Trafiletto

Guardatemi. Sono contento. Guardate che bel sorriso e che aria soddisfatta. Finestrino abbassato fino in fondo,  gomito appoggiato, occhiali da sole, faccia metallizzata come la vernice della mia macchina nuova. Felice, scorrazzo qua e là in questa domenica senza traffico. Benedico le avenidas, strade enormi a scorrimento veloce, che attraversano la città da nord a sud, da est ad ovest. Libero come il vento strombazzo a un polentone che si azzarda a bloccarmi il passaggio, entro nel tunnel, benedico anche il tunnel, il più lungo tunnel del mondo, il più moderno tunnel del mondo, ne esco ringalluzzito,  sgommando giro a sinistra, mi fermo davanti al giornalaio e non scendo neanche dalla macchina. È nuova. È lui, il giornalaio, che mi porta in macchina il giornale. Io non scendo. È nuova. Sono bello io, e lei, la macchina è ancora più bella di me. Grigiometallico, Palio Mille, Flex. Scommetto che nessuno di voi sa cosa vuol dire Flex. Ve lo dico io. Flex vuol dire Flex! Bicombustibile! Capito? Bicombustibile. Ci posso usare sia la benzina che l'etanolo. Capito? Bicombustibile, ragazzi! Alla faccia vostra. L'etanolo, che noi chiamiamo col prosaico nome di alcool, è una gran cosa. Costa la metà della benzina. E viene tirato dalla canna da zucchero che da noi cresce in abbondanza. Il governo recentemente ha varato un piano di incentivo per la coltivazione della canna e i produttori gongolano di felicità, come me. L'industria automobilistica, vende che è un piacere, e io compro ad occhi chiusi. Quando ne ho voglia ci metto la benzina. Sennò, alcool. Son mica scemo, io. Basta uscire un po' dalla città che si vede subito. Centinaia e centinaia di chilometri di canavial, piantagioni di canna a perdita d'occhio. Una monocoltura che è una bellezza. Tale e quale a quella dell'epoca d'oro del caffè, quando migliaia e migliaia di italiani miserabili emigravano come mosche affamate in cerca di lavoro, a sostituire gli schiavi nelle piantagioni, a sgobbare come muli. O come era negli anni ottanta la monocultura dell'arancio: favorita dalla crisi americana del settore, in pochi anni  fece la felicità di quattro famiglie di produttori per poi crollare miseramente a causa delle barriere doganali degli Stati Uniti che non sono mica scemi. O come la monocultura del cacao nello stato di Bahia, nei primi vent'anni del secolo passato, grazie alla quale si sono costruiti imperi economici, morti e sepolti nella crisi della borsa di New York. O come il ciclo della gomma di Manaus, in Amazzonia: l'avanzo dell'industria automobilistica all'inizio del ventesimo secolo, la relativa richiesta di materia prima per i pneumatici, arricchì i produttori in tal modo che arrivarono a costruire in piena foresta un teatro d'opera grande come La Scala di Milano, dove cantò perfino il grande Enrico Caruso, ma ahimè l'abbondanza durò fino a quando si scoprì il lattex in Indonesia e addio Brasile. O come è verso il centro-nord la monocoltura della soja. La soja. Siamo i più grandi produttori al mondo di soja, la foresta la buttiamo giù in un secondo, ne bruciamo migliaia di chilometri per far posto alla soja. Invece lo stato di San Paolo è il più grande produttore del mondo di canna da zucchero che, lavorata per benino, diventa Flex! Alcool per me e la mia macchinona Palio Mille Flex. Pernacchia. E finiamola una buona volta con questo muso lungo! Smettiamola di parlar male del Paese mio e del governo-bello. Non è mai andata così bene come adesso. Perfino Bush è venuto a vedere  il nostro programma di produzione di etanolo! Lo vuole fare pure lui! Inquina meno. Costa meno, Mano d’opera a costo zero. Mano d’opera a costo zero. Mano d’opera… a costo zero… costo zero… costo zer…

Dal giornale Folha de São Paulo del 30 Aprile 2007

Cortadores de cana têm vida útil de escravo em SP
(Tagliatori di canna hanno una vita lavorativa da schiavi in San Paolo)

Il nuovo ciclo della canna da zucchero impone una routine ai "tagliatori" che, secondo l'opinione di alcuni studiosi, rende la loro vita lavorativa simile a quella degli schiavi. È il lato perverso di un settore che, oltre a creare nuovi posti di lavoro ed essere uno dei principali responsabili della crescita economica, riesce ad esportare sette miliardi di dollari.
Dalla metà del 2004 nelle piantagioni di canna si sono registrati per lo meno 19 decessi aventi come causa possibile la sovrabbondanza di lavoro. Preoccupati per la ripercussione delle condizioni di lavoro e i decessi avvenuti, le centrali di produzione cominciano a cambiare il sistema di assunzione dei lavoratori, "terzerizzato" da sempre.
Maria Aparecida de Moraes Silva, professoressa dell'Università Satale Paulista, dice che la ricerca di una maggiore produttività obbliga i "tagliatori" di canna a raccogliere fino a 15 tonnellate al giorno. Questo sforzo fisico accorcia il ciclo dell'attività lavorativa. "Nelle attuali condizioni, presentano una durata della vita lavorativa inferiore a quella del periodo della schiavitù", dice. Dal 1980 al 1999, il tempo in cui un lavoratore del settore continuava in attività era di 15 anni. A partire dal 2000, il tempo si è ridotto a 12 anni, afferma la Moraes Silva. In seguito all'azione ripetitiva dello sforzo fisico, "il lavoratore comincia a presentare problemi serissimi alla colonna vertebrale, ai piedi, crampi e tendiniti", afferma. Secondo l'opinione dello storico Jacob Gorender, il ciclo di vita lavorativa degli schiavi nell'agricoltura oscillava tra i 10 e i 12 anni fino al 1850 quando entrò in vigore la proibizione del traffico negriero con l'Africa. Successivamente a questa data, i proprietari cominciarono ad avere una cura maggiore dei loro schiavi e la durata della vita lavorativa arrivò ai 15, 20 anni.
Moraes Silva, con l'appoggio del Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico, impegnata nella ricerca sui tagliatori di canna emigranti, afferma che gli stati del Maranhão e del Piauì sono i nuovi "poli di rifornimento" di mano d'opera per le piantagioni di San Paolo. Una delle constatazioni della professoressa è che la maggior esigenza di forza fisica nel lavoro richiede la venuta di una grande quantità di giovani.
Il presidente del Sindacato del Lavoratori Rurali dice che la maggioranza del "tagliatori" di canna ha un'età tra i 25 e i 40 anni, ma che la presenza di giovani di 18 anni aumenta costantemente.
Secondo Moraes Silva, il lavoratore cammina fino a 9 chilometri al giorno, sempre sottomesso ad un grande sforzo fisico che causa seri problemi di salute. "Questo lavoro ha provocato una vera e propria dilapidazione dei lavoratori", afferma.
La situazione sembra, però in via di miglioramento. Sotto la pressione del Pubblico Ministero, le centrali di produzione hanno cominciato ad eseguire esami medici oltre ad adottare varie misure di protezione per i lavoratori.
Mauro Zafalon

"Per essere un tagliatore di canna, devi avere i muscoli, perché, sennó, muori, o di fame o nel canavial di tanto lavorare". L'affermazione è di José Lúcio de Oliveira, 33 anni, venuto quest'anno da Barra do Santo Antônio (Alagoas) per lavorare nella raccolta della canna nella regione di Riberão Preto.
Oliveira e gli amici, Carlos João de Lima e Oziel Batista Silva, si svegliano alle 4 del mattino. Occupano una casa di due stanze con un bagno senza illuminazione e ammobiliata appena con un letto a castello, due letti singoli, un frigorifero, un fornello, un apparecchio di dvd e un televisione di 14 pollici. Pagano 120 reais di affitto.
La prima attività del gruppo è prepararsi il mangiare che consumeranno sul posto di lavoro. Normalmente il menù è riso, fagioli, pastasciutta e carne lessa. Alle cinque, il gruppo è alla fermata dell'autobus, dove si ritrova con 45 uomini e donne per dirigersi al canavial.
Vestiti con pantaloni lunghi, giubbotto a maniche lunghe e una camicia a maniche lunghe sotto, fazzoletto per proteggere il collo, cappello, stivali per evitare i morsi dei serpenti e gli eventuali tagli del facão (il machete, il tipico coltellaccio da taglio), guanti, occhiali, passano più di sei ore sotto il sole. Siccome guadagna di più chi più lavora, i più forti e i più esperti nell'uso del facão hanno la meglio.
Gli uomini arrivano a tagliare da 100 a 120 metri di  canna al giorno, e guadagnano in media 800 reais al mese. Giovedì scorso, Oliveira ha detto che ha sentito male alla schiena ed è riuscito a tagliare solo 60 metri.
Il gruppo si ferma tre volte per mangiare quello che ha preparato in casa: alla sette e un quarto; alle dieci e l'ultima alle tredici – la denominazione "bóia fria" viene dal fatto che le refezioni sono consumate fredde, anche se alcune centrali forniscono recipienti termici.
Alle 16 tornano a casa stanchi, sporchi e affamati. Ma ancora non è giunto il momento di riposare. Mentre Lima ripone gli stivali e i guanti in un angolo e si prepara per lavare i vestiti usati nel giorno di lavoro, Oliveira, ancora col cappello che lo ha protetto dal sole del canavial, comincia a preparare la cena del gruppo e Silva entra nel piccolo bagno senza illuminazione per la doccia fredda.
Tra una faccenda e l'altra, discutono sul giorno di lavoro, risentono la stenchezza e i dolori al polso dovuti ai colpi ripetuti di coltellaccio. Lima racconta che un serpente quasi lo ha morso. Il cuoco Oliveira prepara riso, salciccie, fagioli e carne, riservandone una parte per il giorno dopo.
Prima di mangiare, i lavoratori escono per divertirsi un po': si riuniscono con i colleghi per dare due calci al pallone in un campetto improvvisato; il giretto al bar per un goccetto di "pinga", cosa normale per la maggioranza dei "bóias frias", non è una abitudine per il gruppo di Oliveira. Dopo la partitella, si torna a casa, si cena e si va a letto intorno alle ore 21.
Joel Silva

Fermo all'ombra e sdraiato sul sedile reclinabile Flex, leggevo il giornale e tra un articolo e l'altro ho chiuso gli occhi un attimo ed ho dormicchiato beatamente. Sognavo. Sognavo che nei primi cento anni di colonizzazione il Brasile era il più grande produttore di canna da zucchero del mondo. Più di Cuba. Più di Haiti. E la canna era coltivata nello stato del Maranhão. Nelle piantagioni venivano impiegati gli Indios la cui vita utile era di pochissimo tempo, mesi. Morivano di fatica, malattie e nostalgia. I produttori cominciarono a protestare col governo centrale, le perdite economiche erano enormi. Si pensò allora a quell'esercito di africani nullafacenti che aspettavano solamente una opportunità di lavoro. E il Brasile diventò il più grande trafficante di schiavi di tutti i tempi. Altro che Inghilterra. Ci fu un'epoca in cui la popolazione di coloni era di trecentomila persone, quella degli schiavi di tre milioni. E via con la canna da zucchero. Poi si scoprì l'oro. E via con l'oro. Poi il caffè, poi la gomma, il cacao, le arance, la soja e di nuovo la canna flex. Che roba, ragazzi. Mi sveglio e con una sgommata da James Dean riparto. Pernacchia a tutti.