Amen

A Parigi, se hai la fortuna di passare per la rue du Bac, con un po' di attenzione troverai un portone.  È fuori mano, lontano dal movimento dei grandi boulevard e dalla folla dei musei di fama mondiale, è una strada di quartiere, niente di speciale. All'interno un piccolo cortile, una chiesetta. Le suore distribuiscono ai pellegrini una medaglietta. La chiamano Médaille Miraculeuse, la Medaglia Miracolosa. Una immaginetta di Notre Dame, Nossa Senhora, la Madonna, semplice semplice, con le braccia leggermente aperte, così – narra la storia – come apparve nel 1830 a Catherine Laburé, in seguito divenuta santa.

È una vecchina piccola piccola, novantenne. Un filo di voce, un filo di forza, un filo di corpo. Passa le giornate seduta in poltrona senza muoversi, senza parlare. La famiglia pensa ad un atteggiamento tipico di una anziana che per dispetto vuole isolarsi dal mondo e dai parenti i quali ormai hanno smesso di dare importanza alla sua immobilità scambiandola per una condizione caratteristica dell'età, anzi per una sua presa di posizione. Operata al femore, cosa vuoi, a quell'età sono come bambini, fanno i capricci, non aprono la bocca neanche per mangiare, e non riesci a spostarli nemmeno con le cannonate. Quando la portiamo in camera, si blocca sulla porta, non vuole entrare, la dobbiamo sollevare di peso. E poi nel letto le braccia le rimangono in alto, allungate verso il soffitto, fisse; e le gambe piegate come se ancora stesse seduta in poltrona. A quell'età, son tutti uguali. Dove la lasci, rimane. Meglio così. Ci pensi che guaio se cominciasse a camminare, ci pensi che pericolo se inciampa o se si mette a guardare dalla finestra?
Il terapista, chiamato senza tanta convinzione è di un altro parere. La porta da un neurologo che conferma i suoi sospetti: Parkinson. La dopamina e un giusto programma di riabilitazione ridanno alla vecchina la vivacità perduta. Chi la vede oggi pensa al miracolo. Lei è convinta che sia stata la medaglietta che il terapista le ha portato da Parigi. Un piccolo aiuto la Santa glielo avrà dato certamente, magari più al terapista affinchè facesse la cosa giusta che a lei, poverina.

Al mio amico Grande Lombardo la sua vita di ogni giorno non è mai sufficiente, anzi, lui disprezza la normalità, vuole andare oltre: altri doveri, altre funzioni, altre aspirazioni. Son capaci tutti, dice, a non rubare e non uccidere, son capaci tutti…, io voglio… io voglio… voglio! grugnisce guardando le stelle. Un milione di anni fa, il mio amico, un paio di volte a settimana teneva una specie di conferenza-dibattito sui problemi della salute e sulla prevenzione ad un pubblico composto da uomini di strada. Le riunioni erano ormai diventate famose all'insegna del puoi chiedere tutto, fare ogni domanda, anche quella che ti sembra più scema e che non hai mai avuto il coraggio di fare a un medico, il Grande Lombardo ti risponderà, anzi, trasformerà la tua domanda in occasione di chiarimento per tutti. Gli argomenti più diversi, dall'Aids all'infarto, dall'ernia del disco alla tubercolosi. La cosa ebbe talmente successo che si formò un gruppo di ginnastica preventiva: ogni settimana si riuniva per eseguire un programma di esercizi fisici da svolgersi insieme con la finalità di… cambiare il mondo! Trenta, quaranta persone. Uomini di strada.
In quei gironi una spaventosa alluvione devastò l'Italia del nord. I fiumi ruppero gli argini e le acque invasero le città. Frane di fango trascinavano via paesini di montagna e cancellavano dalla faccia della terra le sfortunate genti di quelle lande.
Gli uomini di strada seguivano interessati le notizie dal maxi schermo della casa di accoglienza dove alloggiavano. Qualche giorno dopo chiamarono il doutor, il dottore (era così che si rivolgevano al Grande Lombardo) e gli misero nelle mani un sacchetto. Avevano fatto una colletta, avevano raccolto una cinquantina di reais da inviare in Italia alle zone colpite dall'alluvione. Il Grande Lombardo me le cosegnò con le lacrime agli occhi. Hai visto, Paolo, uomini di strada! Cinquanta reais! Pensa, uomini di strada, barboni, miserabili, hanno raccolto cinquanta reais per mandarli in Italia! Allora lo vedi che è vero: altri doveri, altre funzioni, altre aspirazioni… Il mio amico, commosso e toccato dal gesto di quegli uomini, convinto sempre più di quanto sacrosante erano le sue idee, si allontanò, chiome al vento, verso nuove avventure. Senza saperlo vissi in prima persona le parole dell'evangelista: Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti.Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

– Per entrare nel reale significato del termine look basta far un salto al negozio e sentire il piacere di essere trattata con esclusività. L'allegria delle ragazze è contagiosa
– Il negozio è diventata il simbolo favorita dei fashion types stranieri che visitano il paese.
– Ogni città del mondo ha la sua boutique dove, chi può, passa tutto il pomeriggio a comprare le ultime collezioni dei migliori stilisti. E San Paolo non poteva essere da meno: il Negozio è il paradiso dei time-rich shoppers.
– Il Negozio è una boutique unica per la sua grandezza, la sua raffinatezza e per lo stile che lo anima.

Queste edificanti sentenze si possono trovare in internet sul sito del "Negozio" che evito di nominare. Si immagini un enorme parallelepipedo di cemento che riunisce in sè gli elementi architettonici che l'alta borghesia locale valuta come sinonimo di sofisticazione perchè in qualche modo le ricordano gli ornamenti del primeiro mundo: frontoni à la Partenone,  colonne egizie, vetrate, rosoni, cornicioni tipo Palazzo Farnese, balaustre barocche, archi neo classici. All'interno una successione infinita di cortili e cortiletti, specchi, luci e giochi d'acqua. Un paradiso. Siamo a São Paulo, città abbastanza maledetta, e a meno di cento metri troviamo la solita favela, quella lì, sì, la favela, puzza, pidocchi, fame, acqua contaminata, bambini e vecchi senza denti, droga, polizia, morti ammazzati, cani rognosi, topi e bacarozzi. Il Negozio prospera come non mai e al pari di tutte le grandi imprese nazionali e internazionali si impegna anche lui nel suo "progetto", per svolgere la sua função social, la necessaria e tanto decantata funzione sociale. Si prende cura della favela sottostante, è facile, vicino, a due passi, la si può vedere dalle vetrate: l'imperativo è partecipare alla industria lucrativa degli aiuti e delle Ong, dei progetti sociali, dello sviluppo sostenibile, la multinazionale del "bene", entusiasta venditrice di idee e progetti tanto infiniti quanto inutili come qualunque corso di artigianato, o informatica, o danza "etnica", capoeira, riciclaggio. Una macchina perversa che richiede costantemente di essere alimentata dal denaro proveniente dai gentili sponsor influenzati dal consenso dei media e che esige, per non perdere la sua stessa ragione di esistere, di deglutire carne umana. Occuparsi dei poveri, offrire loro le opportunità per "subir na vida" diventare qualcuno, per riuscire, chissà, ad inserirsi nel "mercato" ed usufruire delle sue bellezze.   Nel sito internet, oltre agli auto elogi per la boutique, non mancano le foto di negretti sorridenti e senza scarpe. Se ognuno facesse la sua parte, il modo sarebbe più giusto e più umano, è lo slogan. Gli affari andavano di bene in meglio. Un giorno però la Polizia Federale volle vederci chiaro. (Eravamo nel tempo dei grandi scandali e il Governo aveva l'acqua alla gola, ci voleva un diversivo, qualcosa per distrarre l'opinione pubblica). Arrivarono al Negozio un centinaio di uomini armati fino ai denti con elicotteri e mitragliatrici. Portarono via la padrona accusata di evasione fiscale. Per un paio di settimane l'interesse nazionale si spostò da Brasilia al Negozio. Chi lo avrebbe mai immaginato! Evasione fiscale! No, non è possibile! I frequentatori abituali fecero quadrato intorno alla padrona così brava buona e bella che in pochi giorni uscì di galera per riprendere l'attività come se niente fosse. E il Governo era salvo, ormai l'interesse pubblico aveva preso altre direzioni. La gente della favela sottostante poteva respirare tranquilla, il Negozio avrebbe ripreso in breve la sua attività filantropica. Ma che spavento il giorno dell'arresto della padrona, tutti pensavano che fosse giunta l'ora della vendetta: cento uomini armati, elicotteri, mitragliatrici che per chiudere ogni via di fuga al Negozio avevano invaso pure i vicoletti della favela…,  qualcuno già pensava che li avrebbero ammazzati tutti.

La vecchina piccola piccola, è veramente sorprendente. Ha trasformato il suo silenzio in allegria e sorriso. Parla, vuole uscire, camminare, come se volesse recuperare il tempo perduto quando se ne stava immobile sulla poltrona e quando tutti pensavano che ormai per lei fosse finita. Davanti ad un caffè e una fetta di torta, racconta al terapista che tiene sempre con lei la medaglietta miracolosa di Parigi, la stessa medaglietta che si trova incastonata nei mattoni delle fondamenta del Negozio. Sì, racconta la vecchina, la padrona, andò a Parigi, in rue du Bac, e se ne fece dare un centinaio. Le mise personalmente una ad una nei mattoni, affinchè Notre Dame de la Médaille Miraculeuse, custodisse l'impresa, il Negozio, i vestiti di lusso, lei stessa e perchè no, penso, tenesse buoni e tranquilli i miserabili della favela sottostante. Sotto il manto di Nossa Senhora ci stiamo tutti, dice seriamente senza la punta di ironia che vorrei io. La vecchina ne sarebbe incapace, l'ironia e il sarcasmo, non trovano posto nelle sue parole né tanto meno sotto il manto.

Forse è proprio vero che in queste regioni esiste una disperazione specifica, una peculiare assenza di speranza fatta di sorrisi, pacche sulle spalle e frasi fatte. Il vivere apatico delle masse, il loro accettare e accogliere di buon grado tutto quello che gli viene inflitto sia dagli organi dello Stato che dalla violenza della cultura dominante, è garantito dalla povertà che a sua volta è garanzia del vivere apatico e di accoglie di buon grado ecc ecc. Forse è vero. Oppure no. Oppure tutto è frutto dell'esuberanza della natura, del clima, del sole e del cielo che a volte è così basso che puoi toccarlo e ti senti piccolo, inutile, impotente, nel perenne caldo che ti rende uguale al tuo vicino in un'unica grande sudata generale. Suda il padrone quando bercia allo schiavo che suda a sua volta nel sorridere contento del suo corso di artigianato o di informatica che lo libererà dalla sua miseria, dimenticandosi  l'abisso senza fondo che esiste tra chi è libero e chi è liberato.
O magari questo è soltanto un altro luogo comune per descrivere ciò che è difficilissimo capire, quasi impossibile comprendere, figuriamoci spiegarlo.

Seduto al bar, abbracciato alla noia mortale di un anomalo caldo invernale mi sento chiamare: Padrone, padrone. Un bambino apparso dal nulla mi chiede se mi può lucidare le scarpe in cambio di qualche spicciolo. Penso alle parole del poeta: "sai cosa dice la polvere quando viene spazzata via dal tavolo?… Ricordati di me". Lo fisso attonito, incapace di rispondere rimango avvinghiato alla noia. Il bambino scompare come il granello di polvere.
È in momenti come questi che forse è bene rivolgersi alla saggezza popolare, che non è certo rassegnazione, ma, appunto, saggezza, forgiata da lacrime sudore e sangue e che dice: seja o que Deus quiser, sia come Dio vuole. Amen.