il tombino è ancora lì, anzi, più malandato di prima, per traboccare meglio, per puzzare di più.
Che emozione, però, quando siamo entrati nella nuova saletta del centro comunitario. Nuova, bella, pulita, una decina di banchi, la lavagna, un tavolo, un  armadio. E la capellina? Che simpatica, che carina. Ricordi quanto sforzo è costato alla comunità? Ricordi? Dall’Europa arrivò una donazione di alcune migliaia di dollari. Il parroco li sottrasse per ingrandirsi la canonica. Alle timide proteste della favela, il parroco con l’aiuto fondamentale di quell’altro missionario, fece in modo da mettere tutto a tacere. Intanto i trafficanti pagati e incentivati dal missionario, cominciarono la guerra per il potere. Misero i telefoni dei leader sotto controllo, cominciarono a sfoggiare armi e violenza, occuparono con la forza spazi comuni. Il clima pesante, qualche morto, obbligarono la nostra amica a fuggire. Il parroco cambiò parrocchia, il missionario, ora in Asia, continua a scrivere e a telefonare a qualche amica della favela, vuole tenersi caldo il posto, ha intenzione di ritornare. Certo molte di loro, di queste donne – perché gli uomini, come sai benissimo, sono sempre assenti, o si ubriacano giorno e notte, o non ci sono proprio – non sanno niente di queste cose, o fanno finta di non sapere per quieto vivere, per le ragioni che dicevo prima. Ma da qui ad arrivare a vendere la figlia di dieci anni – una di quelle che adesso “estão na vida”- per una cesta basica ce ne vuole. Lo videro in molti il missionario appartarsi con la bambina. Alcuni provarono ad affrontarlo con scarsi risultati. Pagava, finanziava, i trafficanti e con questo si garantiva protezione e silenzio. Ora, dicono, da lontano continua a scrivere perché vuole tornare. La mia amica mi guarda, io non dico niente, oggi sono troppo emozionato.
Raccontano comunque che nonostante la sala del centro comunitario e la cappella nuova, l’unica attività è il catechismo per i bambini. Il parroco attuale non viene neanche a dir messa. Ci pensano loro, la dicono da soli, la celebra un ministro dell’Eucarestia, una delle nostre amiche, che pur essendo semi analfabeta, legge la liturgia con concentrazione e orgoglio. Tanti anni fa, in una saletta di cinque metri per quattro, senza finestre, le attività del centro comunitario si moltiplicavano a profusione: i corsi di alfabetizzazione del Comune, il doposcuola per i piccolini, gli incontri con l’unità sanitaria locale, le riunioni settimanali con i genitori dei bambini disabili, quelle del gruppo di giovani, quelle con i bambini disabili e il gruppo di giovani, le feste o il semplice riunirsi per chiacchierare facevano di quella saletta povera e spoglia, in fondo al vicoletto, il cuore della favela. Oggi la sala comunitaria c’è, molto più bella, sul piazzale, raggiungibile da tutti, ma nessuna attività. Da quando siete andati via, è tutto finito, dice una delle amiche. Quando tornate?
Sai, Paolo, sul momento, preso dall’emozione di tanti ricordi e dalla allegria di rivedere gli amici, ero diviso tra rispondere“Domani” oppure “Mai più”. Invece ho avuto la presenza di spirito di dire:
“Se mi montate per iscritto un progetto completo, su cosa dovremmo fare, come e dove, sulle mie funzioni, sull’orario, il posto, i partecipanti, gli obiettivi, se mi scrivete per benino il progetto e me lo mandate, ci penserò. D’accordo?”. Le donne sul piazzale si guardano tra loro, mi guardano, ci scambiamo occhiate rapide, ci leggiamo i pensieri, sorridiamo, ci abbracciamo di nuovo.
Cosa pensi, ho fatto bene a rispondere così? Avrei dovuto dire di sì, che se volevano tornavo anche domani che avrei montato un bellissimo progetto di riabilitazione per bambini disabili? Cosa dici, Paolo, come avrei dovuto rispondere? “No, quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto e non ha senso ripetere le cose del passato”; “Sì, che bello, torniamo a lavorare insieme”.
Cosa pensi, Paolo, dimmelo tu.

Caro Grande Lombardo, lo sai, ti voglio bene. Immagino come tu ti senta, immagino quanto ti costi fermarti un attimo e ragionare senza buttarti di getto. Il fatto che tu mi chieda consiglio è molto positivo ma a questo tuo dubbio non so proprio rispondere. Sei sicuro che valga la pena ricominciare un lavoro come il tuo nello stesso posto, con la stessa gente, nella stessa situazione di tanti anni fa? Posso solo dirti di pensarci bene, di non avere fretta, non agire di impulso, lo sai bene come vanno le cose, lo dicevi sempre anche tu che prima di prendere qualunque iniziativa o semplicemente per decidere la data di una riunione ci si impiegavano ore, giorni, settimane intere per poi dimenticarsi tutto e ricominciare dall’inizio. Magari sarà così anche in questa occasione, ma se per caso non lo fosse, prima di prendere qualunque decisione, pensaci, almeno stavolta, pensaci.