Stelle marine

Pensavamo di scegliere le frasi più significative – e belle, perchè sincere – di quello che abbiamo scritto negli ultimi anni sul Natale. Volevamo farne una specie di resoconto, un bilancio, pensavamo di chiederci che cosa fosse cambiato fino ad oggi e raccontare il destino delle persone di cui parlavamo. In seguito avremmo elaborato una autocritica sul nostro lavoro, sul senso del nostro lavoro, sulla reale funzione, su quanto del nostro lavoro sia degno di nota, quanto invece sia puro autocompiacimento, autocommiserazione. E, alla fine, terminare l’articolo con un pensiero, una proposta costruttiva. Non ci siamo riusciti, manca ormai una manciata di giorni al Natale e non abbiamo ancora concluso niente. Solo idee, vaghe e nebulose idee.
Eccoci allora a scrivere a ruota libera, senza nemmeno un canovaccio, un abbozzo.
Ci guardiamo in faccia e ci scopriamo più vecchi e più stanchi. A dir la verità, quasi sfiniti. Forze fisiche in declino lento e inesorabile; entusiasmo ai minimi storici; idee e progetti praticamente zero. Pensiero atroce ma allettante: e se quest’anno non scrivessimo niente? Se lasciassimo come ultimo articolo quella presa in giro goliardica intitolata “Santi, favelas e macachi”? E se al nostro silenzio dessimo una valenza di protesta contro lo status quo dominante, una specie di rifiuto a fare le stesse cose nello stesso modo e nello stesso momento, come quando ci si mandano i bigliettini di auguri e poi non ci si guarda in faccia per un anno intero? Poi, abbiamo pensato, magari il nostro silenzio sarebbe interpretato alla stregua di una vera e propria maleducazione, come un gesto di disprezzo. Che fare, allora? Che dire? Che cosa scrivere? Torniamo a guardarci in faccia: rughe, occhiaia… uno sfacelo. Ecco quello ci abbiamo guadagnato in tutti questi anni: preoccupazioni e decadenza. E allora chi ce lo fa fare? Chi ce lo ha fatto fare?
Il buon senso comune dice: ognuno deve farsi i fatti suoi. Noi invece non ne siamo capaci. Noi ci facciamo i fatti degli altri. I fatti degli altri ci riguardano eccome. I fatti degli altri sono fatti nostri. Non c’è niente da fare: non vogliamo vivere da spettatori, ci sentiamo parte in causa. Principalmente in una realtà come la nostra in cui carnefici e vittime sono all’occorrenza intercambiabili; in cui i confini della legalità, del diritto, dell’umano sentire sono spesso ignorati; in cui si fa un uso strumentale degli eventi a seconda dei capricci del potente di turno. Perchè in Brasile non esistono tragedie, esistono offese, insulti, affronti, umiliazioni. Alla tragedia si reagisce; alle offese, agli insulti, agli affronti, alle umiliazioni a lungo andare ci si abitua. Potremmo stilarne un elenco chilometrico; ripiomberemmo nella spirale della depressione dalla quale vogliamo uscire e noi sappiamo bene da che parte stare. Sappiamo bene cosa dobbiamo fare.
D’accordo, ma questo non risolve il problema: escogitare qualcosa di bello, mandare un pensiero a tutti coloro che dall’Italia seguono con amicizia le nostre vicissitudini, ai nostri amici, a Mauro che continua a volerci bene.  
Leggiamo la lettera appena apparsa nel sito: Giuseppe Stoppiglia racconta la storia dell’uomo che salva le stelle marine dalla bassa marea. Pur sapendo che non riuscirà ad occuparsi di tutte, continua la sua opera: per lo meno una, quella, proprio quella che ha in mano in quel momento, è salva.
No, non siamo l’uomo che salva le stelle marine, non vogliamo essere quell’uomo. Non ne siamo capaci. Vorremmo invece essere la stella marina nelle sue mani. Vorremmo essere capaci di fidarci di lui e abbandonarci nelle sue mani perchè ci ributti in mare, perchè ci porti a casa. Vorremmo ritornare a casa nelle sue mani.
Ecco, l’idea per il Natale, l’abbiamo scritta. Ci siamo riusciti, finalmente. Niente bilanci, niente ripensamenti, niente pensieri profondi. Vorremmo semplicemente ritornare a casa nelle sue mani. Vorremmo essere capaci di ritornare a casa nelle sue mani. Vorremmo essere degni di ritornare a casa nelle sue mani. Abbandonarci, come bambini appena nati, nelle sue mani.
È Natale, gente. È tutto.

São Paulo, Brasil, Natale 2007
Edith Moniz
Paolo D’Aprile